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Zehra Doğan, l’artista curda presenta la graphic novel “clandestina” dal carcere: “Certe immagini viaggiano da sole e rompono il silenzio mediatico sui massacri”

L’artista e giornalista Zehra Doğan sarà ospite della libreria Arcadia di Rovereto per presentare il suo ultimo capolavoro: “Prigione N. 5”, una graphic novel autobiografica. L’intervista con Il Dolomiti: “Il carcere è qualcosa da cui in parte non si esce più, soprattutto fino a che le altre sono dentro, anche tu rimani sempre incarcerata”

Di Tiziano Grottolo - 08 luglio 2021 - 21:01

ROVERETO. Tra il 2015 e il 2016 alcune delle principali città a maggioranza curda della Turchia sono state sottoposte a un vero e proprio assedio da parte dell’esercito di Ankara. I militari hanno sottoposto la popolazione civile a violenze indicibili e messo a ferro e fuoco i centri abitati. In quel periodo l’artista e giornalista curda Zehra Doğan si trovava a Nusaybin, una delle città teatro dei violenti scontri, per documentare la situazione e raccontare al mondo ciò che sta avvenendo nella Turchia orientale.

 

È proprio per via dei suoi articoli e in particolare di un disegno che, rivisitando una foto pubblicata dalle forze speciali turche, inverte la prospettiva dello scontro lasciando spazio a quella delle vittime che Doğan verrà accusata di fare “propaganda per un’organizzazione terrorista”. Condannata a scontare 2 anni e 9 mesi sarà imprigionata prima nel carcere femminile di Amed, poi in quello di massima sicurezza di Tarso. Nonostante la stretta sorveglianza è proprio durante la prigionia che Doğan riesce a realizzare clandestinamente delle opere d’arte straordinarie. Fra queste ci sono anche alcune tavole di quello che diventerà il suo ultimo lavoro, la graphic novel “Prigione N. 5”, dove l’artista-giornalista riesce a spiegare, anche agli occhi di un occidentale, cosa significa essere curdi in Paese come la Turchia.

 

 

Sabato prossimo Doğan sarà ospite della libreria indipendente Arcadia di Rovereto (arrivata in città nel 2016), dopo la fortunata esperienza nata oltre 25 anni fa a Roma da un’idea dei due librai Giorgio Gizzi e Monica Dori. “Stimiamo Zehra da sempre – spiegano i titolari dell’Arcadia – e questo incontro riveste per noi un’importanza tutta speciale”. L’evento, durante il quale sarà presentata la graphic novel “Prigione N. 5”, si terrà il prossimo 10 luglio, alle 20e30 in via della Terra 40 a Rovereto, nella sede del Coro delle Bianche Zime. Doğan, in dialogo con Elettra Stamboulis, curatrice d’arte e sceneggiatrice di fumetti, parlerà della situazione del suo popolo e della Turchia e soprattutto farà conoscere il suo lavoro nel duplice ruolo di artista-attivista. A causa delle restrizioni anti-Covid per partecipare all’incontro è necessaria la prenotazione scrivendo a info@libreriarcadia.com o telefonando allo 0464.755021. Di seguito l’intervista concessa a Il Dolomiti da Zehra Doğan.

 

- Il regime turco ha deciso di imprigionarti sia per via del tuo lavoro di giornalista ma forse, il momento in cui è stato deciso che saresti dovuta finire in prigione è stato dopo la pubblicazione del dipinto in cui raffigura la distruzione di Nusaybin. Ecco secondo te perché il regime turco ha avuto così tanta paura di quel quadro?
“Per essere precise non si tratta di un quadro, ma di un intervento grafico su una foto: in quel momento ero sotto i bombardamenti di Nusaybin nel 2016. Uno degli aspetti più rilevanti di questo atto di guerra è stato il silenzio stampa imposto ai media internazionali su quanto stava accadendo. L’Onu nel report del 2017 ha indicato un numero di persone tra le 355.000 e le 500.000 che hanno dovuto abbandonare le loro case. Circa 2.000 edifici distrutti, il 70% della zona sud di Diyarbakir ridotta in polvere: dico circa perché non è stato permesso a nessuno di verificare, sono dati rilevati da satellite. Quindi fare giornalismo in quei giorni era di importanza vitale: per questo usavamo gli strumenti della rete e in particolare Twitter. Le forze speciali turche al termine delle operazioni che sostanzialmente avevano come obiettivo la pulizia etnica, pubblicò una foto dei blindati con le bandiere sventolanti turche. Così io trasformai con la tavoletta grafica i blindati in scorpioni. Si tratta di un intervento minimo sull’immagine fotografica, che muta completamente il significato dell’immagine. E un’immagine di questo genere non ha bisogno di particolare testo esplicativo, viaggia da sola in tutte le lingue. Rompere il silenzio mediatico sui massacri perpetrati dallo Stato, ecco di cosa avevano e hanno tuttora paura ad Ankara”.

 

- Dopo un periodo di latitanza sei stata arrestata e sei finita in carcere a Diyarbakır, quando hai deciso che avresti continuato a fare arte, anche all’interno della prigione? C’è stato un momento o un evento particolare, oppure, sapevi già da prima che avresti proseguito a creare delle opere?

“Ho sempre disegnato e per me scrivere, più che disegnare, è stata una conquista. Quando sono andata a scuola infatti mi sono trovata in grande difficoltà perché la lingua che parlavo a casa e per strada, il curdo, non solo era assente, ma era propria percepita come una colpa. Facevo tanti errori in turco e faticavo un sacco nell'espressione scritta... è un fatto comprensibile, succede quando abbandoni la tua lingua madre, che un po’ rimane sempre bambina, e non riesci ad essere totalmente padrona della lingua adottiva. Si tratta di essere apolide in tutte le lingue: poi però ho recuperato, ed entrambe le forme sono diventate le mie. In carcere però l’arte è stata una straordinaria occasione di relazione, sicuramente più immediata e che necessita di meno mediazioni intellettuali della scrittura. Anche se con le compagne detenute abbiamo fatto anche un giornale, interamente scritto e disegnato a mano”.

 

- Quanto pensi che la prigionia abbia contribuito a plasmare il tuo stile artistico? Posso immaginare che il carcere cambi ogni persona ma ha cambiato anche l’artista che eri prima di entrare?

“Per me è difficile riconoscermi sotto un’unica etichetta, artista, giornalista, femminista, attivista, sono tutti aspetti della mia personalità ibrida. Il carcere è qualcosa da cui in parte non si esce più, soprattutto fino a che le altre sono dentro, anche tu rimani sempre incarcerata. Questo doppio legame non può essere spezzato da nessuna terapia post traumatica. Però il carcere per le detenute politiche è stato nella storia, e lo è tuttora, anche un’occasione di crescita personale. Ciascuna di noi trae forza dalla forza delle altre. La vita obbligatoriamente vissuta in cattività, con i secondini che imperano e regolano ogni aspetto della tua vita con l’intento di abbatterti, può essere affrontata solo con la pratica di una solidarietà profonda, che passa attraverso uno scambio di sorellanza umana e politica che alla fine ti rende corazzata. Le opere che ho fatto uscire dal carcere non sono opere mie personali, sono opere collettive, che raccontano di una comunità, che sono nate da una condivisione profonda. Sono l’antropologia della resistenza di quel gruppo di donne che ha vissuto quella particolare situazione di ingiustizia, e attraverso il lavoro di Prigione N. 5 sono anche la testimonianza di chi è stato recluso, torturato e ucciso prima di noi”.

 

- A questo proposito si può dire che anche “Prigione numero 5” sia nato in carcere così come le opere esposte a Brescia nella mostra “Avremo anche giorni migliori”. Due strumenti diversi, ma due espressioni d’arte complementari, come vedi il rapporto fra queste due forme d’arte e il messaggio di lotta che portano al loro interno?

“Per me ogni strumento, qualsiasi oggetto, di qualsiasi natura è strumento artistico e politico allo stesso tempo. Non vedo distinzioni nette e confini tra le modalità espressive. Uso quello che c'è in quel momento”.

 

- Dopo la tua liberazione sei stata costretta a lasciare la Turchia, eppure nonostante la tua situazione immagino non sia stato facile ottenere asilo politico. Qual è stato il primo Paese a cui ti sei rivolta?

“Non ho chiesto asilo politico: per i curdi chiedere e ottenere asilo politico è difficilissimo. Ecco perché ho ritenuto che non fosse corretto chiederlo. Ho invece avuto l’opportunità di ottenere un visto per una residenza artistica grazie all’Appoggio di Pen Uk e quindi sono andata a Londra. è evidente che non posso tornare a casa e che per me mettere piede in Turchia è un rischio enorme, ma fino a che non ci sarà una chiara politica di riconoscimento delle responsabilità del governo turco nei confronti del popolo curdo a livello internazionale non sarà la mia visibilità a rendermi la vita più semplice”.

 

- Da donna curda come ti senti quando le istituzioni europee (o gli Stati occidentali) si incontrano con Erdoğan e magari stringono accordi molto vantaggiosi per il regime turco? Penso per esempio all’accordo per trattenere i migranti, o alle forniture militari…

“Il problema vero della Turchia non è Erdoğan, ma è l’idea nazionalista dello Stato. Così fino a che il nazionalismo, il sovranismo e il patriarcato saranno alla base delle istituzioni non ci sarà molta differenza negli esiti degli incontri e non è lo stile di autoritarismo a fare profonda differenza. Il nazionalismo turco è stato un esito degli accordi di Losanna, che ha visto attori fondamentali i paesi vincitori della Prima Guerra Mondiale. Erdoğan trattiene i migranti, ma chi non li accoglie non ha responsabilità diverse in merito. Sono due facce della stessa medaglia, il poliziotto buono e quello cattivo”.

 

- Dopo tanto tempo riesci ancora a immaginare una soluzione per la questione curda? In Rojava c’è stata una Rivoluzione che ha attirato l’attenzione del mondo, in poco tempo però ci si è dimenticati di chi ha combattuto l’Isis e ora nel Nord della Siria c’è un equilibrio precario messo in pericolo soprattutto dalla Turchia. Cosa si può fare per sostenere il popolo curdo?
“Sicuramente l’azione più significativa è chiedere di non vendere armi alla Turchia, e questo riguarda tutta l’area, non solo il Kurdistan turco. Bisogna inoltre dire parole chiare, unite ad azioni politiche forti, per chiedere di riavviare il processo di democratizzazione del Paese, con il rilascio dei deputati, dei giornalisti, dei prigionieri politici e d’opinione che sono una sorta di Paese nel Paese. La Turchia era una democrazia ammalata di nazionalismo e imperfetta, ma almeno aveva degli spazi democratici. Ora è diventata una prigione a cielo aperto”.

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