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La tragedia nell'ironia raggelante

Torna domani ad Arco, al Centro Giovani, la stagione intrigante di Cantiere Teatro curata dalla compagnia LuHa. In scena lo spettacolo "Mio figlio era come un padre per me" di e con Diego e Marta Dalla Via. Quanto dura un'epoca ai tempi della polenta istantanea? Questa ed altre risposte in un lavoro sulla generale ansia da prestazione

Pubblicato il - 30 gennaio 2020 - 16:35

ARCO. Cantiere Teatro», la rassegna pensata per i giovani e curata dalla compagnia LuHa, propone domani, venerdì 31 gennaio al Centro giovani intercomunale Cantiere 26 ad Arco lo spettacolo di e con Marta e Diego Dalla Via «Mio figlio era come un padre per me». Inizio alle ore 21.

 

 Con ironia raggelante e a tratti con punte di cinismo "Mio figlio era come un padre per me" affronta la tragica questione del suicidio di innumerevoli imprenditori colpiti da crisi economica. Raccontando la storia di una ricca famiglia del nord-est italiano si traccia una sorta di cupa parabola sul conflitto generazionale. Due fratelli architettano l’omicidio dei genitori. Ma uccidere i propri padri sembra un atto impossibile dal momento che questi hanno deciso di farla finita, lasciando in eredità assenza di futuro e consumo del passato.

 

 Con uso intelligente dell’italiano regionale i Fratelli Dalla Via riescono a dar profondità e leggerezza a una vicenda insieme estrema e esemplare, in cui il senso di colpa tra le generazioni pare innescare un processo autodistruttivo che lascia poche vie di fuga. I Fratelli Dalla Via hanno accettano la sfida di abitare e lavorare a Tonezza del Cimone, il paese nel vicentino dove sono nati.

 

  La prima generazione ha lavorato, la seconda risparmiato, la terza sfondato. Poi noi. Cʼè una bella casa, destinata a diventare casa nostra. È qui che abbiamo immaginato di far fuori i nostri genitori. Per diventare noi i padroni. Non della casa, padroni delle nostre vite. Niente armi, niente sangue. Un omicidio due punto zero. Fuori dalle statistiche, fuori dalla cronaca, un atto terroristico nascosto tra le smagliature del quotidiano vivere borghese.

 

 Il modo migliore per uccidere un genitore è ammazzargli i figli e lasciarlo poi morire di crepacuore. Era il nostro piano perfetto. Poi è arrivata la crisi, a rovesciarci addosso lo specchio del nostro benessere. Alimentazione, sport, lavoro, affetti, infine la morte, tutto risponde ad unʼoscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza. Noi, in fondo, viviamo per questo: per arrivare primi, e negare di aver vinto. Quanto dura unʼepoca ai tempi della polenta istantanea?

 

  Un anno, un mese, forse meno. Quella che raccontiamo  è una storia che dura 24 ore ed è fatta di euforia e depressione, di business class e low cost, di obesi e denutriti, nello stesso corpo. I protagonisti sono simbolo di una popolazione intera che soffre di ansia da prestazione.

 

 Il benessere li condanna alla competizione ma il traguardo gli viene sottratto. Il traguardo è diventato una barriera. Generazionale. Sociale. Culturale. Per costruire un futuro allʼaltezza di questo nome bisognerebbe vomitare il proprio passato. Siamo nati per riscrivere le nostre ultime volontà.

 

 Scene e costumi Diego e Marta Dalla Via, partitura fisica Annalisa Ferlini, datore audio e luci Roberto Di Fresco, assistente di produzione Veronica Schiavone. Produzione fratelli Dalla Via.

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