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| 27 luglio | 20:20

"Portatemi in Toscana a morire": cosa succede davvero a chi come Tuccino chiede il fine vita fuori regione e perché è assurdo parlare di ''turismo del fine vita''

Dietro la richiesta di Tuccino c'è un vuoto che riguarda tutta l'Italia: solo tre regioni hanno una legge sul fine vita, e valgono solo per i residenti

"Nomino il governatore della Regione Puglia mio esecutore testamentario".

 

Fermatevi un attimo su questa frase. Non è un post sui social qualunque. È un uomo, Pasquale "Tuccino" Centrone, 63 anni, ristoratore di Polignano a Mare, che da anni convive con la SLA e che ha deciso di affidare la propria morte a un politico che non ha mai incontrato per un motivo semplice: non ha più altra scelta.

 

"Vado a morire dove me lo concedono". Provate a dirla ad alta voce. Suona quasi come una soluzione. Una via di fuga. Non lo è.

 

La verità è più complessa di quanto un titolo di giornale possa raccontare. Come ha spiegato con estrema chiarezza il dottor Bernardo nella lunga intervista dedicata a questo tema, l'ipotetico "turismo del fine vita" tra le regioni italiane semplicemente non esiste. Non nel modo in cui lo immaginiamo.

 

I provvedimenti che regolano i percorsi sul fine vita in Toscana, Emilia-Romagna o Sardegna non sono porte aperte a chiunque bussi. Rispondono, e curano, solo chi è già preso in carico dal Servizio Sanitario di quel determinato territorio. Punto.

 

Bisogna essere residenti in Toscana, per poter accedere al percorso in Toscana.

 

Pensateci: a chi si trova nelle condizioni di Tuccino, immobilizzato a letto e dipendente dall'assistenza altrui anche per i gesti più vitali, si chiederebbe di traslocare. Di cambiare residenza. Di aspettare i controlli sanitari, le pratiche burocratiche, i tempi di verifica della USL. Tutto questo mentre il corpo continua a cedere, giorno dopo giorno.

 

È una pura illusione. Come sottolineava Bernardo, per chi vive una condizione di tale fragilità, quel percorso è semplicemente impossibile. Logisticamente. Fisicamente.

 

E allora quella di Tuccino, più che una richiesta percorribile, è una provocazione. Necessaria, disperata e sacrosanta: una denuncia politica contro le voragini dell'assistenza domiciliare. Non una via di fuga. Non per tutti.

Ma c'è dell'altro. Perché in questo Paese restano ancora poco chiari anche gli strumenti che dovrebbero essere ormai familiari, a partire dalle Disposizioni Anticipate di Trattamento. Le DAT, previste dalla legge 219 del 2017, vengono spesso confuse per qualcosa che non sono: una sorta di modulo con cui "ordinare" il suicidio assistito o delegare a un familiare la decisione quando tutto precipita.

 

Non funziona così. Con le DAT, finché si è nel pieno possesso delle proprie facoltà, si stabilisce quali trattamenti accettare o rifiutare (nutrizione, idratazione artificiale e ventilazione meccanica comprese) per il giorno in cui non si sarà più in grado di esprimersi.

 

Il suicidio medicalmente assistito è un'altra storia, un'altra soglia. Secondo i paletti fissati dalla Corte Costituzionale a partire dal caso Cappato/DJ Fabo, serve una verifica rigorosa e attuale: una commissione medica della sanità pubblica (di cui deve far parte un medico palliativista) e il parere del comitato etico. Bisogna dimostrare di essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale, intesi in senso ampio, dalle macchine fino al supporto assistenziale continuativo, essere affetti da una patologia irreversibile fonte di sofferenze intollerabili e, soprattutto, essere ancora capaci di prendere una decisione libera e consapevole.

Non basta un foglio. Non basta un appello, per quanto disperato.

 

Senza una legge nazionale che stabilisca tempi certi e procedure omogenee da nord a sud, quello che resta è un caos permanente. Straziante. Le Aziende sanitarie si bloccano, paralizzate dalla paura di sbagliare, e trascinano famiglie già distrutte dal dolore in battaglie legali che durano mesi.

 

Chi ha i soldi e le forze, allora, prende un aereo per la Svizzera. Chi non li ha, resta lì. Incastrato. Ad aspettare.

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