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| 28 ago 2025 | 17:55

''Fuori non è ancora così. Voci da una classe multietnica'', un libro per chi ama la scuola e desidera conoscerla con uno sguardo dal di dentro

La recensione del libro di Miriam d'Ambrosio Rubbettino Editore, 2025, pagine 170, euro 16,00

di Nicola Cetrano

TRENTO. La lettura di Fuori non è ancora così mi è stata calorosamente consigliata da un amico, docente di lettere di lunga esperienza e di raffinati studi letterari. Debbo dire che la lettura ha ampiamente confermato le aspettative: si tratta, infatti, di un libro scritto bene e coinvolgente. A mia volta consiglio il libro a tutti coloro i quali amano la scuola e desiderano conoscerla attraverso uno sguardo che si colloca dal di dentro, e non attraverso le polemiche estive prevedibili, sterili, se non tossiche, come quella ormai scontata sull’esame di stato. Il volume consiste in un racconto di racconti, ed è la riproposta, a distanza di undici anni, della prima edizione ampliata con nuovi capitoli; contiene “gli scritti scelti di alcuni allievi, i loro commenti, la loro anima in frammenti”, (p. 163) trascritti dall’insegnante-scrittrice in un italiano giovanile che rende realisticamente il linguaggio, le espressioni, i disfemismi tipici anche dell’età in una classe multietnica.

 

Diverse sono le ragioni per cui il volume merita di essere letto: provo ad elencarne alcune. La prima: è un libro che si lascia leggere con piacere e spinge ad andare avanti nella lettura. Se dovessi assegnare una prevalenza di bravura all’insegnante o alla scrittrice, mi troverei in difficoltà: siamo di fronte certamente a una penna di valore e a una prof (o profe, come viene familiarmente chiamata nel libro dai suoi allievi) appassionata e in grado di coinvolgere e interessare gli studenti, quasi esclusivamente ragazzi visto che si tratta di un corso di qualifica per metalmeccanici. La professoressa D’Ambrosio si rivela, felicemente ed efficacemente, l’una e l’altra “cosa”: il suo racconto di racconti, sulla vita e le stagioni della scuola in un Centro di Formazione Professionale della bergamasca, si offre come un esempio convincente di scrittura tanto lieve e partecipe con il narrato, quanto controllata, anche se non priva di momenti particolarmente intensi, in cui la partecipazione emotiva dell’autrice alla vita dei suoi allievi traspare in modo evidente (mi riferisco alla relazione con i suoi “cuccioli”).

 

La seconda (ma non è un ordine di importanza): nel libro si parla della formazione professionale, in particolare di un Centro di Formazione Professionale della Regione Lombardia. La formazione professionale, appunto, cioè di una “tessera” importantissima nel mosaico del nostro sistema scolastico e formativo, di cui molti supposti esperti ignorano l’esistenza e che altri considerano spesso con schifiltosa sufficienza: disconoscendo la sua importanza storica sia nei “vecchi”, ma gloriosi, Istituti Professionali Statali (per il commercio, l’industria e l’artigianato, il turismo…), sia nei più recenti Centri di Formazione Professionale Regionali o Provinciali, nati in attuazione della competenza in questa materia delle regioni (a statuto ordinario o speciale) e delle province autonome di Trento e Bolzano. Per rendersi conto dell’importanza storica di questi Istituti o Centri bisogna considerare che i primi hanno consentito negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, e successivamente insieme ai Centri, a tanti giovani figli di operai, artigiani, contadini, di proseguire gli studi e la formazione oltre l’obbligo. I secondi (cioè i Centri), oltre a continuare a svolgere questo importantissimo compito per la stessa utenza, lo hanno svolto per la seconda generazione d’immigrati, quando gli Istituti Tecnici e i Licei ne accoglievano pochissimi o per niente affatto (in questi ultimi anni le cose sono in parte cambiate, soprattutto per l’istruzione tecnica). Quindi: trovo di grande interesse che una scrittrice sensibile e abile, ci parli, mettendosi anche un po’ a nudo come persona, della realtà multietnica che si incarna nei Centri di Formazione Professionale. Sia chiaro non parliamo di Marziani o di Marte: parliamo sempre di ragazzi che vivono nel perimetro del nostro tempo, che contiene tutti i ragazzi, indipendentemente dall’origine famigliare, e ovviamente tutti noi, sia pure in modi diversi.

 

Altre due ragioni, strettamente collegate: la relazione che la prof instaura con gli studenti e la mediazione didattica che costruisce giorno per giorno. Miriam D’Ambrosio (al di là del vocativo “cuccioli” rivolto agli allievi: che certamente manifesta un atteggiamento materno, le cui origini si possono intravedere in alcune delle pagine più belle del libro stesso, ma che può suscitare qualche condivisibile perplessità...) instaura una relazione che dà fiducia e riceve fiducia, offre rispetto e ottiene rispetto, anche perché nelle varie situazioni e circostanze l’insegnante - con intelligenza, ironia, capacità di correggere senza mortificare - “mantiene nelle proprie mani il boccino”: e tutto questo è, appunto, l’essenza di una “giusta” relazione. Non raramente mi è capitato, come dirigente scolastico (nell’intimo ancora: preside), di spiegare, con una certa difficoltà a giovani insegnanti inesperti e non troppo propensi all’ascolto e a comprendere la varietà e complessità degli elementi in gioco nella relazione con gli studenti, che non bastano le pur necessaria empatia e “sincerità”. La “cosa”: è molto più complicata... Come non basta – in questo caso spesso da parte di insegnanti un po’ meno giovani - appellarsi alla disciplina e al rispetto o al prestigio che la scuola dovrebbe avere e che ha perso: non solo questo non basta, ma serve poco se gli studenti non sentono di avere di fronte una persona autentica, per la quale essi sono importanti; una persona autorevole e competente certo, ma in grado anche di capire le loro ansie e capace di aiutarli a crescere. La giusta relazione personale con il singolo e con la classe, inoltre, è necessaria anche per un’efficace mediazione didattica, cioè per quel ponte che bisogna costruire tra la materia scolastica e gli studenti. Nel caso nostro l‘insegnamento della lingua italiana e, in particolare, della letteratura.

 

La prof D’Ambrosio parte sempre dalla pratica effettiva della lingua da parte dei suoi allievi (modi di parlare, costruzione della frase, lessico, espressioni tipiche, gergali e, non raramente, volgarmente giovanili) per pilotarli verso un uso più consapevole, articolato e gentile, attraverso il costante dialogo e degli esercizi scritti variamente creativi e di adeguato grado di difficoltà. Un metodo simile segue per la letteratura, sforzandosi di stabilire un collegamento tra il vissuto emotivo e affettivo degli allievi, il loro vario retroterra famigliare e antropologico, da una parte, e le opere letterarie, gli autori, i temi e i testi proposti, dall’altra. Si avvale frequentemente della visione di film e “sceneggiati” corrispondenti alle opere e ai temi presentati e offerti al confronto. Passaggio obbligato, come da migliore pratica didattica “tradizionale” ma sempre attuale, rimane la lettura da parte dell’insegnante nel più assoluto silenzio.

 

Alcuni esempi di interessante collegamento tra la letteratura e il vissuto di ragazzi, figli di famiglie magrebine, albanesi, sudamericane, dell’est Europa, e altre provenienze ancora: l’amicizia secondo Pasolini e Uhlman; la figura paterna e il rapporto con il padre in Leopardi, Sbarbaro e Saba; l’amore tra Romeo e Giulietta (Shakespeare), Paolo e Francesca (Dante); l’emigrazione Nuovomondo e Terraferma, film di Emanuele Crialese; lo straniero e la gelosia, Otello (ancora Shakespeare); la fedeltà, Penelope e Didone (Omero e Virgilio)… (L’elenco è incompleto: per farsi una prima idea della varietà e della ricchezza della proposta, basta scorrere l’indice del libro). Il risultato di partecipazione e interesse da parte degli studenti, ottenuto dalla professoressa D’Ambrosio, è sorprendente: a dimostrare che la passione, la competenza, l’intelligenza e la sensibilità di un insegnante, può far miracoli (o quasi) anche in un Centro di Formazione Professionale.

 

Grazie prof, per questo bel “viaggio letterario e umano in compagnia di grandi e piccoli autori”, cioè di quegli allievi che per tanto tempo hai chiamato “cuccioli” e i cui sorrisi, anche dopo non pochi anni d’insegnamento, sei sempre in grado di vedere anche su facce nuove (p. 7). In fine, mi piace dare una lettura positiva del titolo: certo la società “fuori non è ancora” come una brava insegnante può vivere e far vivere la scuola: ma perché, necessariamente, non potrà esserlo?

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