Archeologia nel XX secolo al servizio delle ideologie: una nuova mostra svela la strumentalizzazione in Alto Adige
La mostra "UNDER PROPAGANDA" delinea come l'archeologia altoatesina fu strumentalizzata dai regimi fascisti e nazionalsocialisti tra il 1920 e il 1972, cercando di imporre le "origini romane" o l'"eredità germanica" della regione

BOLZANO. L'archeologia, da sempre disciplina votata al racconto della storia, non è riuscita a fuggire dalle vicende politiche del XX secolo. In particolare, tra il 1920 e il 1972, l'archeologia altoatesina si è trovata al centro della contesa ideologica dei regimi autoritari, come rivela la nuova mostra "UNDER PROPAGANDA".
L'esposizione illustra in che misura reperti e scavi sono stati sopravvalutati a fini ideologici e strumentalizzati politicamente. I ricercatori italiani di stampo fascista cercavano prove delle "origini romane" della regione, mentre gli scienziati nazionalsocialisti sfruttavano i ritrovamenti per affermare una presunta "eredità germanica". La mostra affronta le ripercussioni di queste tensioni nel corso del tempo.
"UNDER PROPAGANDA" espone per la prima volta numerosi reperti che vengono ora riclassificati scientificamente sulla base delle ricerche attuali. Il percorso espositivo include anche stazioni interattive che presentano documenti storici relativi agli scavi, offrendo al pubblico una chiave di lettura delle metodologie operative adottate nel passato. L'iniziativa è rivolta sia a una platea specializzata che al grande pubblico, grazie anche a un ricco programma di attività ed eventi collaterali per adulti e bambini.
La mostra è il frutto di un progetto di ricerca durato un anno. Gli archeologi del Museo Archeologico dell'Alto Adige, Andreas Putzer e Günther Kaufmann, hanno setacciato archivi in Alto Adige, in altre regioni italiane, Austria, Germania, Svizzera, e presso il Centro di documentazione alleato nel Maryland (USA).
Insieme allo storico Alessandro Livio, hanno esaminato migliaia di documenti tra corrispondenza, appunti e registri di scavo, permettendo di avvalorare scientificamente e reinterpretare per la prima volta numerosi insiemi di reperti. La documentazione scientifica è stata completata dal disegnatore archeologico Marco Pontalti, che ha realizzato i rilievi degli oggetti a matita e a china.
I risultati completi di questo progetto di ricerca saranno pubblicati nel 2026 in un catalogo scientifico.
Allestita su circa 300 m² al terzo piano del museo, la mostra rievoca nelle sue decorazioni e materiali l'architettura razionalista, gli elementi grafici della propaganda e le conquiste tecnologiche, come il Volksempfänger (ricevitore radiofonico) – degli anni Trenta.
Al centro dell'esposizione si trovano reperti archeologici e documenti del periodo compreso tra il 1920 e il 1972, un arco temporale che va dal primo Dopoguerra fino all'adozione del primo Statuto di autonomia.
I visitatori possono seguire una presentazione multisensoriale di oggetti selezionati, arricchita da stazioni audio e video che propongono documentazioni originali, celebri discorsi e brani tratti dalla corrispondenza dell'epoca. Elementi interattivi invitano il pubblico a riflettere criticamente sulle metodologie di ricerca e sull'ideologia imperanti sotto il fascismo e il nazionalsocialismo.












