Contenuto sponsorizzato
FVG
25 giugno | 19:40

"Non avremmo mai fatto passare i carri armati". A 35 anni dall'indipendenza slovena il racconto del senatore Menia: "Cossiga chiamò Fini, poi la grande manifestazione"

Nel giorno del trentacinquesimo anniversario dall'indipendenza della Slovenia, il senatore Roberto Menia racconta a il Dolomiti quei giorni e le implicazioni che questo evento storico hanno avuto anche nel nostro Paese: dai carri armati bloccati in Slovenia e il possibile passaggio per Trieste alla telefonata del presidente Cossiga a Fini, fino alla grande manifestazione in città

TRIESTE. “Non avremmo fatto passare i carri armati jugoslavi in nessun caso, ci saremmo gettati a terra come i ragazzi di Budapest”. Nel giorno in cui ricorre l'indipendenza della Slovenia avvenuta il 25 giugno del 1991, il senatore di Fratelli d'Italia Roberto Menia racconta a il Dolomiti di quando fu testimone di un periodo nel quale, ancora una volta, la grande storia avrebbe interessato Trieste. Nel quale la storia di Trieste, e di tutto il paese, furono coinvolte nel processo di indipendenza della repubblica di Slovenia.

 

Oggi 25 giugno ricorre infatti la festa nazionale slovena, che rimanda all'indipendenza dalla Jugoslavia dichiarata 35 anni fa esatti, quasi a sorpresa per prendere in contropiede il governo centrale di Belgrado. Era di fatto la prima spallata di quella che passerà alla storia come la disgregazione della Jugoslavia, che per la Slovenia avrebbe sancito l'inizio della cosiddetta guerra “dei dieci giorni”, questa fu la durata di quel conflitto armato, ma che da lì a poco avrebbe trascinato i Balcani occidentali in una guerra sanguinosa e durata praticamente per tutto il decennio a seguire, senza tuttavia che le tensioni nell'area venissero mai del tutto sopite fino ai giorni nostri. Un conflitto breve, quello combattuto in Slovenia, ma che ebbe ripercussioni importanti anche in Italia, e, come accennato, nella vicina Trieste, e che generò momenti di grande tensione in città.

 

Quando le ostilità cessarono con gli accordi di Brioni del 7 luglio, il contingente jugoslavo era ormai in ritirata, poiché sebbene inizialmente i carri armati riuscirono a prendere possesso delle principali postazioni militari della frontiera slovena, ben presto non fu più in grado di sostenere le ripetute incursioni in stile guerriglia messe a segno dalla milizia slovena, costituita in buona parte da forze di polizia locali, che causarono in totale oltre quaranta morti tra le file federali. Ma fu allora che i carri armati jugoslavi videro la propria linea di ritirata preclusa perché nel frattempo si erano accesi i primi fuochi della rivolta anche nella frapposta Croazia, che finirono per isolare le forze jugoslave che rimasero tagliate fuori dal principale collegamento con Belgrado.

 

Senza più la possibilità di rientrare via terra, ecco che iniziò presto a farsi largo un'ipotesi tutt'altro che inverosimile: far transitare i carri armati con la stella rossa attraverso il suolo italiano, secondo un ipotetico tragitto che partendo da Postumia li avrebbe visti attraversare l'abitato di Opicina e le strade di Trieste, fino al loro imbarco al Porto Vecchio per imbarcarsi alla volta delle coste del Montenegro. Una prospettiva che a molti cittadini avrebbe riportato alla mente il drammatico periodo dell'occupazione jugoslava di Trieste di oltre quarant'anni prima, in quel momento un ricordo ancora piuttosto nitido in città.

 

“L'empasse dei carri armati bloccati in Slovenia durò diverse settimane – ricorda Menia – e molto presto si iniziarono a sentire voci di un loro possibile passaggio per Trieste. Arrivò così il 5 di ottobre, io mi trovavo a Verona per il matrimonio di Nicola Pasetto, amico ed anch'egli deputato dell'allora Msi. Con me c'era anche Gianfranco Fini con il quale avevo uno stretto rapporto. Ricordo perfettamente che a un certo punto Fini riceve una telefonata dal presidente Cossiga e mi riferisce subito che sarebbe potuto accadere qualcosa di incredibile, perché Cossiga si era dimostrato accondiscendente a far passare i carri armati per Trieste. Lo aveva chiamato chiedendogli esplicitamente di non esagerare coi toni. Fu così che il giorno dopo, il 6 Ottobre, organizzammo una grande manifestazione in piazza della Borsa a Trieste nella quale io dissi che se necessario avremmo fatto come i ragazzi di Budapest distesi in strada perché per dire apertamente che i carri armati per di qua non ci dovevano passare”.

 

Secondo la linea iniziale di Cossiga, condivisa anche dai più alti esponenti del Pci tra cui Giorgio Napolitano, concedere ai mezzi militari di passare per Trieste avrebbe potuto contribuire ad attenuare, almeno provvisoriamente, gli scontri nei Balcani e favorire la pace, ma trovò l'opposizione di buona parte della cittadinanza di Trieste, non solo quella riconducibile ai partiti di destra ma, tra gli altri, anche della Lista per Trieste e dalla Dc, come nel caso dell'allora sindaco Franco Ricchetti che sulla vicenda chiese insistentemente spiegazioni a Roma.

 

Ma a rompere lo stallo, da lì a poco, sarebbe giunto l'annuncio dalla sede della Cee in Olanda del sottosegretario degli esteri Claudio Vitalone, secondo il quale l'imbarco dei mezzi militari sarebbe avvenuto nel porto di Capodistria, nella neonata repubblica di Slovenia, a specifiche condizioni, facendo così rientrare la crisi triestina.

 

“Noi come Msi avevamo una posizione molto forte – conclude il senatore Menia - nonché irredentista, perché in quei momenti in cui andavano a ridefinirsi gli stati dell'ex Jugoslavia sostenevamo il diritto di ridiscutere il trattato di Osimo, che venne stipulato dall'Italia con un paese, la Jugoslavia, che non esisteva più. Io stesso andai a issare la bandiera a Capodistria, bisognava ridiscutere tutto e per un periodo si parlava di un 'Osimo bis', in cui volevamo rivendicare tutto ciò che era possibile in modo da ottenere almeno qualcosa, ma questo non avvenne mai”.

 

L'ultimo capitolo di questa vicenda interessante per la storia del confine orientale, di Trieste e dell'Italia, può infine essere ricondotto al 3 Novembre 1991, data nella quale Francesco Cossiga venne a Trieste, forse anche in segno di riconciliazione con la città, recandosi in commemorazione ufficiale al monumento della Foiba di Basovizza, e diventando il primo presidente della storia della repubblica italiana a compiere tale gesto.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Società
| 25 giugno | 19:45
L'artigiano Renato Gonzo dal 2014 lavora il cuoio nel suo laboratorio in Valsugana e si racconta, dall'incontro durante il servizio [...]
Cronaca
| 25 giugno | 19:05
Il punto di Giacomo Poletti: “Da martedì 30 si cambia aria, settimana prossima sarà poi tutta su valori normali, in particolare da giovedì 2 [...]
Cronaca
| 25 giugno | 18:27
Alcuni studenti hanno iniziato a non sentirsi bene, poi i sintomi di alcuni di loro sono peggiorati ed è stato richiesto l'intervento del [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato