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L'amore di un cane come speranza, ''Bell'abisso'' di Yamen Manai è un romanzo imperdibile che racconta la Tunisia con la voce arrabbiata di un ragazzino

Il libro ha collezionato dieci premi e una menzione speciale. Ma non sono i premi a renderlo speciale. A renderlo speciale è la voce arrabbiata di un ragazzino povero (15 anni) in quartiere dei sobborghi di Tunisi, una famiglia rigida secondo i canoni della società: con un padre violento e curvo su se stesso, sui suoi status symbol (una bella macchina quando il figlio ha solo due pantaloni nell'armadio), la madre totalmente inerme, per non parlare delle continue derisioni dei coetanei

Di Patrizia Belli - 26 febbraio 2024 - 10:30

ROVERETO. Esistono libri che sono piccoli scrigni per comprendere il disagio di vivere in una società oppressiva. Dove ci si sente esclusi da tutto, dove il futuro è il grande assente. Lo racconta molto bene un breve romanzo: “Bell'abisso” (edizioni e/o, 119 pagine, 14 euro). L'autore Yamen Manai è un tunisino che oggi vive a Parigi. Il libro ha collezionato dieci premi e una menzione speciale. Ma non sono i premi a renderlo speciale.

 

A renderlo speciale è la voce arrabbiata di un ragazzino povero (15 anni) in quartiere dei sobborghi di Tunisi, una famiglia rigida secondo i canoni della società: con un padre violento e curvo su se stesso, sui suoi status symbol (una bella macchina quando il figlio ha solo due pantaloni nell'armadio), la madre totalmente inerme, per non parlare delle continue derisioni dei coetanei. Il nostro protagonista vive in una società indifferente e violenta, in cui - per essere accettato dai compagni - dovrebbe partecipare al “gioco” della tortura dei gatti. Ovvio che non riesce. Così rimane un escluso, prigioniero di un destino che pare senza scelta.

 

Unica semplice consolazione sono i libri, libri amici, ma non bastano. Fino al giorno in cui, tornando a casa, sente un guaito e in un cantiere scopre un minuscolo cucciolo di cane. Sta appena nella sua mano. Lo nasconde in una scatola di scarpe (la famiglia non gli permetterebbe di tenerlo) e lo nutre fino a quando il piccolino apre gli occhi. È una femmina: “Ci siamo guardati per la prima volta. I miei occhi neri hanno incontrato i suoi occhi verdi come praterie e giuro che lì dentro ho visto qualcosa che non rivedrò mai più da nessun'altra parte. Qualcosa che mi ha riempito il cuore e mi ha fatto credere di impazzire. Per la prima volta ho sentito che nel corpo avevo un'anima”.

 

La cagnolina si chiamerà Bella e il ragazzino la porta sempre con sé, la accudisce, ci gioca in una fusione totale. Ma lui vive in un Paese dove i cani sono considerati impuri. La madre gli dirà: “Sai gli angeli non entrano nelle case dove c'è un cane”. E la gente... Quando cammina con Bella le persone cambiano marciapiede. Ma lui se ne frega, Bella gli ha fatto scoprire il significato dell’amore, della pace, di una fedeltà indomita, della protezione da un mondo violento. Lei lo ha cambiato, gli ha dato forza. E quando il padre con uno stratagemma, mettendogli in mano pochi soldi (che lui mai ha avuto) per andare al cinema, butterà Bella fuori dall'auto mandandola a un incontro di morte, quando il nostro protagonista, tornato dal cinema, comprenderà il grande tradimento, il romanzo piega sul dolore, la rabbia e la violenza.

 

A tutta apparenza sembrerebbe solo un romanzo di amore tra un ragazzino e una cagnolina. Non lo è. Yamen Manai, usa il racconto per descrivere il suo Paese. Lo scrittore conosce bene le contraddizioni, i ricatti tra affetti familiari e dettami della società e la costante, tenace ricerca di giovani in un senso di ingiustizia. Dirà in carcere, dopo aver sparato alle mani dell'accalappiacani municipale, del padre, del sindaco, del Ministro dell'ambiente, alla ricerca di tutti quelli che uccidono i cani senso un vero senso, dopo aver passato notti sulla tomba di Bella per parlarle per consolarsi: «Come spiego il mio gesto, perché sono sprofondato nella violenza? Non me lo spiego. Sul momento non mi sono accorto di essermi lanciato, aver fatto un balzo ed essermi scagliato sull’agente con tutta la forza del mio corpo diventato missile. Era stato il corpo a decidere tutto, il mio cervello seguiva con un attimo di ritardo, come sopraffatto, in disparte, come uno spettatore che osserva gli attori muoversi sul palco».

 

“Bell'abisso” non è solo la storia di un ragazzino, è l'impietosa analisi di una generazione di giovani che non trovano senso al loro futuro. Nelle pieghe del romanzo c'è il racconto non espresso di tutti coloro che salgono su un barcone in cerca di un altro destino. L'autore racconta le contraddizioni di una società, quella tunisina, il suo radicalismo religioso, le imposizioni familiari, la corruzione della classe dirigente e il silenzio delle donne: « (...) forse mia madre non si può dire colpevole, ma complice sì. Molte donne lo sono, mi creda. Sono complici di quel germe di violenza che ci viene seminato nei cuori fin da piccoli. Mia madre non ha mai detto nulla a mio padre ogni volta che a lui veniva il ghiribizzo di correggerci. E di tutte le madri che conosco, sono rare quelle che si oppongono al maschio di casa».

 

Manai “usa” il suo giovane protagonista per dirci che la violenza conosciuta sin da giovanissimo ha un destino di violenza. Non esiste altra scelta. Stupenda la parte finale di questo breve romanzo: “In questo mondo di apparenze, le cose più preziose sono quelle che costano di meno. Un libro, un abbraccio, e l'amore, l'amore, persino quello di un cane”.

 

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