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Bolzano
29 giugno | 21:00

Caso Marangon, la Procura chiede l'archivizione: "Fu un tragico volo dall'abbazia". La famiglia si oppone: "Così lo uccidete di nuovo"

Per il pm il venticinquenne è morto dopo un salto nel vuoto causato dalle allucinazioni: escluso l’omicidio

TREVISO. La Procura di Treviso ha chiesto, come previsto, l'archiviazione: nessun omicidio, nessuna responsabilità di terzi per la morte di Alex Marangon, il venticinquenne di Marcon trovato senza vita nel Piave il 2 luglio 2024. Per il pubblico ministero Giovanni Valmassoi, il ragazzo sarebbe morto a causa di un salto di 15 metri dalla terrazza dell'Abbazia di Santa Bona a Vidor, spinto da una forte intossicazione allucinatoria. Una conclusione che ha scatenato la reazione durissima dei genitori, Sabrina Bosser e Luca Marangon, convinti che la verità sia stata quantomeno alterata. “Ti stanno uccidendo di nuovo”, è il commento del padre sui social, che trasforma in realtà il timore espresso in una lunga intervista concessa a “il Dolomiti”. “Non uccidetecelo di nuovo – diceva Luca e Sabrina tra le lacrime.

Purtroppo il loro peggiore incubo si è avverato, ma loro, come annunciato, non si fermeranno.

 

Il castello accusatorio si basa su una tesi precisa: l’assunzione consapevole. Secondo la Procura, Alex avrebbe assunto l'ayahuasca (il decotto psichedelico illegale in Italia) insieme a della cocaina inalata nelle ore precedenti, forse per testarne gli effetti combinati. A riprova di ciò, gli inquirenti citano un file trovato nel telefono del ragazzo in cui si sconsigliava proprio quel mix pericoloso, oltre al fatto che Alex aveva già partecipato a due incontri simili ad aprile e maggio senza registrare effetti avversi. Per il magistrato, gli organizzatori (Andrea Zuin e Tatiana Marchetto), la moglie del proprietario dell'abbazia e i due curanderos colombiani non potevano prevedere questo scenario, escludendo così il reato di "morte in conseguenza di altro reato". Resta in piedi solo l'evidente accusa di cessione di stupefacenti per la tisana a base di ayahuasca consumata collettivamente.

 

Questa ricostruzione ufficiale si scontra però con una serie di dati tecnici e materiali che la famiglia definisce insuperabili. Il primo è l’autopsia: i polmoni di Alex, come i genitori hanno raccontato a il Dolomiti, erano puliti, escludendo l'annegamento, mentre il corpo presentava un violentissimo trauma cranico, costole fratturate, un polmone perforato e un occhio nero. Lesioni che i periti ritennero compatibili con percosse e un'aggressione fisica prima di finire in acqua, piuttosto che con una caduta o il rotolamento sulle rocce. Papà Luca, dopo aver visto il corpo, continua a chiedere come sia possibile cadere da 15 metri senza rompersi un dito del piede e raggiungere il fiume senza che un solo canneto sotto la terrazza della struttura risultasse spezzato. Anche sulla cocaina la famiglia dissente: Alex la definiva la "droga degli sfigati" e l’analisi del capello dimostra che l'assunzione è avvenuta solo a ridosso della morte, sollevando il dubbio che possa essergli stata somministrata a sua insaputa.

 

L'altro grande nodo è la gestione delle prime ore dopo la scomparsa, avvenuta intorno alle 3 del mattino del 30 giugno. I soccorsi sono stati allertati solo all'alba, alle 6, ma ai genitori uno dei partecipanti ha confessato privatamente una versione diversa rispetto alle ricerche di massa verbalizzate: a quell'ora il rito era stato dichiarato finito e tutti erano stati mandati a casa. Al loro arrivo all'abbazia, i genitori hanno trovato una situazione surreale: nessun sigillo, i due curanderos colombiani (le ultime persone ad aver visto Alex vivo per "calmarlo") lasciati allontanare subito perché le forze dell'ordine non capivano la lingua, e i furgoni del catering che allestivano un matrimonio nel pomeriggio mentre le squadre di soccorso parlavano già di possibili depistaggi.

 

La richiesta di archiviazione non fermerà la battaglia. I legali della famiglia, Nicodemo Gentile e Stefano Tigani, hanno già annunciato una ferma opposizione, contestando indagini ritenute lacunose e la facilità con cui sono state prese per buone le parole di testimoni che fin dall'inizio hanno mostrato reticenza.

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