"Cresciuti sotto il regime, i fratelli Gozzer scelsero la Resistenza", lo storico Leveghi racconta il podcast '1945. Fratelli': "L’8 settembre fu il momento della scelta"
Lo storico Davide Leveghi racconta la storia dei fratelli Gozzer, giovani cresciuti nel fascismo e approdati attraverso percorsi differenti alla Resistenza e lancia uno sguardo sul contesto trentino dopo l'armistizio del 1943: la vicenda è al centro del podcast '1945. Fratelli' realizzato dalla Fondazione Museo Storico del Trentino

TRENTO. “Abbiamo deciso di raccontare una storia che non ha tanto un carattere di eccezionalità, ma più che altro un carattere di esemplarità rispetto alle diverse maniere in cui si combatte la lotta di Resistenza”. Con 1945. Fratelli, la Fondazione Museo storico del Trentino chiude il ciclo podcast dedicato agli ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale scegliendo di raccontare una vicenda che attraversa, insieme, la Resistenza italiana e le specificità del contesto trentino negli ultimi mesi del conflitto.
Il podcast ripercorre le storie di Giuseppe, Giovanni e Vittorio Gozzer: tre fratelli cresciuti nel fascismo e approdati, attraverso percorsi differenti, alla Resistenza. A raccontare il progetto a il Dolomiti è Davide Leveghi, autore assieme a Tommaso Baldo e Federica Chiusole, con la collaborazione di Lorenzo Gardumi, Denis Pezzato, Michele Toss e Sara Zanatta.

Dopo l’8 settembre 1943 il Trentino entra infatti nell’Operationszone Alpenvorland, territorio formalmente italiano ma di fatto controllato direttamente dal Reich tedesco: un contesto in cui anche la Resistenza assume caratteristiche differenti rispetto ad altre aree del Paese, soprattutto nelle zone periferiche e montane. “Il Trentino è di fatto l’ultimo territorio, a livello nazionale, in cui avvengono stragi nazifasciste – spiega lo storico – ed è una coda tragica della guerra: in quei pochi giorni tra aprile e maggio 1945 muoiono quasi più persone che nel periodo precedente, quantomeno per mano tedesca”.
La vicenda dei fratelli Gozzer diventa così una lente per leggere le diverse forme della Resistenza: Giuseppe e Vittorio partecipano alla lotta armata, mentre Giovanni sarà il primo rappresentante del Comitato di liberazione nazionale di Trento nei giorni della Liberazione.

Il lavoro, nello specifico, si fonda sulle fonti custodite negli archivi della Fondazione, in particolare su una lunga intervista realizzata nel 1999 a Vittorio Gozzer, il più giovane dei tre fratelli. "Poter ascoltare – osserva Leveghi – la voce di qualcuno che racconta in prima persona la propria esperienza è fondamentale, ed è anche per questo che, secondo noi, questo podcast può avere una marcia in più".
Davide Leveghi, il podcast arriva al termine di un percorso dedicato agli ottant’anni della seconda guerra mondiale. Perché avete scelto di chiudere questo ciclo parlando del 1945 attraverso la storia dei fratelli Gozzer?
Ci siamo inizialmente chiesti come raccontare quell’anno: le idee erano tante, anche perché il Trentino è di fatto l’ultimo territorio, a livello nazionale, in cui avvengono stragi nazifasciste. Il Trentino viene liberato e vede l’ingresso delle truppe alleate dopo la firma dell’armistizio tra le truppe tedesche e quelle anglo-americane: per la sua geografia, quindi, è un territorio necessariamente interessato dalla coda della seconda guerra mondiale. Ed è una coda tragica: in quei pochi giorni, tra aprile e maggio 1945, muoiono quasi più persone che nel periodo precedente, quantomeno per mano tedesca. Abbiamo deciso di raccontare una storia che, secondo noi, non ha tanto un carattere di eccezionalità - sono tanti i fratelli che hanno combattuto nella Resistenza, basti pensare ai fratelli Cervi - ma più che altro un carattere di esemplarità rispetto alle diverse maniere in cui si combatte la lotta di Resistenza.
Può entrare nel dettaglio di queste vite che avete scelto di riportare al presente?
I tre fratelli Gozzer hanno percorsi molto diversi tra loro, che in alcuni casi si sovrappongono e in altri divergono: Giuseppe e Vittorio partecipano alla lotta armata, mentre Giovanni sarà il primo rappresentante del Cln di Trento al momento della Liberazione. Tra aprile e maggio 1945 Giovanni ritorna in Trentino dopo essere stato nel territorio bellunese e dopo aver incontrato rappresentanti anglo-americani: arriva a Trento e tira le fila di quella che era stata fino a quel momento l’esperienza del Cln che nel giugno del 1944 era stato completamente spazzato via. C’è quindi una sua riorganizzazione, che ha il proprio apice il 4 maggio 1945 quando Trento è ormai libera e Giovanni Gozzer è il primo rappresentante, il capo del Comitato di Liberazione di Trento. Lo sarà però per poco, in quanto non è legato ad alcun partito politico: il Cln si organizza infatti subito politicamente, e sono i partiti ad assumere un ruolo fondamentale all’interno di questi organismi.
Prima di proseguire, è utile accennare agli episodi precedenti della serie, che affrontano il 1943 e il 1944.
Quest'ultimo è il quarto podcast realizzato con la Fondazione, e il terzo all’interno di questo progetto triennale con il patrocinio dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri. Parto da una premessa: sono autoprodotti e li consideriamo un mezzo di divulgazione molto utile, efficace e importante. Nel corso del tempo stiamo cercando di affinare sempre di più i nostri strumenti, quindi i podcast hanno sempre anche una dimensione sperimentale. Nel primo caso, raccontando il 1943, abbiamo utilizzato molte fonti di persone che avevano vissuto quei fatti: ne usciva una sorta di mosaico di voci attorno a cinque eventi cardine del settembre 1943, importanti sia sul piano nazionale che su quello locale. Nel caso del 1944 abbiamo fatto un altro ragionamento: ci siamo concentrati su storie forti, capaci di raccontare quell’anno attraverso la vicenda di due soldati italiani che si trovavano al di qua e al di là del fronte che, dopo il settembre 1943, spacca in due l’Italia. Erano due storie molto diverse tra loro, ma accomunate dal desiderio di tornare a casa. In quel caso, però, soltanto uno dei due ce la farà.
Tornando ai fratelli Gozzer, uno degli aspetti più interessanti della loro vicenda è che non nascono antifascisti: crescono dentro il sistema, vengono educati e indottrinati dal regime come milioni di giovani italiani. Quanto è importante oggi raccontare anche questa “zona grigia” della storia, senza semplificazioni?
Quando si guarda al passato si tende a semplificare e va detto che un minimo di semplificazione, quando si raccontano le cose, è anche necessaria. Ma allo stesso tempo bisogna fare costantemente lo sforzo di restituire la complessità della realtà, perché la storia non è altro che la realtà del passato e, come sappiamo, la realtà per definizione è molto sfaccettata. Nel caso dei fratelli Gozzer è interessante vedere il loro percorso di maturazione antifascista, proprio perché è diverso per ciascuno di loro: ci racconta qualcosa su come persone giovani, cresciute durante il regime fascista, inquadrate, mobilitate e indottrinate dal fascismo, arrivino poi ad allontanarsene.
E significativi, in tal senso, sono i percorsi di Giuseppe e Vittorio.
Il fratello più vecchio, Giuseppe, entra in seminario, poi attraversa una crisi di vocazione e trova nel regime fascista una nuova "fede" a cui aggrapparsi: uscito dal seminario, combatte da volontario in Etiopia e poi nella guerra di Spagna. Specifico che noi conserviamo un fondo fotografico di Giuseppe Gozzer sulla guerra di Spagna, con moltissime fotografie della sua esperienza di combattimento insieme ai volontari al fianco dei ribelli di Francisco Franco: lui, convintamente fascista, nell’esperienza della guerra di Spagna matura la rottura con il fascismo. E quando torna decide, nonostante sia richiamato, di non arruolarsi nella milizia fascista ma preferisce andare con i paracadutisti: subito dopo l’8 settembre si dà alla macchia e combatte sui colli romani, organizzando la prima resistenza che proprio allora inizia a strutturarsi. Vittorio Gozzer, invece, come racconta nell’intervista che attraversa il podcast, ed è la fonte principale attorno a cui ruota il racconto, già in gioventù sviluppa un altro rapporto con il fascismo. Dice: “Io ero inquadrato nelle organizzazioni fasciste, ma avevo una resistenza di pelle, di carattere, di estetica nei confronti del fascismo”. Quindi matura l’antifascismo già da giovane.
Nel podcast emerge molto chiaramente il momento dell’8 settembre 1943 come spartiacque personale e politico. Quanto quella data ci parla ancora del significato della parola “scelta” e in che modo può “dialogare” con il presente?
L’8 settembre è un momento chiave anche per questa vicenda, perché è il momento in cui i tre fratelli iniziano effettivamente il loro percorso all’interno del movimento della Resistenza: come detto uno si dà alla macchia a Roma e l'altro, da poco mandato a Fiume, viene catturato dai tedeschi ma riesce a fuggire dal treno diretto in Germania e rientra in territorio trentino. L’8 settembre è il momento della scelta e diventa lo spartiacque perché mette tutti con le spalle al muro: bisogna decidere cosa fare, e lì le traiettorie prendono spesso direzioni inaspettate. Ci sono persone che, pur non essendo convintamente fasciste, decidono comunque di aderire alle formazioni della Repubblica Sociale o di proseguire la guerra al fianco dei tedeschi, in alcuni casi per una "questione d’onore", onore che sarebbe stato suppostamente tradito dai comandi militari e dal re. È molto interessante capire come l’8 settembre costringa gli italiani a decidere: compresi quelli che scelgono semplicemente di tornare a casa, o almeno di provarci, perché non vogliono più saperne di combattere. Molti, come sappiamo, davanti a questa scelta preferiscono la deportazione in condizioni terribili nei campi nazisti pur di non proseguire la guerra al fianco dei tedeschi.
La serie insiste sulla pluralità delle forme della Resistenza: chi combatte in montagna, chi cospira nelle città, chi semplicemente rifiuta di continuare la guerra con i tedeschi. In un tempo in cui il racconto pubblico tende spesso a polarizzare tutto, era anche un modo per restituire complessità storica?
Quando si istituzionalizza la memoria della Resistenza, spesso si procede attraverso un processo di semplificazione e anche di selezione delle memorie più funzionali: per lungo tempo, ad esempio, non è stata considerata Resistenza, mentre ora sì, la scelta dei soldati che si rifiutarono di continuare a combattere e vennero deportati, i cosiddetti internati militari italiani. A lungo, insomma, si è pensato alla Resistenza soltanto come a quella armata in montagna, mentre invece fu molto più ramificata. Da questo punto di vista la storia dei fratelli Gozzer ha un valore esemplare: due fratelli partecipano alla lotta armata e vengono paracadutati in due zone diverse del Nord Italia dopo la liberazione di Roma ed entrambi si trovano nella capitale al momento della liberazione della città, poi decidono di proseguire la guerra. C’è una cosa molto bella che dice Vittorio Gozzer: “Dopo l’8 settembre per me la questione era cominciare a fare la guerra: prima non la volevo fare e, in qualche modo, ero riuscito a non farla. Ora invece la guerra la voglio fare, per cacciare i nazifascisti”. Giovanni, invece, partecipa soprattutto alla cospirazione nelle città, che è un altro elemento fondamentale della Resistenza. E lo è ancora di più in un territorio come il Trentino, che ha caratteristiche peculiari rispetto al resto del Paese.
Raccogliamo l'assist, nel podcast emerge anche il tema delle specificità di alcuni territori rispetto all’occupazione tedesca. Quanto conta il contesto territoriale nel modo in cui si sviluppa la Resistenza?
Conta moltissimo. Dopo l’8 settembre, quando si riorganizza istituzionalmente l’Italia sottoposta all’occupazione tedesca, il Trentino, la provincia di Bolzano, la provincia di Belluno e le province verso Trieste, Fiume e Pola restano de iure sottoposte all’Italia, ma de facto vengono annesse al territorio del Reich. La Resistenza nell’Alpenvorland si sviluppa quindi con modalità molto diverse da una provincia all’altra, e ad esempio in Alto Adige le forme di Resistenza armata sono molto residuali. Per comprenderlo basta dire che, quando arrivano i tedeschi, vengono accolti festosamente dalla popolazione di lingua tedesca, in quanto rappresentano la liberazione da vent’anni di giogo italiano e fascista. La provincia di Belluno, invece, è un territorio dove il ricordo risorgimentale, e soprattutto quello delle violenze subite durante la prima guerra mondiale al momento dell’occupazione tedesca dopo Caporetto, è ancora fortissimo: c’è quindi un senso patriottico italiano molto marcato e, non a caso, sarà una delle province del Nord Italia in cui il movimento resistenziale sarà più forte.
E per quanto riguarda il Trentino?
La provincia di Trento vive una situazione ancora diversa: qui i tedeschi adottano metodi e una politica che cerca di blandire i trentini, di “farseli amici”. I nazisti si accordano con i notabili e utilizzano addirittura una lista di antifascisti che il prefetto fascista Italo Foschi aveva preparato prima dell’8 settembre. Gli stessi notabili vengono convocati dal Gauleiter tedesco con un messaggio chiaro che riassunto potrebbe suonare così: “Qui non vogliamo violenze, se non ci sarà movimento partigiano, noi non vi faremo nulla”. Ai trentini, in sintesi, viene detto che i loro giovani non saranno mandati al fronte e non a caso viene organizzato il Corpo di Sicurezza Trentino, che mobilita i giovani ed è inizialmente finalizzato al mantenimento dell’ordine pubblico. Poi, come sappiamo, il Cst verrà utilizzato anche per azioni antipartigiane. Questo atteggiamento dei tedeschi, va detto, accarezza anche alcune nostalgie asburgiche e i malumori nei confronti del regime fascista: i trentini si sentivano danneggiati dal regime, perché il fascismo aveva investito gran parte delle proprie risorse nell’italianizzazione dell’Alto Adige, sottraendolo di fatto al controllo dei trentini stessi. Non è un caso che la Resistenza armata trentina si organizzi soprattutto nei territori periferici: in Val di Fassa, nel Tesino, nelle zone vicine al Bresciano.
Parliamo delle fonti che avete utilizzato per il podcast, soprattutto una lunga intervista realizzata nel 1999 a Vittorio Gozzer. Quanto cambia il rapporto con la storia quando si può ascoltare direttamente la voce di chi quei fatti li ha vissuti?
Fortunatamente sono state molte, a livello nazionale e internazionale, le iniziative per raccogliere le voci e le fonti orali dei protagonisti dei movimenti resistenziali: da questo punto di vista, anche in futuro, potremo contare su fonti di questo tipo. Per il nostro podcast è stato molto importante: poter infatti ascoltare la voce di qualcuno che racconta in prima persona la propria esperienza è fondamentale, ed è anche per questo che, secondo noi, questo progetto può avere una marcia in più rispetto ai precedenti.
Allarghiamo lo sguardo: il format podcast è diventato uno degli strumenti più forti della divulgazione contemporanea. È così anche per quella storica?
Come Fondazione e come Museo abbiamo il mandato di affrontare il passato e di cercare di divulgarlo: il podcast, in tal senso, è un mezzo che permette di "arrivare" direttamente alle persone. Mi spiego, la ricerca è fondamentale, perché senza non sarebbe possibile nemmeno la divulgazione: la ricerca però, a volte, rischia di chiudersi in sé stessa. Per questo lo strumento divulgativo del podcast è utile per rimettere in dialogo la ricerca con la società, mostrando la storia nella sua complessità. Perché la storia, come dice Marc Bloch, è la scienza degli uomini nel tempo.
Un'ultima battuta. Dopo aver lavorato per anni su storie e testimonianze, qual è l’elemento della vicenda dei fratelli Gozzer che oggi vi sembra più urgente trasmettere al pubblico del 2026?
Con questo lavoro abbiamo cercato di restituire soprattutto l’esemplarità delle loro storie: nell’intreccio delle vicende personali dei tre fratelli troviamo infatti uno spaccato della Resistenza italiana al nazifascismo.












