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Denunciato in Svizzera imprenditore di Gardolo. L'Unia: “Sfruttava i suoi dipendenti provenienti dall'Italia”

Il reato di cui è accusato lì si chiama “usura”. A denunciarlo al Ministero pubblico di Lugano 5 operai (due trentini). Il sindacato ticinese: “Li pagava meno della metà del dovuto e li faceva vivere stipati in 8-10 in un solo appartamento”

Pubblicato il - 15 ottobre 2016 - 08:18

LUGANO. E' trentino, meglio, di Gardolo, l'imprenditore denunciato in Svizzera per usura. Un reato che se confermato assumerebbe i contorni odiosi dello sfruttamento padronale, transfrontaliero. A denunciarlo sono stati 5 dei suoi lavoratori (due dei quali trentini) portati in Ticino dall'Italia come “manovalanza” a basso costo che venivano stipati in abitazioni fatiscenti, fatti lavorare a un terzo del prezzo di mercato e mandati via dopo pochi mesi così da non dovergli pagare contributi e indennità di malattia.

 

Ad accompagnarli dal Ministero pubblico l'Unia il sindacato più rappresentativo della Svizzera che ci ha fornito tutta la documentazione del caso con tanto di nome e cognome dell'indagato che, ovviamente, abbiamo contattato prima di scrivere questo articolo e che ci ha detto che “lì in Svizzera si stanno accanendo contro noi italiani, siamo nel mirino e questa è una denuncia strumentale. Io poi non centro niente. La questione riguarda il padrone della locale azienda”.

 

Peccato che quell'azienda faccia capo proprio al gruppo di Gardolo, come abbiamo potuto verificare noi stessi, e che il sindacato svizzero in ogni suo passaggio faccia sempre e solo riferimento a lui. Ma non potendo noi andare in Svizzera, in un solo pomeriggio, a verificare di persona ogni elemento e mancando pochi giorni, ci hanno detto i sindacati, alla sentenza di condanna o assoluzione, manterremo l'anonimato dell'imprenditore fintantoché non avremo sotto mano le carte ufficiali.

 

Certo è che l'accusa è davvero pesante. L'imprenditore trentino, infatti, tra il 2015 e il 2016 avrebbe mobilitato un esercito di lavoratori distaccati italiani e rumeni. “Tra il 2015 e il 2016 abbiamo appurato che sono stati notificati permessi per oltre 50 operai – ci spiega un delegato sindacale di Lugano – troppi per le esigenze dell'azienda. Parlando con i lavoratori, perché riusciamo ancora a frequentare i cantieri, ci hanno segnalato cosa stava succedendo. Il vostro imprenditore, infatti, gli imponeva un salario di 10 euro l'ora quando qui la media è di 24. In questo modo riusciva a proporsi al padronato locale con costi ridottissimi quasi la metà di quelli praticati dai suoi concorrenti ticinesi”. E questa per il codice penale svizzero è usura.

 

L'articolo 157, infatti, al paragrafo 1 parla chiaro: “Chiunque sfrutta lo stato di bisogno o di dipendenza, l'inesperienza o la carente capacità di discernimento di una persona per farle dare o promettere a sé o ad altri, come corrispettivo di una prestazione, vantaggi pecuniari che sono in manifesta sproporzione economica con la propria prestazione è punito con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria”. Ma non è tutto. “Agli operai – prosegue il sindacalista – veniva tagliato il numero di ore lavorate sulla busta paga cosicché lui risparmiava anche sugli oneri sociali.

 

E non aveva stipulato nessun contratto di cassa pensione. Tanto già sapeva che non li avrebbe mai tenuti a lavorare per più di tre mesi. Anche perché dopo la prima busta paga cominciava a pagarli ancora meno o a non pagarli proprio e questi i più delle volte lo lasciavano per conto loro. E poi c'è l'aspetto più bieco – completa il delegato della Unia – che non gli pagava nemmeno le indennità di pasto e trasferte perché sosteneva di dargli vitto e alloggio in un appartamento della ditta dove faceva dormire fino a 8-10 operai”. Un vitto e alloggio che, come documentano le foto, sarebbe molto simile a quello di abitazioni dove in Italia vengono stipati frotte di disperati, spesso immigrati, che poi tante, troppe volte, vengono sfruttati proprio come manodopera a basso costo.

 

“La scoperta di questo sistema fa male a tutti – conclude il delegato ticinese – intanto perché visto che l'imprenditore è trentino purtroppo getta benzina sul fuoco, qui da noi, sulla questione 'italiani a casa loro' che sta portando avanti la Lega. E poi perché se anche in una delle zone più ricche d'Italia si cominciano ad accettare certe condizioni per poter poter lavorare vuol dire che si rischia davvero la giungla sociale. Dall'altro lato ci sono i nostri imprenditori ticinesi che accettano di fare certi affari, ma questa è una riflessione che dobbiamo fare noi”. Quel che è certo è che la denuncia c'è stata, il 5 settembre. Ora la parola spetta al Ministero pubblico. Vi terremo aggiornati.

 

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