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Trento
23 ottobre | 09:26

Minacce di violenze, stupri di gruppo e allarmi bomba, l'esperto: "Mondo social fuori controllo, ma influenza le nostre vite: il fenomeno rischia di diventare pandemico"

Lo psicoterapeuta Alberto Pellai commenta i gravi fatti degli ultimi giorni: "Questo genere di messaggi aumenta vertiginosamente il livello d’ansia e di preoccupazione, sia nei ragazzi che nel mondo adulto. Si tratta di un effetto diretto che amplifica il fenomeno del ritiro sociale, oggi rappresentativo di uno dei principali problemi di salute mentale"

Minacce di violenze, stupri di gruppo e allarmi bomba, l'esperto
di Maria Vittoria Letrari

TRENTO. “Tutto ciò è la prova più evidente di come il mondo dei social sia ormai fuori controllo e capace di direzionare le nostre vite”. È il duro commento dello psicoterapeuta Alberto Pellai di fronte ai recenti inquietanti avvenimenti che hanno coinvolto tantissimi giovani.

 

Negli ultimi sette giorni, infatti, si sono diffusi rapidamente nei gruppi di studenti di diverse province del Nord Italia messaggi d’allarme che annunciavano imminenti atti di violenza, aggressioni e stupri di gruppo (Qui articolo).

 

“Il dato di fatto — spiega Alberto Pellai — è che questo genere di messaggi aumenta vertiginosamente il livello d’ansia e di preoccupazione, sia nei ragazzi che nel mondo adulto. Si tratta di un effetto diretto che amplifica il fenomeno del ritiro sociale, oggi rappresentativo di uno dei principali problemi di salute mentale.” Si riesce a dire ai ragazzi sia “andate fuori e spaccate tutto”, sia “restate a casa e non andate a scuola perché è pericoloso”.

 

Ma cosa spinge i giovani a seguire determinati comportamenti promossi sui social media? Sono diversi fattori che si uniscono, a partire dalla natura strutturale dei social, fino alle caratteristiche fisiologiche dei giovani.

 

Andiamo per ordine: “I giovani sono immaturi per definizione – inizia Pellai -: devono evolvere e imparare a non far esplodere la rabbia in modo distruttivo, ma a direzionarla e gestirla in modo costruttivo. In loro c’è un profondo bisogno di appartenenza e protagonismo e la loro straordinaria energia di corpo e mente non si è ancora trasformata in competenza”.

 

È proprio facendo leva su queste vulnerabilità emotive e sulla ricerca tipica d’identità dell’adolescenza che i messaggi virali riescono a fare breccia, trasformando fragilità in slanci d’azione.

 

“Fino a 15 anni fa - continua lo psicoterapeuta - questo bisogno veniva incanalato attraverso lo sport, lo scoutismo, le bande musicali o le parrocchie. Oggi, invece, ci troviamo in un mondo in cui l'offerta di ambienti educativi e aggregativi esterni si è desertificata. Questa situazione rappresenta una vera e propria call to action per il mondo reale, affinché riporti i ragazzi al suo interno. Soltanto così possiamo proteggerli dall'enorme potere additivo e alienante di ciò che è entrato nelle loro camerette: una calamita gigantesca che li trattiene al chiuso e che, quelle rare volte in cui li spinge fuori, li può portare a compiere le azioni peggiori”.

 

A ciò si aggiunge la struttura propria dei social media, dove la mancanza di verificabilità delle fonti, l’imputabilità delle azioni e l'assenza di un vero controllo diventano il terreno ideale per la propagazione di simili contenuti.

 

“È necessaria una totale ricostruzione del codice etico – afferma Pellai –, di cui devono essere chiamati a rispondere non soltanto gli utenti, ma i gestori stessi delle piattaforme. Il digitale è un potente incitatore alla violenza ed è saturo di contenuti degradanti”.

 

C'è poi un altro aspetto fondamentale: il mondo digitale ci ha abituati al "tutto e subito", annullando lo sforzo, quando invece i traguardi importanti richiedono tempo e impegno. “Il contesto digitale – sottolinea Pellai – è unicamente gratificante e immediato: di fronte a un disaccordo, lo scontro appare come la soluzione più facile. Un'opzione del tutto errata, che però per le dinamiche della rete non costituisce un problema”.

 

L’esperto chiude con una riflessione sulla reale portata di questi contenuti, avvertendo che, senza un cambio di rotta, le conseguenze potrebbero essere imprevedibili: “Se fossimo in grado di distinguere ciò che è falso da ciò che è vero, la situazione sarebbe diversa. Ma la vera domanda è: qual è il potere di questo sistema per cui una notizia falsa e allarmante diventa di dominio pubblico e altera il comportamento di così tante persone? Ciò dimostra che siamo inermi e impotenti: non siamo ignoranti, ma non possediamo i criteri per valutare la veridicità di ciò che vediamo. Se queste sono le 'prove generali' di un fenomeno che nei prossimi anni rischia di diventare pandemico, la conseguenza è la totale perdita di orientamento tra ciò che è reale e ciò che non lo è. È fondamentale mantenere uno sguardo critico e chiedere conto direttamente alle piattaforme”.

 

Proprio su questi temi si sviluppa la riflessione del suo libro, “Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni” uscito appena una settimana fa.  

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