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Esperti, neofiti e curiosi: la chitarra di Cory Wong ha i numeri per accontentare tutti

Sabato 16 al Melotti di Rovereto uno dei concerti più attesi della stagione di JazzAbout promossa dal Centro Santa Chiara. Sale sul palco un virtuoso assoluto dello strumento che si è costruito grande fama mondiale reinterpretando in maniera scherzosamente seria il patrimonio del jazz e del funk

Pubblicato il - 14 novembre 2019 - 09:26

ROVERETO. Uno dei concerti più attesi della stagione 2019/20 di Jazz’About, rassegna organizzata dal Centro Servizi Culturali S. Chiara: e i biglietti, infatti, stanno andando a ruba. C’è davvero grandissima attesa attorno all’esibizione, sabato 16 novembre all’Auditorium Melotti di Rovereto, con inizio alle ore 21.30, del chitarrista americano CORY WONG.

 

 Nato a New York ma cresciuto a Minneapolis (per quel che conta, la città di uno dei più grandi geni musicali di tutti i tempi: Prince), rappresenta la nuova generazione di musicisti statunitensi in grado di parlare sì alla contemporaneità ma di farlo ripescando e reinterpretando, in maniera intelligente ed incredibilmente creativa, il grande patrimonio storico degli anni ‘70 di jazz, blues e funk.

 La sua popolarità è esplosa soprattutto grazie al progetto Vulfpeck, di cui è regolare collaboratore, ma la sua grandissima perizia tecnica allo strumento gli ha permesso negli anni di collaborare anche con progetti di enorme spessore come, ad esempio, The Blind Boys Of Alabama. In questo tour che rappresenta una “libera uscita” solista, accompagnato da una band di grande solidità ed estro (Ryan Butler al basso, Kevin Gastonguay alle tastiere, Petar Janjic alla batteria),

 

 Wong ha l’occasione di portare all’estremo le sue doti istrioniche: si tratta infatti di un artista dalla incredibile forza comunicativa, sempre voglioso di coinvolgere il pubblico, sempre pronto allo scherzo. Questo però non deve mettere in ombra il suo valore come strumentista: dalla lezione del già citato Prince, di Nile Rodgers e dei Parliament (tanto per mettere in campo una “sacra triade” del funk) alla capacità di leggere e reinterpretare i linguaggi jazz e blues, Wong è una macchina onnivora che mescola alto e basso, virtuosismo ed immediatezza, sperimentazione e divertimento. Il suo è uno di quei concerti che, senza essere minimamente stucchevole, riesce ad accontentare e coinvolgere tutti: navigati esperti e neofiti curiosi.

 

 A sancirlo è la grande popolarità “sotterranea” che lo circonda, basata in primis sul passaparola: né lui né i Vulfpack sono una creatura a tavolino delle multinazionali della produzione discografica, eppure i risultati anche numerici sono di alto livello. Il secondo album solista di Wong, “The Optimist”, autoprodotto e datato 2018, nei giorni della sua uscita è arrivato direttamente nella top 20 di Billboard per quanto riguarda la categoria degli album jazz.

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