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| 21 agosto | 18:37

"Se non ne parliamo in classe, si informano online": il nodo dell'educazione affettiva a scuola e la sfida del referendum

Referendum abrogativo al via: raccolte oltre 50mila firme in quattro giorni contro il "consenso informato" dei genitori introdotto dal governo

"Se non ne parliamo in classe, si informano online": il nodo dell'educazione affettiva a scuola e la sfida del referendum
di Redazione

BOLZANO. In Italia oggi esiste la legge del 9 giugno 2026, n. 104 che limita moltissimo la possibilità di parlare di affettività e sessualità a scuola: vietata alle elementari e alle materne, permessa alle medie e alle superiori solo con un permesso scritto dei genitori. Proprio contro questa legge è partita una raccolta firme per un referendum, che sta facendo discutere parecchio.

 

La normativa attuale quindi è piuttosto rigida. Vieta del tutto di trattare temi legati alla sessualità nelle scuole dell'infanzia e nelle primarie. Alle medie e alle superiori, invece, introduce il cosiddetto "consenso informato", come più volte ribadito dalla premier Giorgia Meloni: “Ogni genitore ha il diritto di sapere e di essere consapevole di ciò che viene insegnato ai propri figli”. Per questo ogni scuola deve chiedere ai genitori un'autorizzazione scritta, con sette giorni di anticipo, per ogni singola attività sul tema. Gli studenti che non hanno il permesso vanno allontanati dall'aula.

 

Sul tema quindi il governo ha un'idea ben chiara. Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara difende le norme attuali, sostenendo che in questo modo si "tutelano i bambini dalla confusione gender". E la presidente del Consiglio Meloni è intervenuta più volte, spiegando la sua posizione: "La famiglia rimane il luogo primario dell'educazione dei figli e la scuola rappresenta un'alleata". Ha poi precisato che "la biologia, il funzionamento del corpo umano e le informazioni sulle malattie sessualmente trasmissibili sono già presenti nei programmi”.

 

Non tutti però la vedono così. Associazioni come Cittadinanzattiva parlano apertamente di un "passo indietro" rispetto al passato.

 

È da questo dibattito, e dal malcontento di chi vede nella legge un passo indietro, che nasce l'idea di andare oltre le parole e provare a cambiare le cose con un referendum. A far partire la raccolta firme è stato Fabrizio Marrazzo, fondatore del partito “Gay – LGBT+, Solidale, Ambientalista, Liberale” e attualmente portavoce del comitato “Sì, educazione affettiva nelle scuole”.

 

“Volete che sia abrogata la Legge 104 del 9 giugno 2026, recante “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 142 del 22 giugno 2026?”. È il quesito del referendum proposto dal comitato con l'obiettivo di togliere le restrizioni previste dalla legge Valditara.

 

L'obiettivo è arrivare a 500mila firme, come previsto dalla legge sui referendum. In quattro giorni ne sono state raccolte già più di 50mila: un segnale che il tema sta a cuore a molte persone.

Il comitato ha diffuso un video, creato una pagina Facebook e un sito dedicati alla campagna per spiegare come aderire al referendum: "Eliminando queste norme, l'educazione sessuale e affettiva tornerà a essere un'attività scolastica inclusiva, equiparata alle altre scelte extracurriculari approvate da genitori, docenti e studenti tramite i Piani triennali dell'Offerta Formativa". In pratica, vorrebbero che questi temi entrassero a far parte della normale programmazione scolastica, senza tutti i passaggi burocratici attuali.

 

In questo dibattito ha espresso la propria opinione anche l'Ordine degli Psicologi, con una lettera inviata dalla Presidente del Consiglio Nazionale (CNOP) Maria Antonietta Gulino​ direttamente a Giorgia Meloni, a Valditara e alla ministra Eugenia Roccella. E qui il discorso, dal punto di vista tecnico, cambia: non si parla più solo di opportunità politica, ma di salute psicologica dei ragazzi. Gli psicologi scrivono in modo diretto e tecnico: "L'atto di vietare può costituire un pericoloso ostacolo allo sviluppo sessuale, affettivo e relazionale di bambine e bambini e dei giovani".

 

E aggiungono un punto che pesa parecchio: “Se a scuola non se ne parla, i ragazzi non smettono certo di informarsi da soli. Semplicemente, lo fanno altrove, spesso male, in assenza di spazi educativi qualificati, le ragazze e i ragazzi rischiano di formarsi su fonti non attendibili o materiali diseducativi facilmente reperibili online, interiorizzando modelli relazionali fondati su disinformazione o stereotipi".

 

Il punto centrale della lettera è che l'educazione affettiva non è un capriccio ideologico, ma uno strumento di prevenzione vero e proprio. Gli psicologi collegano chiaramente questo tema alla violenza di genere, in un momento in cui i dati sui femminicidi aumentano e come ha ammesso la Meloni, "un fenomeno grave e diffuso". Per l'Ordine, percorsi educativi adeguati all'età e guidati da professionisti competenti sono: "una tutela fondamentale della salute psicologica dei giovani" e "un investimento e un fattore protettivo per lo sviluppo di empatia, responsabilità, competenze emotive alla base della prevenzione della violenza in tutte le sue forme". Infine gli psicologi tengono a sottolineare che la loro non è una battaglia politica. "Il nostro impegno non è ideologico, ma etico, deontologico e professionale" scrivono invitando il legislatore a "valutare con attenzione ogni iniziativa legislativa in materia, affinché la scuola resti luogo di conoscenza, dialogo e crescita emotiva, nel rispetto della dignità di ogni persona". 

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