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| 29 apr 2017 | 20:25

Sguardi persi e figure antropomorfe, questo è "Cheso": quando la street art si mostra e si nasconde

In giro per la città sono tantissime le opere di questo autore che si tagga con la scritta "Cheso" (da Queso, formaggio in spagnolo). Il suo tratto caratteristico è una linea nera concentrica e continua attraverso la quale dà vita a figure antropomorfe

di Tiberio Chiari

TRENTO. L'arte urbana, o “street art”, ha un privilegio: mostrarsi sempre, quando non mappata, come evento inatteso. Avvolta in questa sua particolare dimensione, nel suo potersi facilmente nascondere al non interessato, la street art riesce a mantenersi in uno stato vitale anomalo. Questo stato le conferisce oggi un’aura che l’arte ha nella maggior parte dei casi perso. A Trento come altrove il suo presentarsi inatteso avviene quotidianamente, sta a noi coglierlo.

 

Cheso”, questo è il tag, la firma posta su diversi lavori che si possono incontrare passeggiando per la città; la loro particolarità è quella di avere una vocazione figurativa, vocazione che li rende facilmente individuabili.

 


Alcuni nomi possono servire ad introdurre stilisticamente e storicamente l'ambiente nel quale si ritrovano immerse le opere di Cheso: sicuramente Francis Bacon, poi Karl Plattener e magari Leonardo Cremonini. In generale questi artisti sono precursori che con decenni di anticipo hanno saputo definire una poetica figurativa ancora attualissima, sfruttata da molti altri protagonisti dell’arte urbana. Tutti confessano nella loro poetica lo strazio che subisce l'ultimo mito nel quale l'uomo contemporaneo ha rifugiato la propria fede: il corpo e nel caso più specifico e puntuale il volto.

 

L'arte figurativa non si è dunque estinta, dove riuscita ci fa accedere a quel baratro che apre sul nostro mondo. L'icona di questo baratro è il nostro volto: la bocca, i denti che stridono, le smorfie di dolore o apatia che si alternano senza soluzione di continuità e senza possibilità di redenzione, nemmeno sporadica. Il nostro volto è una confessione del mondo che sottace oltre ogni possibilità di cosmesi, anzi più lo si sottopone a cosmesi più diviene sincera confessione del nostro disagio. Il volto, come e più del corpo, diventa quindi il simbolo del disagio spirituale, è la rappresentazione di questo disagio oltre ogni possibile dissimulazione. L'anima si scrive sulle rughe impercettibili del viso, si narra attraverso le movenze indescrivibili degli sguardi, quel muoversi degli occhi senza volontà certa che lascia trasparire durante le conversazioni tutta l'inadeguatezza al mondo contemporaneo da parte dei suoi protagonisti. Un muoversi questo senza una volontà sicura che per assurdo solo la pittura riesce ancora a cogliere proprio nella sua stasi indotta, mentre sfugge alla fotografia. Questi sguardi sono raccolti nel lavoro di Cheso e depositati sui muri della città, sguardi persi o sofferenti pieni del dramma in cui oggi i soggetti incorrono incarnandosi.

Cheso a confronto

 


Una linea nera concentrica e continua è il tratto caratteristico attraverso il quale Cheso impone alle proprie figure un senso di presenza antropomorfica. Questa caratteristica stilistica sembra scontare una presa di coscienza difficilmente descrivibile e argomentabile con consistenza, anche se spesso citata con disinvoltura in molti prodotti culturali mediocri. Questa presa di coscienza si trova coinvolta nella considerazione che la materia, in questo caso specifico la materia presa come aggregato biologicamente ordinato costituente il volto umano, sia imbrigliata in un continuum. Questo continuum permetterebbe dunque di tradurre le biografie in elementi fisionomici e proprio l'ininterrotto groviglio di linee con il quale Cheso dà forma ai suoi volti sembra rendere esplicita questa intuizione.

 


Nel momento più estremo di disgregazione i volti di Cheso (“queso” in spagnolo è “formaggio”) compiono una metamorfosi ovidiana diventando pezzi di formaggio, elemento marcescente per antonomasia, un elemento che rende ancora più esplicita la dichiarazione di poetica, riassunta in questa frase che si può leggere in un suo lavoro posto in zona Piedicastello: “...e vissero marci e contenti”.

 



 

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