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Hanno chiamato il loro figlio Marco per ricordare il campo della Protezione Civile di Rovereto che per primo li ha accolti

La storia di una coppia nigeriana accolta in Trentino 

Pubblicato il - 24 December 2016 - 09:57

TRENTO. Il suo nome è Marco ed ha circa 3 mesi. E' figlio di Gbolahan e Sikiratu, rispettivamente 25 e 22 anni che dalla Nigeria sono arrivati in Trentino nel mese di agosto ed ora vivono nella zona di Vigolo Vattaro sull’Altopiano della Vigolana,. Poco dopo è nato il loro bambino che hanno chiamato Marco. Un nome proposto da Elena Rinaldi, operatrice della prima accoglienza che era presente all’ospedale di Trento al momento del parto.

 

Nessuno dei due giovani nigeriani aveva già pensato a un nome per il bimbo. Il nome Marco è piaciuto subito, anche perché ha un significato particolare. È un modo per ricordare il campo della Protezione Civile di Marco di Rovereto dove la coppia nigeriana è stata accolta per la prima volta in Trentino e per esprimere gratitudine all’Italia per essere stati soccorsi e per l’aiuto ricevuto dalla comunità trentina attraverso gli operatori dell'accoglienza: assistenti sociali, psicologi, operatori legali e per l'orientamento al lavoro, mediatori interculturali e tutte le altre figure professionali coinvolte, senza dimenticare il prezioso contributo dei volontari.

 

Senza entrambi i genitori, la coppia nigeriana è scappata dal proprio Paese in cerca di serenità. È il giovane Gbolahan a raccontare più volentieri la propria storia, mentre per Sikiratu parlare del passato in Nigeria è più difficile. Al posto delle parole scivolano lentamente le lacrime dai suoi grandi occhi e la giovane mamma si chiude in un mondo tutto suo.

Gbolahan e Sikiratu vengono da Lagos, una città della Nigeria di circa 16 milioni di abitanti, la più popolosa dello stato e dell'Africa intera. Sikiratu è rimasta senza genitori fin da quando era piccola ed è cresciuta assieme all’unica sorella, la ragazza più giovane del quartiere. Gbolahan, invece, ha perso prima il padre e poi la madre nel 2015. Il padre è stato ucciso da persone che volevano prendersi con la forza le sue terre, fenomeno conosciuto come “Land Grabbing”, mentre sua madre è morta a causa di un infarto.

 

La paura di fare la stessa fine di suo padre ha spinto il giovane nigeriano ad andare lontano dal paese d’origine. Così, nello stesso anno della morte del papà, è scappato dalla Nigeria e dopo un viaggio in macchina e in furgone ha attraversato il Niger arrivando in Libia, dove grazie alle competenze acquisite nell’ambito del commercio ha avviato un’attività di lavaggio macchine assieme ad altre persone.


Metà di quanto guadagnavano era riservato a lui. Dopo circa quattro mesi è riuscito a far arrivare dalla Nigeria anche la compagna Sikiratu. Le ha trovato un lavoro come addetta alle pulizie in un ospedale, occupazione per la quale la giovane non è però mai stata pagata. La loro vita era sempre segnata dal terrore di essere rapinati o picchiati, come la maggior parte delle persone dell’Africa subsahariana che vivono in Libia. Vista la situazione, hanno cominciato a pensare come fuggire ancora e andare in un luogo dove trovare pace e avere una vita serena.


La prima volta che hanno provato a salire su un barcone per raggiungere l’Europa è finita male; i duemila dollari pagati allo scafista sono andati in fumo. Hanno quindi aspettato una seconda opportunità. Sikiratu era incinta e prossima al parto. Hanno dovuto pagare altri duemila dollari, ma il secondo tentativo è andato a buon fine e la giovane coppia è riuscita a salire sulla barca.

Sono seguite ore e ore di terribile viaggio in mare. Erano in tanti ammassati, quasi non riuscivano a muoversi. Si sentivano pianti e lamenti a causa dei dolori a mani e piedi. In queste condizioni, Gbolahan e Sikiratu hanno viaggiato fino a quando sono stati salvati dalle navi di soccorso italiane.

 

Ora Gbolahan e Sikiratu sono felici di vivere in una casa normale, di avere del cibo, dei vestiti, di crescere il figlio Marco in una terra di pace e di imparare, innanzitutto frequentando i corsi di italiano. In futuro vorrebbero conoscere anche la gente del paese, fare amicizie, trovare un lavoro, raggiungere al più presto la propria totale autonomia e poi sposarsi e avere altri figli.

 

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