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Trento
13 giugno | 20:42

Sette morti in montagna in 24 ore: tre vittime sono trentine. Comune (Sav): "Adesso è il momento del silenzio e del rispetto. Basta con gli attacchi sui social"

"In questo momento - spiega Paolo Comune, Direttore del Soccorso Alpino Valdostano - l'unica cosa che si deve fare è tacere, rispettare il dolore altrui e stringersi attorno a chi ha perso un marito, un fidanzato, un figlio, un parente, un amico. Mi fanno infuriare i "processi sui social" con i "leoni da tastiera" che scrivono che dovevano stare a casa, cosa sono andati a fare, eccetera, eccetera. In montagna esistono imprevisti e fatalità, l'ambiente è pericoloso e, dunque, le tragedie - lo sappiamo - possono accadere"

AOSTA. Ventiquattr'ore terribili, frenetiche che, purtroppo, resteranno per sempre nella mente del "popolo della montagna" italiano.

 

In Valle d'Aosta sette alpinisti hanno perso la vita in poche ore, in quattro distinti incidenti verificatisi ad alta quota.

 

Venerdì la tragedia sul Gran Paradiso è avvenuta presumibilmente attorno a mezzogiorno, nella mattinata di sabato si sono verificati gli altri tre decessi. Una giornata così nera i soccorritori valdostani non la vivevano dal 25 gennaio 2019 quando, nei cieli sopra La Thuile, un elicottero e un aereo si scontrarono, provocando la morte complessivamente di sette persone.

 

Il Soccorso Alpino Valdostano (Sav), che in stretta collaborazione con il Peloton de Gendarmerie de Haute Montagne (PGHM) di Chamonix e all'Air Zermatt svizzero ha compiuto gli interventi di soccorso e recupero delle salme, ha voluto esprimere il proprio cordoglio e la vicinanza alle famiglie delle vittime.

 

"Siamo vicini alle famiglie - scrive il Sav sui propri canali ufficiali -. Per gli appassionati della montagna queste 24 ore non sono state facili. Con profondo dolore sono scomparsi 7 alpinisti. La montagna è una passione che solo chi la vive può comprendere. Siamo vicini alle loro famiglie, ai loro amici e a tutte le persone che in questo momento stanno vivendo un dolore immenso. Il nostro pensiero è con voi. 7 vite spezzate in montagna. 7 storie, 7 passioni, 7 cuori che non dimenticheremo".

 

Un pensiero toccante e non dovuto da parte di chi è partito appena è stato lanciato l'allarme e ha fatto di tutto per cercare di riportare a casa sani e salvi gli alpinisti, dovendo però arrendersi di fronte alla cruda realtà.

 

Nel caso della tragedia avvenuta venerdì sul Gran Paradiso, nella quale hanno perso la vita gli alpinisti trentini Antonio Sardano, Sergio Martinelli e Maicol Zenatti, precipitati per circa 400 metri mentre si apprestavano a raggiungere la vetta, non vi sono testimoni oculari della caduta, innescata forse (forse, è il caso di sottolinearlo, perché di ipotesi si tratta) dalla perdita dell'appiglio da parte di uno dei tre che, a quel punto, avrebbe trascinato nel vuoto anche i compagni di arrampicata.

 

Ad allertare i soccorsi è stata una familiare di uno degli alpinisti provenienti da Trento (Sardano e Martinelli) e Brentonico (Zenatti) che, attorno alle 19.30 di venerdì, ha chiamato la centrale del Soccorso Alpino Valdostano, spiegando di non avere notizie da ore del proprio caro, che avrebbe dovuto contattarla per annunciare il rientro alla base dopo la discesa, aggiungendo che la traccia del Gps che lei poteva vedere in tempo reale non si muoveva da tempo.

 

A quel punto, dopo aver effettuato alcune rapide verifiche con alcuni rifugi presenti in zona e avendo ricevuto risposta negativa, l'elicottero del Sav è decollato immediatamente con a bordo due tecnici di elisoccorso e un medico. L'eliambulanza ha sorvolato la zona e individuato quasi subito i corpi - ormai senza vita - dei tre alpinisti a quota 3.600 metri.

 

La manovra di recupero è stata rapida: le salme del 49enne Antonio Sardano, del 29enne Sergio Martinelli e del 38enne Maicol Zenatti, che avevano trascorso la notte precedente al rifugio "Federico Chabod" e poi erano partiti in mattinata per l'ascesa al Gran Paradiso, sono state issate a bordo e trasferite prima Courmayeur e poi ad Aosta per il riconoscimento, con il Soccorso Alpino della Guardia di Finanza di Entréves che si è occupato di tutte le operazioni di polizia giudiziaria.

 

Oggi, sabato, la giornata è stata altrettanto terribile con altri quattro alpinisti che hanno perso la vita dopo tre diversi incidenti avvenuti sul Cervino, sul ghiacciaio del Brenva, sul Monte Bianco e sulla cresta Kuffner al Maudit, sul versante francese della montagna (Qui articolo).

 

Ecco, qui finisce la cronaca, perché poi è (o dovrebbe essere) il momento del cordoglio. Non certamente dei processi e dei consigli non richiesti e nemmeno delle "frasi fatte".

 

"In questo momento - esordisce Paolo Comune, Direttore del Soccorso Alpino Valdostano - l'unica cosa che si deve fare è tacere, rispettare il dolore altrui e stringersi attorno a chi ha perso un marito, un fidanzato, un figlio, un parente, un amico. Mi fanno infuriare i "processi sui social" con i "leoni da tastiera" che scrivono che dovevano stare a casa, cosa sono andati a fare, eccetera, eccetera. Tutti gli incidenti sono avvenuti su percorsi impegnativi, non certamente da novellini e, dunque, chi era lì era preparato per affrontare quel tipo di percorso. In montagna esistono imprevisti e fatalità, l'ambiente è pericoloso e, dunque, le tragedie - lo sappiamo - possono accadere. Non è il momento di fare ipotesi e "cazziare" nessuno. Giudicare così, "d'amblé", è quanto di più sbagliato si possa fare. Bisogna avere rispetto di chi resta perché, dietro alle sette persone che hanno perso la vita, ci sono altre persone, famiglie e tante situazioni che noi non possiamo conoscere. Eravamo molto combattuti sul pubblicare o meno il post di cordoglio, poi ci è sembrato giusto farlo, sperando che ponga fine alla ridda di commenti assolutamente inappropriati che stanno affollando i social in queste ore".

 

Sono state ore intense, complicate e difficili da gestire emotivamente, anche per i soccorritori.

 

"Chi oggi era veramente "provato" - conclude Comune -, e lo capisco in pieno, era l'operatore della centrale, che ha ricevuto le telefonate, smistato soccorsi, si è interfacciato con gli altri servizi. A fine giornata mi ha detto: "io ho fatto tutto quello che potevo". E sono assolutamente certo che sia stato proprio così. Per quanto riguarda i tecnici intervenuti, le squadre erano diverse e c'è stata la consueta collaborazione con il PGHM di Chamonix e l'Air Zermatt svizzero, con cui ci siamo suddivisi i soccorsi proprio per un discorso di competenza territoriale e tempestività. Come si comporta il popolo della montagna? Io gestisco un rifugio a quota 3.500 metri e vedo tanta preparazione e attenzione. Certo, poi il lavoro di prevenzione non è mai abbastanza e per questo continueremo a farlo, ma non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Troppo facile sparare a zero sui social".

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