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Suicidio in carcere. La bara è stata chiusa ma le domande rimangono aperte:"Era idoneo ad essere rinchiuso?"

Il procuratore Ognibene ha aperto un fascicolo sulla morte nel carcere di Spini del 35enne seguito dai servizi psichiatrici che aveva incendiato il distributore di benzina a Rovereto 

Di Donatello Baldo - 23 December 2016 - 08:14

TRENTO. La bara è stata chiusa. Ma il caso del ragazzo che si è suicidato nel carcere di Trento rimane aperto. Perché sono ancora troppe le domande a cui qualcuno deve dare risposta. A cominciare da questa: perché L.R., noto ai servizi sociali e psichiatrici della Vallagarina, è stato dichiarato idoneo al carcere?

 

Dopo l'incendio del distributore di benzina di Rovereto il trentacinquenne si è recato al pronto soccorso. Puzzava di benzina, voleva un farmaco perché non riusciva a dormire. Medici e infermieri hanno avvisato le Forze dell'ordine. Sono arrivati i carabinieri e l'hanno fermato.
 

Poi l'hanno fatto valutare da uno psichiatra. La richiesta era quella di un parere: “Possiamo metterlo in carcere?” La risposta è stata affermativa. La sua storia di disagio psichico non è stata considerata. Il suo stato confusionale, il suo mutismo, gli occhi alienati, il suo comportamento “strano” riferito anche dai carabinieri non sono bastati a chiedere un ricovero forzoso, un'assistenza medica, a far propendere per l'aiuto, per il soccorso invece che per una “idoneità” al carcere che lui stesso ha smentito impiccandosi con un lenzuolo.
 

Al cimitero di Trento l'avvocata che l'ha seguito si è presentata con un fiore bianco in mano: “L'ho preso bianco perché è la purezza – dice trattenendo le lacrime – perché L. non ha nessuna colpa. Non stava bene quel ragazzo, era malato”.

 

Ora le lacrime non le trattiene più. Nel freddo della camera mortuaria si stringe nelle spalle, appoggia il fiore sulle gambe di L. e piange come fosse un amico anche se l'aveva visto solo per poco prima dell'udienza che l'ha mandato in galera in attesa di giudizio. Ma questa storia l'ha colpita molto. Sul mazzo di fiori un piccolo biglietto con racchiuso chissà quale frase di affetto e di cordoglio.

 

Il velo di garza disteso sul corpo di L. fa intravedere la sofferenza del volto e la giovane età. La felpa della tuta da ginnastica è nera, non indossa il vestito delle feste, nemmeno la camicia. Si intuiscono le mani conserte sotto il lenzuolo. Sarà cremato, nessuna cerimonia funebre. 

 

Il cronista consola l'avvocata ma la commozione è contagiosa e allora è giusto piangere a nome di tutti tutti e due, per riempire la solitudine profonda che ha segnato la sua vita e la sua morte, assumendosi il compito della partecipazione emotiva, perché non si dica che nessuno l'ha pianto. Perché nel pomeriggio di ieri anche la madre e il fratello l'hanno pianto, e altri fiori sono stati messi dentro la sua bara.
 

La bara è stata chiusa sul suo corpo morto. Fuori dalla bara rimane il fascicolo aperto dal procuratore Davide Ognibene che forse può far luce su quello che è successo. Rimangono quelle righe scritte da un medico psichiatra su cui si è basata la decisione del giudice: idoneo al carcere.
 

Rimangono le domande. Perché, seppur noto ai servizi psichiatrici, L. è stato valutato compatibile con una struttura carceraria? Perché non è stata ordinata dal giudice la sorveglianza a vista durante la detenzione per scongiurare il suicidio? Perché nessuno ha capito che un ragazzo di 35 anni che senza motivo dà fuoco a un distributore forse non è un criminale ma una persona che dev'essere aiutata? 

 

E ancora. Se è vero che autonomamente L. si è recato in pronto soccorso, ci sarà la registrazione della presa in carico. Ma c'è la dimissione con la valutazione medica e con l'eventuale richiesta dei medici del Pronto soccorso dell'invio a una valutazione psichiatrica? E la successiva valutazione psichiatrica è stata effettuata dalla stesso Servizio di psichiatria che aveva in cura L?

 

Queste domande non sono di retorica, perché col senno di poi, per chi conosce come finisce questa storia, nessuno avrebbe chiuso a chiave questo ragazzo dentro un carcere da solo. Ma la domanda principale è questa: perché l'ha dovuta dimostrare lui la sua incompatibilità con la carcerazione stringendosi al collo un lenzuolo per morire

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