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Bolzano
15 settembre | 17:26

Gioco d'azzardo: non si gioca solo per vincere, si gioca per non pensare. Tutti i dati in Provincia: maggior incidenza di comportamenti a rischio tra i giovani adulti

Tra i giocatori patologici il gioco diventa spesso un modo per gestire ansia, tristezza e senso di colpa, e sono debiti, litigi e tentativi falliti di smettere a raccontarne il lato più critico

Gioco d'azzardo: non si gioca solo per vincere, si gioca per non pensare
di Redazione

BOLZANO.  C'è un dato, dentro l'ultima fotografia scattata dall'Astat sul gioco d'azzardo in Alto Adige, che vale più di tutti gli altri messi insieme.

 

Tra chi ha un rapporto patologico con il gioco, più di uno su tre non gioca per vincere. Gioca per non sentire. Per allontanare l'ansia, la tristezza, il senso di colpa.

 

Il 37% dei giocatori patologici usa le slot, le scommesse o il gratta e vinci come una specie di anestetico emotivo. È la crepa attraverso cui si vede davvero cosa significhi, per una minoranza non piccola di persone, perdere il controllo su qualcosa che per la maggioranza resta un passatempo innocuo.

 

Perché di innocuo, per la stragrande maggioranza dei sudtirolesi, il gioco lo è davvero. Il 63% della popolazione tra 16 e 76 anni non ha giocato nemmeno una volta negli ultimi dodici mesi.

 

Un altro 32% lo ha fatto senza alcun segnale di problematicità. Resta un 5%, circa 20mila persone su una popolazione di riferimento di 405mila abitanti, che rientra nelle categorie a rischio: il 3% giocatori problematici, il 2% patologici.

 

Numeri piccoli in percentuale, ma capaci di raccontare una storia enorme se si guarda ai valori assoluti, come dimostra il fatto che il fenomeno, tra il 2016 e il 2026, sia cresciuto dal 4 al 5%, un aumento che porta tutto il peso della crescita maschile, salita dal 6 al 7%.

 

Il ritratto che emerge dall'indagine, condotta dall'Istituto provinciale di statistica insieme alla Ripartizione Salute su un campione di 5.993 persone estratte dalle anagrafi comunali, con 2.757 risposte raccolte tra marzo e maggio, è quello di un fenomeno profondamente radicato nella quotidianità più che nascosto negli angoli oscuri del web.

 

Il 69% della popolazione altoatesina ha provato almeno una volta nella vita una forma di gioco d'azzardo. I giochi più diffusi restano quelli più tradizionali e fisici: oltre 230mila persone hanno acquistato gratta e vinci, quasi sempre nella loro forma cartacea, mentre lotto e SuperEnalotto restano un rito quasi automatico per chi entra in un bar o in una tabaccheria.

 

È proprio nei luoghi pubblici, non online, che si gioca di più in assoluto: 110mila persone contro le 34mila che scelgono la rete, meno di una persona su dieci sul totale della popolazione.

 

Ma è qui che i numeri riservano la sorpresa più interessante, quella che ribalta la percezione comune secondo cui sia internet il grande accusato. Tra chi gioca online, il 16% mostra segnali di problematicità e il 7% rientra nella fascia patologica. Tra chi gioca nei luoghi fisici, le stesse percentuali scendono rispettivamente al 7 e al 2%.

 

Il rischio di scivolare in un comportamento patologico è, in proporzione, più che triplo online. Certo, in valori assoluti sono ancora i punti vendita fisici a contare più giocatori problematici in termini numerici, 10.600 contro i 7.600 del web, semplicemente perché il bacino di chi gioca fisicamente è molto più ampio. Ma la concentrazione del rischio racconta un'altra storia, quella di un ambiente digitale che, pur minoritario per diffusione, resta il più fertile per chi ha già una fragilità.

 

Il primo contatto con il gioco, per un altoatesino su tre, avviene prima dei vent'anni. Quasi sempre per caso o per merito degli amici, che restano di gran lunga il canale d'ingresso più citato, mentre pubblicità e social network giocano un ruolo residuale, appena il 3%. E la molla che spinge davvero a giocare, per il 69% delle persone, resta la speranza di vincere qualcosa. Tutte le altre motivazioni, dal passare il tempo alla ricerca di adrenalina fino alla compagnia, si dividono in quote comprese tra il 6 e l'11%, senza che nessuna prevalga davvero.

 

Sono i giovani adulti tra i 21 e i 30 anni a mostrare la maggiore incidenza di comportamenti a rischio, il 9%, quasi il triplo rispetto agli over 50, fermi al 3%. Il genere resta una variabile netta, con gli uomini molto più esposti delle donne sia nel gioco in generale sia nelle sue forme più intense.

 

Anche il titolo di studio pesa, con il gioco patologico più diffuso tra chi ha un livello di istruzione medio basso, e la cittadinanza segna un altro solco, con i valori più alti di problematicità registrati tra le persone di madrelingua diversa da quelle storiche della provincia, spesso cittadini stranieri, un dato che si concentra soprattutto nel capoluogo, dove tra l'altro il 54% della popolazione ha un punto gioco a meno di dieci minuti da casa, contro il 35% degli altri comuni.

 

Dietro le percentuali si affacciano vite concrete. Quasi 19mila persone in Alto Adige hanno debiti, anche se solo 1.300 li attribuiscono esplicitamente al gioco. 2.600 persone sono finite in litigi a causa delle scommesse o delle carte, una quota che tra i giocatori patologici sale fino al 23%, quasi uno su quattro. Circa 2.400 persone hanno provato, senza riuscirci, a smettere. Un altro 20% ci è riuscito solo in parte. Messi insieme, quasi un giocatore su quattro ha sperimentato almeno un tentativo di tenere a bada il proprio comportamento, un dato che da solo smentisce l'idea che il gioco d'azzardo resti sempre una scelta pienamente libera.

 

Chi gioca in modo patologico fuma di più, il 30% contro il 18% della media generale, beve alcolici più spesso durante il gioco, l'8% contro l'1%, e mostra una sintomatologia depressiva più marcata, anche se l'associazione, spiegano i ricercatori, resta un gradiente progressivo più che un salto drammatico. Significativo anche un altro dettaglio psicologico: gli stessi giocatori a rischio sono consapevoli della propria fragilità. Ammettono una maggiore propensione al rischio, più difficoltà a dire no agli amici che li spingono a giocare, più fatica a gestire lo stress senza ricorrere al gioco. Non è dunque un problema di inconsapevolezza, ma di una consapevolezza che da sola non basta a invertire la rotta.

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