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| 13 ottobre | 20:07

“Lo sentivamo, ci chiedeva di continuare a scavare”. Estratto vivo dopo 27 ore, la soccorritrice racconta l'incredibile intervento in Sardegna: “Era vigile, ci rispondeva”

Le dichiarazioni di Manuela Mulargia sulle 27 ore di scavi in Ogliastra: “È stato un intervento quasi minerario. Il continuo dialogo con il ragazzo ci ha dato la forza di lottare contro il tempo”

“Lo sentivamo, ci chiedeva di continuare a scavare”
di Maria Vittoria Letrari

URZULEI/BAUNEI. “Un intervento del genere non c’era mai capitato: parliamo di uno scenario quasi minerario”. A raccontarlo a il Dolomiti è Manuela Mulargia, vice delegata del Soccorso Alpino e Speleologico della Sardegna, ancora colpita dall’eccezionalità dell’operazione. Una visione in prima persona del soccorso straordinario avvenuto tra domenica e lunedì, in una strettissima grotta nella provincia dell'Ogliastra, dove uno speleologo di 31 anni del Sassarese è stato salvato dopo esser stato sepolto in seguito a un cedimento: 27 ore ininterrotte di lavoro, dove difficoltà tecniche estreme, spirito di squadra ed emozioni profonde si sono intrecciate in una corsa contro il tempo.

 

“Siamo tutti volontari – inizia Manuela Mulargia -: quando è arrivata la chiamata, ognuno di noi ha lasciato quello che stava facendo e si è messo in marcia”. I primi a raggiungere la zona sono stati tre tecnici e un sanitario a bordo dell’elisoccorso, mentre il resto della squadra ha proseguito a piedi.

 

Le prime enormi difficoltà sono nate proprio dalla posizione e dalla natura del luogo: “La grotta si trovava ad almeno un’ora di trekking dal punto in cui abbiamo lasciato le auto”, precisa Mulargia.

 

Una volta arrivati sul posto, i soccorritori si sono trovati davanti uno scenario estremamente complesso. Lo spazio era piccolissimo e segnato da diverse frane. “Sentivamo la voce del ferito in fondo, ma era lontano e completamente ricoperto da detriti”, spiega Mulargia.

 

Da quel momento è iniziato un lavoro estenuante, lento e preciso. Ogni singolo masso doveva essere rimosso a mano. Un’operazione mai effettuata prima dalla squadra: “Di solito interveniamo anche a centinaia di metri dall’ingresso, ma raggiungiamo il punto e recuperiamo la persona con le corde. Questa volta era diverso: sembrava di stare in miniera. Abbiamo dovuto scavare tra le macerie e mettere in campo competenze da carpentieri, con il supporto di tecnici altamente specializzati”.

 

“Siamo riusciti a individuare prima la calotta del casco, poi la mano, il braccio e infine tutto il resto”. Il momento di sollievo arriva per i volontari dopo un’intera giornata di impegno. A mantenere viva la speranza da entrambe le parti è stato il dialogo costante tra la squadra e il ferito. “Lui era sempre vigile, orientato e lucido. Ci rispondeva, ci chiedeva di continuare a scavare per liberarlo e ci dava persino indicazioni su come muoverci”, racconta Mulargia. “È stato davvero fortissimo: resistere per tutte quelle ore, sepolto vivo, senza mai perdersi d’animo o lasciarsi andare, richiede una forza enorme. Sentire il rumore del nostro lavoro lo manteneva attivo. Ma quel contatto è stato fondamentale anche per noi: sentirlo parlare e risponderci ci dava la carica e la speranza per andare avanti”.

 

In contesti così estremi, saper gestire le proprie emozioni diventa fondamentale tanto quanto la bravura tecnica. “Sul momento la fatica non la senti nemmeno – spiega Mulargia –: c’è tantissima adrenalina e vai avanti perché sai che c’è una persona che ha bisogno di te”. “La paura c’era – aggiunge però–, la situazione era davvero seria e avevamo tutti motivo di essere preoccupati, ma bisogna contenerla. Rimanere concentrati sul lavoro e sulle operazioni ti tiene occupato e ti aiuta a non farti schiacciare dalle emozioni: in quel momento stai lottando per salvare una vita umana e devi solo dare il massimo”.

 

“Eravamo in tanti, ma chi è del settore conosce la complessità di questo tipo di interventi”, precisa la vice delegata. “All’interno del cunicolo potevamo lavorare solo in tre alla volta: ci servivano continui turni di ricambio”.

 

Solo al campo avanzato hanno operato circa quaranta persone, oltre ai tecnici impegnati nella difficile gestione logistica. “Ognuno sapeva esattamente cosa fare, uniti dall’unico obiettivo di salvarlo – aggiunge –. Servivano braccia per trasportare i materiali lungo l’ora di cammino per il campo base. È stato fondamentale il supporto degli elicotteri dell’Aeronautica Militare e dei Vigili del Fuoco per i carichi pesanti, ma anche quello dei tecnici che facevano la strada a piedi per portarci acqua e viveri”.

 

Le ore di fatica, paura e lavoro di squadra sono state infine ripagate dal salvataggio del giovane. Un’emozione unica, che Manuela Mulargia ci racconta così: “Quando lo abbiamo visto uscire ci siamo sentiti tutti immensamente soddisfatti. Non era affatto scontato, eravamo contentissimi. Ora aspettiamo solo di poterlo abbracciare non appena si sarà ripreso e uscirà dall’ospedale”.

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