Lasciata a morire di stenti, con i denti segati, si nutriva di cartone e lana di roccia: la storia di Kiba, la cagnolona abbandonata tra l'immondizia sul retro di un magazzino
Ridotta in condizioni terribili, pesava 14 chili e i veterinari le avevano dato solo 24 ore di vita. Ora è divenuta il simbolo di una battaglia (anche politica) per cambiare le regole: "Serve il patentino obbligatorio"

BOLZANO. Mangiava lana di roccia, cartone, cipolle e pizza trovate nell'immondizia. Abbandonata quando non era più una piccola cucciola da coccolare, ma un grande cane di cui doversi occupare, è stata lasciata morire in un assordante silenzio.
Poi un giorno mentre aspettava solo la fine, ridotta in condizioni terribili e rannicchiata sul retro di un magazzino, ha incrociato lo sguardo di quello che sarebbe diventato il suo papà umano. Era la sua salvezza, ma Kiba ancora non lo sapeva.
Stefano però si. E quando ha visto quella Pastore Belga Malinois ridotto a pelle e ossa ha capito non solo che era amore, ma che quella giovane cagnolona sarebbe stata il simbolo di una battaglia. Però, come in tutte le storie di vero amore e di coraggio, non è stato facile.
Kiba arriva da cucciola in una famiglia bolzanina come racconta a “il Dolomiti” il suo proprietario, Stefano Pizzo. Quello che quando ti parla di lei si emoziona e piange. “Viveva con dei bambini, poi è diventata semplicemente scomoda. È stata trattata come un oggetto di cui liberarsi, con i denti segati per non far male in caso di morso e lasciata morire lentamente nell’indifferenza più assoluta”, racconta Pizzo.

Questo fino a quando un giorno, qualcuno ha notato ciò che stava accadendo attivando il tam tam silente dello straordinario volontariato bolzanino, affinché si ponesse fine a questo martirio.
Quando il 28 febbraio 2026 Stefano Pizzo e un gruppo di volontari la vanno a recuperare, si trovano davanti una situazione disperata. Kiba pesava 14 chili e 400 grammi.
Era stata privata delle cure più essenziali, aveva vissuto per un lunghissimo tempo in condizioni inimmaginabili. Senza cibo, senza acqua, senza cure.
Lo ripetiamo: le erano stati addirittura segati i denti.

La cagnolona viene messa nelle esperte mani dei veterinari del capoluogo e il verdetto è terribile: “Per lei è troppo tardi: non ha più di 24 ore di vita”.
Ma Kiba non era d'accordo, e lo ha valuto dimostrare a tutti.
“Il lavoro con i volontari è stato eccezionale – racconta Stefano – Va oltre la medicine, oltre le cure. Sono importantissimi. Quando abbiamo accolto Kiba in famiglia sapevamo che sarebbe servito un miracolo. Che forse sarebbe rimasta qualche ora. Ma abbiamo voluto provarci”.
Serviva un miracolo. E il miracolo è stata lei stessa.
“Non so come, ma ha trovato dentro di sé la forza per resistere. Le 24 ore sono diventate 48 e poi 72 e poi sempre di più. Ha ricominciato a mangiare, a prendere forza. A fidarsi delle persone e a guardarle senza paura”, spiega ancora Stefano.
Kiba è fortissima e lo dimostra subito. Ma anche la sua nuova famiglia non scherza. Non l'hanno mai mollata, mai. Sofia, la figlia di Stefano, ha avuto per lei una devozione immediata e totale. Tutti le stanno accanto, sempre. Anche in quei primi cinque giorni in cui Kiba si rifugia solo ed esclusivamente all'interno dell'auto dei suoi salvatori. Troppo spaventata per poter uscire. Quella macchina è il suo unico posto sicuro.
“Le abbiamo portato da mangiare anche otto o dieci volte al giorno per farle capire che ce n’era sempre e che non era più sola. Che noi eravamo lì per lei”, prosegue Stefano.
E Kiba lo ha capito. Eccome se lo ha capito. Oggi pesa 23 chili, gioca e corre. Ama e viene amata profondamente.
“Le ferite fisiche stanno lasciando spazio alla guarigione, mentre quelle psicologiche richiederanno ancora tempo, pazienza e lavoro. I traumi dell'abbandono e del maltrattamento non scompaiono in pochi mesi, ma ogni giorno rappresenta una nuova conquista”, racconta ancora Stefano.

La sua storia, però, va oltre il salvataggio di un singolo cane.
“Sin dal primo giorno abbiamo promesso a lei e a noi stessi, che se Kiba si fosse salvata avremmo avviato una campagna di sensibilizzazione affinché queste situazioni non abbiano a ripetersi – spiega Stefano - Perciò vorremo che Kiba diventi il simbolo di tutti quegli animali che soffrono nel silenzio, invisibili agli occhi del mondo. È la testimonianza concreta di quanto l'abbandono e il maltrattamento possano distruggere una vita, ma anche di quanto l'impegno delle persone possa restituirle dignità e futuro. L'obiettivo oggi è trasformare la sua rinascita in un messaggio di sensibilizzazione. Non per rappresentare una singola realtà associativa, ma per sostenere idealmente il lavoro di tutti coloro che si battono per la tutela degli animali”.
E da quella promessa, sussurrata quando Kiba lottava tra la vita e la morte, è nata "Loki’s Rising".
Una nuova associazione di promozione sociale dedicata al mondo cinofilo, fondata insieme all’educatore Mauro Laureti di Laives con un obiettivo tanto immenso quanto necessario: stringersi in una rete tra volontari, veterinari e istituzioni, per fare scudo, prevenire e proteggere chi non ha voce.
Ma Stefano Pizzo guarda ancora più lontano. Perché la ferita di Kiba sanguina ancora e per fermarla serve una rivoluzione culturale. Una rivoluzione che si traduca in regole scritte.
"Chiunque oggi può acquistare o adottare un cane, anche razze estremamente impegnative come il Malinois, senza alcuna preparazione. Questo deve cambiare. Deve. Non basta amare gli animali: bisogna essere in grado di gestirli. La politica deve subito prendere in mano questo concetto e noi ci stiamo muovendo su tutti i piani, dal provinciale al nazionale, perché questo accada. Non molleremo di un centimetro".
La proposta è un atto di civiltà: introdurre un vero e proprio patentino. Un percorso obbligatorio, un documento che certifichi l’idoneità e la reale consapevolezza di chi sceglie di accogliere nella propria vita determinate razze.
"Non sarebbe una limitazione, ma una tutela. Per il cane, prima di tutto, e anche per le persone. Un animale non è un capriccio né un regalo. È una responsabilità che può durare quindici anni. Bisogna che sia chiaro anche normativamente".
Per Stefano, la storia di Kiba mostra l’abisso profondo dell’incoscienza umana, ma anche la luce accecante di chi decide di restare e lottare.
"Kiba oggi è viva. Ma ci sono tanti altri animali che continuano a soffrire nel silenzio. Nemmeno troppo lontano: basta andare nelle gabbie del canile sanitario della Sill. Un posto che la politica dovrebbe finalmente riaprire all’aiuto e all’amore dei volontari. Da subito. Se la rinascita di Kiba riuscirà anche solo a evitare che un altro cane debba vivere quello che ha vissuto lei, allora tutto questo dolore avrà avuto un senso".












