Capitana dei grandi mari. Una memoria (corale) di Angiolina Lanza, mitica professoressa del Liceo Prati, che dal greco e dal latino spalancava orizzonti
Un ricordo di Angiolina Martucci Lanza: "Straordinario personaggio delle cultura trentina Anni '70 che variava tra autorevolezza e ironia. Non è stata da tutti amata, né da tutti capita, ma per alcuni di noi è stata una autentica rivelazione e grazia: grazie a lei abbiamo compreso che studiare le lingue morte serve per vivere. Che aprire un saggio critico è un’avventura da romanzo"

TRENTO. In principio erano le mani. Le lunghe dita si congiungevano, danzavano nell’aria, indicavano e ti lasciavano immaginare i miti antichi evocati. Poi quelle dita prendevano il gessetto e scrivevano sulla lavagna, in elegante grafia, i segni del greco e le parole latine. E se la voce, con accento moderatamente veneto e i ripetuti “va béne?, è vèro?”, variava tra autorevolezza e ironia, gli occhi ti scrutavano e quando tu rispondevi o facevi un’osservazione, si stringevano a socchiudersi nella concentrazione di intrecciare i fili possibili tra le nostre teste di studenti alle prese con territori inesplorati e la sua sapienza di classicista irresistibilmente attratta da tutto ciò che si agitava nella cultura contemporanea: teatro, linguistica, antropologia, psicanalisi.
Angiolina Martucci Lanza, per noi studenti del Liceo Prati negli anni Settanta semplicemente e solo “la Lanza”, non è stata da tutti amata, né da tutti capita, ma per alcuni di noi è stata una autentica rivelazione e grazia: grazie a lei abbiamo compreso che studiare le lingue morte serve per vivere. Che aprire un saggio critico è un’avventura da romanzo. Che quel che appare in superficie non è tutto, perché i tesori di un testo vanno scavati come dentro una miniera.
Vi pare poco? Era nei suoi quaranta quando ci insegnava ma a noi la Lanza pareva senza tempo e senza età, grazie anche a quegli inappuntabili chignon che le verticalizzavano la fiera testa come un’Italia turrita, ai tailleur, al classicismo dei suoi vestiti a tinte tenui, mai gridati. Pareva uscita da un tempio dorico, colonna in movimento, vestale del sapere. Cervello sempre al lavoro per scoprire, rivelare, intrecciare, insegnare.
Nata Verona il 1 dicembre 1932, Angiolina Martucci Lanza, che si è eclissata in qualche cielo alla vigilia dell’Assunzione 2025, e che mercoledì 20 agosto alle 10 saluteremo nella chiesa della Trinità a Verona, si era laureata in lettere antiche a Padova con il professor Carlo Diano: vent’anni li ha dedicati al Liceo Prati e altri venti al Liceo Ginnasio “Scipione Maffei” di Verona, dove per oltre quarant’anni è stata vulcanica presidente della delegazione veronese dell’Associazione italiana di cultura classica, di cui era presidente onoraria a vita, e del Centrum Latinitatis Europae. Con il professor Stefano Quaglia e il professor Armando Gallina ha dato vita al Novum Certamen Catullianum, competizione di latino aperta a tutti gli allievi dei licei veronesi.
E i consigli bibliografici della Lanza? A me rimane dentro, visivamente indelebile, una copertina bianconera Einaudi, un saggio di un linguista inglese, William Empson, un titolo, “Sette tipi di ambiguità”. Ecco, la Lanza ti faceva capire, improvvisamente, che l’ambiguità non è solo un concetto morale, ma una chiave di interpretazione dei testi. Anzi, che l’ambiguità è una cifra fondamentale della letteratura. Perché la pluralità delle interpretazioni è la ricchezza profonda di una parola, di una frase, di un verso. Così, in quell’Empson, scoprivo che cosa significa “sinestesia”, cioè l’intreccio ambiguo tra un senso e l’altro, come la vista e l’udito, come in quel verso indelebile di Edith Sitwell: “La luce raglia come un asino”.
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La luce (con il suo inevitabile corollario di buio e di ombre) fluiva, ogni giorno, dalle parole della Lanza. Asini ed eroi, lo sconvolgente De Rerum Natura di Lucrezio e lo straziante Prometeo di Eschilo (che portammo alla maturità per il greco orale) diventavano tappe di un’avventura pienamente contemporanea, segni su una mappa di ricostruzione del mondo. Studiare bene quelle cose era difficile ma alla fine ti spalancava orizzonti del tutto nuovi.
Fabrizio Barletta, che era (è) il più curioso e anarchico di noi nella terza C “maturata” nel 1976, e che finito il liceo ha spalancato i suoi orizzonti verso l’Africa, le Canarie e poi il Brasile vissuto in lungo e in largo, cercando un senso alla sua storia e alla storia del mondo, la ricorda così: “La nostra Angiolina! Adesso, per dirla con Bulgakov, scevri dagli inganni del mondo, possiamo chiamarla così. Non è facile scrivere un epitaffio degno di lei, perché ho una visione così personale e particolare di questa signora che potrei benissimo essere frainteso. Comunque Angiolina, nomen omen, racchiudeva in sé un piccolo demiurgo alato che incessantemente sbatteva le ali e sussurrava: cerca nuovi mondi, c’è dell’altro, a la recherche…E se appariva come un’ancella di quel tempio della tradizione che era il Prati, in verità era un’anima rivoluzionaria, che stimolava a cercare nuove frontiere, nuovi mondi, altre realtà. Ci incitava sempre, intellettualmente parlando, e io ne approfittavo con gioia e allegria. Potevamo dire, fare e proporre di tutto, senza limiti, senza frontiere e sempre incoraggiati e sostenuti, con l’inestimabile nihil obstat della professoressa Lanza. Le auguro di cuore, per ridirla con Bulgakov, di incontrare non solo la pace ma anche la luce, destino di pochi eletti”.
Ha ragione Fabrizio: Lanza rivoluzionaria!
E Pierangelo Santini, sociologo, una delle teste più brillanti nella stessa terza C di Barletta, si è portato dietro il bagaglio Lanza per una vita, tanto che scriveva in una relazione del 2007 sulla famiglia come struttura sociale: “Se si potesse spremere, condensare, ridurre al minimo essenziale tutta la marea d’inchiostro che costituisce la letteratura occidentale da metà Ottocento ad oggi, quello che ne risulterebbe è un unico, dolente, cieco e disperato grido dell’individuo che lamenta l’oppressione dei legami familiari. Il bello (o l’assurdo) è che, oggettivamente, non ne è mai stato meno condizionato. Le polemiche di oggi sui pacs e i dico mi rimandano ai tempi in cui Angiolina Lanza, la nostra insegnante di lettere classiche, ci metteva in mano, come chiave di lettura dei miti greci, i lavori degli antropologi strutturalisti: da Malinowski a Margaret Mead”.
Bello è scoprire, da un articolo dell’Arena di Verona, che una classe del Maffei del ’95, dunque “ragazzi” vent’anni più giovani di noi, hanno la stessa stima e la stessa nostalgia di noi “prataioli” d’antan. Che tra questi ci sia anche un deputato di Fratelli d’Italia, pazienza: nessuno è perfetto, neppure Angiolina, e neppure iniezioni quotidiane di universalismo alla Lanza ti salvano, evidentemente, dal nazionalismo melonista.
Nel 1956 sposò Carlo Lanza che seguì, per motivi di lavoro, a Trento. "Erano gli anni della contestazione e del ’68, ma seppe cavalcare quel momento appassionando i ragazzi attualizzando le lettere classiche e le tragedie greche", racconta la figlia, Emanuela, madre di Valeria e nonna di Lucrezia e Violante. Una discendenza matrilineare, nel solco di tutte le madri le figlie e le sorelle che rendono appassionante il mondo dei grandi tragici greci. Nel frattempo vent’anni fa il "suo" Carlo è morto. "Erano legatissimi. Diceva sempre: Quando morirò fate festa perché sarò tornata a brindare con il mio Carlo".
La terza F del Maffei 1995: "Esigente, severa e grandissima. Ha sempre messo passione in quello che faceva e con una grande umanità. Il suo amore per la cultura classica era viscerale e sconfinato. E lo trasmetteva: quando parlava della tyche, della sorte, e dello spazio dell’accadere in cui si presenta il divino, le brillavano gli occhi”.

Esigente e severa: vero. Per qualcuno anche indigesta. Per l’ironia sfidante del suo sguardo che non faceva sconti. Ma in qualche modo, nella nostra stagione post-sessantottina, era un messaggio di serietà, un approccio rigoroso, senza piacionismi, populismi, ammiccamenti.
Una delle cose belle della Lanza è che in classe ci citava le parole, le intuizioni dei nostri predecessori, studenti di qualche anno più grandi di noi, come se fossero Tacito o Sofocle. Ci sentivamo così anelli di una catena di trasmissione del sapere che poi sarebbe continuata, nei suoi anni veronesi al “Maffei”, con le citazioni di qualcuno di noi…
Un nome che risuonava nella nostra terza C era quello di Laura Zambanini, che oggi la ricorda così: “Le sue ultime parole, per gli studenti della terza età di Bosco Chiesanuova e per le sue pronipotine, sono state: ‘Devono studiare, studiare di più. Per se stessi’. Io sono profondamente persuasa che si studia per sé stessi. Apprendere delle nozioni è una specie di effetto collaterale. Si studia per imparare a studiare, per essere pronti a imparare roba nuova quando ci serve, per sviluppare il gusto di fare una cosa bene, per porsi un obiettivo e raggiungerlo. E per non sentire la solitudine, o almeno sentirla e non disperarsene. Io questo ho imparato da Angiolina, ho cercato di praticare, ho cercato di insegnare. La mia gratitudine verso di lei è infinita. Ho avuto all'università un paio di grandi Maestri, ma sulla gioia dell' apprendere la lezione di Angiolina è stata definitiva”.
Un’altra ex del Prati, Nadia Scappini, insegnante e autrice in versi, la tratteggia così: “Se ho scelto Lettere classiche a Padova (ritrovando il suo maestro, che citava spesso, Carlo Diano!) è stato per tutte le tragedie che ci aveva fatto leggere (Bur, 350 lire) e commentare in libertà in classe senza che lei intervenisse a correggere, censurare, modificare: chissà quante scemenze, ma anche perle, saranno uscite! Erano "nostre", però, e noi in quei momenti ci sentivamo protagonisti e prendevamo coraggio”.
Coraggio e libertà. Questa la lezione della Lanza. “Per me – aggiunge Maria Teresa Bortolami che poi si è dedicata alla chirurgia pediatrica – lei è stata l'essenza della capacità di comprendere la fragilità più profonda dell'essere umano. La ricorderemo sempre con il suo sguardo silenzioso, rispettoso e azzurro come il cielo”.
L’annuncio del transitus di Angiolina non poteva che essere in una delle sue lingue: la figlia Emanuela ha scritto agli amici e sul necrologio: “Vita mutatur non tollitur”. Questa è la speranza antica degli uomini: che la vita non ci sia solo tolta ma trasformata in altri orizzonti, altra vita. Angiolina ci sperava ma ci insegnava anche che il conforto della cultura e della poesia è comunque immortale. Chi ha saputo trasmetterci parole vere sul nostro destino di esseri umani, come i grandi della letteratura greca e latina, non muore mai. “Antigone” e “Le baccanti” le sue tragedie preferite, nelle ultime confidenze alla figlia. Io non dimenticherò il suo saper mescolare alto e bassomimetico, cuore e viscere, testa e istinti, Apollo e Dioniso, come una grande lezione di saggezza: l’anima dell’uomo è composta da cime di luce e abissi di buio, il bene e il male intrecciati da misteriosi legami che la grande letteratura sa appena rischiarare.
Prof indimenticabile, Angiolina Lanza, ci mettiamo in piedi sulle nostre seggioline del liceo e ti tributiamo l’unico omaggio che si può dare a chi ci ha donato libri e libertà, nell’attimo fuggente della nostra giovinezza: Capitana nostra capitana. Grazie per tutte le rotte, e le mappe, le costellazioni che ci hai indicato. Capitana nostra capitana. Buona navigazione. Che gli dèi ti siano propizi. E chissà che non ci si riveda, un bel giorno, dalle parti di Itaca.












