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Trento
23 ottobre | 18:34

Giovani in piazza da Parigi a Milano (e Trento). L'analisi: "La violenza? Per alcuni meccanismo emulativo ma non basta reprimere. Bisogna capire il disagio giovanile"

"Il riferimento a 'uno Stato che non ci vede' deve farci riflettere. È evidente, di fronte a una presa di posizione simile, che ci sia una richiesta di riconoscimento e di partecipazione da parte di giovani che si sentono esclusi". L'analisi di Katia Pilati, professoressa dell'Università di Trento, dopo le ultime proteste giovanili

Giovani in piazza da Parigi a Milano (e Trento)

TRENTO. Tra il caro vita e le problematiche del mondo della scuola, tra manifestazioni pacifiche e disagi, saccheggi e scontri con le forze dell'ordine. Tra richieste di norme più severe e strumentalizzazione politica, passando per i grandi temi che, da mesi, interessano il dibattito politico in Italia e non solo. Sono molti i fattori dai quali è possibile partire per analizzare quanto accaduto in questi giorni in particolare a Milano – situazioni analoghe, ma di intensità minore, si sono registrate anche a Bologna e Torino con alcuni disordini avvenuti anche a Trento – dove ha preso piede un movimento di protesta giovanile, in parte spontaneo, che ricalca per certi aspetti quanto da settimane ormai si sta vedendo in Francia.

 

E proprio come in Francia però, spiega a il Dolomiti Katia Pilati, professoressa ordinaria al Dipartimento di Sociologia dell'Università di Trento, le varie forme – e le varie tipologie – di protesta vanno innanzitutto differenziate e comprese, per evitare di appiattire l'analisi, dice, su un'equivalenza che sempre più spesso si sente ripetere: “Quella tra i giovani che vivono nelle aree periferiche, in particolare quelli di seconda generazione, e una cultura della violenza che nasce come risposta a condizioni sociali e di vita svantaggiate”. Ma procediamo con ordine.

 

Innanzitutto, infatti, le proteste vanno distinte. “Viviamo un momento intenso di proteste giovanili a livello generale – dice Pilati – ma le forme di mobilitazione sono diverse. Lo stesso universo della cosiddetta Gen Z, dei giovanissimi, degli studenti, è molto eterogeneo e presenta varie anime al suo interno”.

 

In Francia, già nelle scorse settimane, a scendere in piazza sono inizialmente stati soprattutto i liceali, spinti da un malcontento radicato nelle particolari condizioni del sistema scolastico e universitario francese. “In primis le proteste si sono concentrate sull'accesso a un sistema universitario percepito come discriminatorio e sulle condizioni delle scuole in periferia. Questioni specifiche, in parte legate al sistema educativo, che si intrecciano però con rivendicazioni più generali sulle diseguaglianze sociali vissute dai giovani”. Da un punto di vista sociologico, premette la professoressa, è presto per poter trarre analisi compiute perché non abbiamo ancora evidenze empiriche sistematiche, ma è certo è che queste prime proteste hanno avuto un'organizzazione precisa, alla quale hanno contribuito anche sindacati e organizzazioni studentesche.

 

“Diversa è invece la componente emersa negli ultimi giorni – aggiunge Pilati – molto più slegata dai gruppi organizzati, molto più spontanea. In entrambi i casi i protagonisti sono Gen Z, ma le mobilitazioni sono chiaramente diverse”. E proprio l'evoluzione della protesta da un background di manifestazioni organizzate a un'espressione caratterizzata da una maggior spontaneità – e viralità: i social media hanno naturalmente fornito la cassa d'amplificazione e aggregazione per eccellenza – può aiutare a capire il passaggio dalla Francia all'Italia.

"E' probabile che ci sia stato un processo di imitazione e diffusione - spiega infatti la professoressa - legato alle immagini arrivate e all'uso dei social, tra quello che abbiamo visto in Francia e quanto si è verificato, successivamente, in diverse città italiane. Molti dei giovani che hanno preso parte alle proteste e ai disordini registrati a Milano domenica scorsa si sono ritrovati grazie a degli hashtag, a una sorta di coordinamento online decisamente spontaneo. Si tratta di una dinamica molto diversa da quella di una protesta organizzata, come quelle che abbiamo osservato tra licei e studenti”.

 

Quanto avvenuto a Trento martedì scorso ne è un esempio lampante: la manifestazione organizzata dagli studenti del Tambosi per protestare contro il possibile boicottaggio delle gite scolastiche era regolarmente autorizzata. A causare disagi e disordini – che hanno, infine, portato all'interruzione della manifestazione stessa – sono stati alcuni gruppi di giovani di altre scuole, che hanno colto l'occasione per compiere atti di vandalismo in diverse zone della città. E da Parigi a Milano fino a Trento, su quella violenza tende ad appiattirsi spesso la narrazione della manifestazione a livello generale “mettendo in secondo piano le rivendicazioni degli studenti, che in Francia hanno manifestato in maniera pacifica, spesso accompagnati da genitori e insegnanti. Così si mette da parte la complessità e si fornisce una narrazione polarizzante”.

 

Narrazione che, naturalmente, viene raccolta da chi cerca di sfruttare politicamente la situazione, chiudendo a priori a un'analisi tanto importante quanto divisiva: quella legata al significato delle violenze stesse. Di fronte a forme di mobilitazione diverse infatti, spiega ancora Pilati, i messaggi e i linguaggi utilizzati da una parte – quella degli studenti che hanno manifestato in modo pacifico– risultano tendenzialmente chiari ed espliciti: “Ma anche gli atti violenti vanno presi in considerazione. Alcuni dei ragazzi protagonisti di tali atti, davanti ai giornalisti, hanno dichiarato di 'spaccare' per protestare contro 'lo Stato che non ci vede'. Limitarsi a definirli violenti, a guardare solo all'azione aggressiva, è riduttivo”.

 

Le violenze, i danneggiamenti, gli atti di vandalismo vanno condannati, certo: ma quando a compierli sono gruppi numerosi di ragazzi, in buona parte minorenni, il disagio che alimenta quella violenza deve essere compreso per prevenirne un aggravamento. Il linguaggio securitario e le opzioni repressive prontamente offerte da diversi esponenti del centro-destra italiano possono essere uno strumenti di gestione delle conseguenze: non risolvono però certo le cause primarie di un sentimento di rabbia e sconforto generalizzato, frutto anche di un contesto nazionale – e internazionale – che evidentemente pesa particolarmente sulle generazioni più giovani.

 

Non si tratta, in altre parole, di assolvere i colpevoli, ma di cercare di comprenderne il disagio.

 

“Il riferimento a 'uno Stato che non ci vede' deve farci riflettere – continua Pilati –. È evidente, di fronte a una presa di posizione simile, che ci sia una richiesta di riconoscimento e di partecipazione da parte di giovani che si sentono esclusi. Il problema è che a mancare, spesso, sono le forme di aggregazione attraverso cui tale partecipazione può avvenire. Tanto nel contesto francese quanto in quello italiano, non si tratta di giovani che decidono di distruggere e saccheggiare negozi e centri storici spinti da un'indole aggressiva o da una cultura giovanile violenza e riconducibile al disagio vissuto. Il disagio socio-economico è una condizione ricorrente in una società e può esprimersi anche in ritiro e malcontento sociale. La violenza politica non è l'unica sbocco possibile. La ricerca sociologica mostra come bisognerebbe piuttosto capire i contesti vissuti dai giovani, incluse le loro relazioni, il ruolo degli spazi di aggregazione nei quartieri in cui vivono utili per trasformare bisogni individuai in iniziative collettive, evitando l'equivalenza tra giovani, periferie, mancanza di opportunità e violenza”.

 

La domanda più difficile, a questo punto, è cosa si possa fare davanti a un contesto tanto complesso? “La risposta non può arrivare solo in termini di sicurezza e repressione. Così si lavora sulle conseguenze, non sulle cause. Bisogna dialogare con i giovani protagonisti delle proteste, aprire canali istituzionali per capire le loro rivendicazioni e agire sulle cause profonde. Servono tavoli di confronto capaci di rispondere alla diversità delle rivendicazioni: da una parte quelle legate alla scuola, dall'altra quelle più socio-economiche e di riconoscimento e partecipazione alla vita collettiva”.

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