Trova un rarissimo cimelio della prima guerra mondiale, lo mette al sicuro, ma quando salgono per il recupero è sparito: ecco il mistero
Il reperto, probabilmente una batteria per un telefono da campo italiano della Prima Guerra Mondiale, era riemerso dal ghiacciaio della Punta San Matteo dopo oltre un secolo. L’escursionista Mattia Cavallar lo aveva messo al sicuro e aveva allertato i musei per il recupero, ma all’arrivo della squadra incaricata il cimelio era scomparso: “Non so cosa sia successo. Magari qualcuno mi ha visto mentre la mettevo al sicuro”

SONDRIO. Un reperto rimasto sepolto per oltre un secolo, riemerso grazie alla fusione del ghiacciaio è già scomparso prima ancora di poter essere recuperato e consegnato ad un museo.
È questo il mistero nato proprio sul ghiacciaio della Punta San Matteo, appartenente al gruppo dell’Ortles-Cevedale (sopra il Passo Gavia, in provincia di Sondrio) dove negli scorsi giorni Mattia Cavallar, alpinista e appassionato di storia, durante una delle sue escursioni, ha individuato una pesante cassa militare, probabilmente la batteria per alimentare un telefono da campo dell’esercito italiano della Prima Guerra Mondiale, completa, dotata ancora, come si vede in foto, delle bretelle per essere trasportata come uno zaino.
Un oggetto rimasto imprigionato nel ghiaccio per oltre cent’anni e conservato in condizioni quasi eccezionali, riportato alla luce dal ritiro dei ghiacciai causato dalle alte temperature.
Consapevole dell’importanza del ritrovamento e impossibilitato a trasportare da solo il reperto, del peso di circa 20-30 chilogrammi perché ancora pieno di ghiaccio, Cavallar, come comunicato sul suo profilo social, ha deciso di metterlo temporaneamente al sicuro in un punto nascosto, sempre nel ghiaccio. Nel frattempo si è immediatamente attivato per contattare musei e istituzioni competenti e organizzare così il recupero, anche con l’ausilio di un elicottero, affinché il reperto potesse essere conservato, studiato ed esposto al pubblico.
Il recupero era stato fissato per il lunedì mattina. Ma quando le persone incaricate sono salite in quota, della cassa non c’era più alcuna traccia: “Non so cosa sia successo. Magari qualcuno mi ha visto mentre la mettevo al sicuro, oppure qualcuno l’ha trovata per caso - ha scritto ancora l’alpinista -. Quello che mi fa più male è pensare che un pezzo di storia, forse appartenuto agli uomini del capitano Arnaldo Berni, possa non essere più patrimonio di tutti, ma di un singolo”.
Lo stesso escursionista ha poi precisato che il ritrovamento del cimelio risale a sabato, mentre le fotografie sono state pubblicate da lui solamente la domenica alle 18, quando il recupero era già stato organizzato e programmato per il lunedì mattina.
Inoltre, il reperto non si trovava lungo l’itinerario descritto nel post, ma in un punto distante dai percorsi più frequentati: considerando quindi che lunedì mattina la cassa era già sparita, è probabile che qualcuno l’abbia prelevata tra il pomeriggio di sabato e la giornata di domenica.

La vicenda, considerando il luogo in cui è avvenuta, assume un significato ancora più profondo e il giallo, se non dovesse risolversi, rischierebbe di diventare un episodio piuttosto triste e ‘fastidioso’: il luogo del ritrovamento, la Punta San Matteo, con i suoi 3.678 metri di quota è compresa nel gruppo dell’Ortles-Cevedale e fu uno dei settori più importanti ed estremi della cosiddetta Guerra Bianca, la guerra combattuta tra il 1915 e il 1918 sulle montagne del confine italo-austriaco.
In quest’area, italiani e austro-ungarici si affrontavano a quote dove il gelo, le valanghe, le bufere e i crepacci provocavano spesso più vittime dei combattimenti. Due erano i nemici quindi, persone appartenenti agli eserciti oltre confine e le estreme condizioni atmosferiche: i soldati vivevano per mesi in baracche scavate nel ghiaccio, trasportavano viveri, munizioni e materiali con sci e slitte e, durante le operazioni, indossavano spesso tute bianche per confondersi e “mimetizzarsi” con il paesaggio innevato che li circondava.
Proprio in questo settore operò il capitano Arnaldo Berni (citato anche dall’alpinista del ‘giallo’), un ufficiale degli alpini decorato per meriti di guerra: dopo la riorganizzazione del fronte alpino nel 1917 in quest’area rimasero pochi battaglioni attivi e Berni ricevette l’incarico di conquistare e mantenere la Punta San Matteo, una posizione strategica per il controllo dell’area.
Per mantenere i collegamenti tra le diverse postazioni, spesso isolate dal ghiaccio e invisibili tra loro, venivano utilizzati telefoni da campo collegati da cavi e alimentati da batterie trasportabili, custodite per l’appunto in casse come quella che è riaffiorata pochi giorni fa dal ghiaccio in alta quota. In un ambiente dove gli ordini non potevano essere trasmessi sempre a voce e il maltempo interrompeva continuamente le comunicazioni, questi apparati erano dunque indispensabili per coordinare pattuglie, rifornimenti e operazioni militari. Berni perse la vita proprio durante le operazioni sul San Matteo, diventando così una delle figure simbolo della guerra di montagna (a lui dedicato anche il rifugio A. Berni a Passo Gavia).
Il ghiacciaio della Punta San Matteo non è quindi soltanto un' ambita meta alpinistica, ma anche un autentico “luogo della memoria”: il ritiro dei ghiacci con le alte temperature restituisce reperti (già più comuni come bossoli e resti di bombe, o rari come nel caso di questa cassa-batteria), equipaggiamenti e testimonianze che raccontano la vita dei soldati impegnati su uno dei fronti più alti d’Europa.
Per questo motivo oggetti come la cassa ritrovata da Mattia Cavallar non dovrebbero essere considerati trofei o pezzi da collezione privata, ma un patrimonio storico da recuperare, studiare e conservare nei musei, affinché possano essere tramandati alle generazioni future: “La storia non appartiene al singolo, ma appartiene a tutti noi - ha concluso l’alpinista - Spero che il messaggio arrivi alle persone interessate”.














