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La ripartenza di Vinitaly oltre le aspettative e brilla l'Alto Adige. Le bollicine si fanno spazio ''sottocosto'' con il contenitore costa più del contenuto

Un'edizione che ha registrato 88 mila operatori, oltre 25 mila gli stranieri, provenienti da quasi 200 Paesi. Vinitaly si è messo alle spalle l'emergenza Covid, una manifestazione sempre più orientata al business. E il Trentino?

Foto Ennevi
Di Nereo Pederzolli - 14 aprile 2022 - 20:33

VERONA. Edizione in "mascherina" quella di un Vinitaly che però ha fatto vedere finalmente la faccia, il carisma di una schiera di vignaioli, cantinieri, imprenditori e tanti operatori del settore enoico come nessuna premessa della vigilia 2022 poteva azzardare.

 

Il vino che mette alle spalle la tribolazione di un forzato biennio pandemico, vino che ora dovrà vedersela con certi tamburi di guerra, cupe avvisaglie emerse anche nei padiglioni di Verona. Bilancio comunque più che positivo. Lo ribadiscono con orgoglio i promotori della fiera enologica più importante d’Italia, ai vertici degli scambi anche a livello internazionale.

 

Verona è riuscita in qualche modo anche a migliorarsi, bandendo l’ingresso a schiere di ebbri desiderosi solo di apparire. Presenze selezionate, per mettere in risalto sia il profilo dei visitatori come quello degli operatori. Qualche defezione dai paesi travolti dalla guerra scatenata dalla Russia, ma edizione che registra 88 mila operatori, oltre 25 mila gli stranieri, provenienti da quasi 200 Paesi. Pochi giapponesi, ancor meno i cinesi, quest’ultimi ancora alle prese col Covid, mentre intensificano lo sviluppo viticolo in maniera esponenziale, al punto che tra qualche vendemmia Pechino salirà sul podio dei maggiori produttori mondiali.

 

Impossibile sintetizzare in poche righe la baraonda di confronti, degustazioni, appuntamenti, novità - o presunte tali - per una rassegna da sempre all’insegna dell’apparenza oltre che la sostanza. Il bere per valorizzare peculiarità territoriali, gli affari in sintonia con i progressi enologici, il cambiamento dei consumi, variazioni di gusto e di portafoglio.

 

Quali le novità più eclatanti? A livello nazionale sicuramente la massiccia ostentazione di vini con le bollicine. Tanti, forse troppi. E con vitigni di dubbia attitudine spumantistica. Ma soprattutto bollicine che cercano spazio sul mercato attraverso prezzi bassi, molto bassi.

 

Gli osservatori più attenti del mercato del vino hanno censito - e degustato - oltre 200 etichette di "vino spumante" proposte nella grande distribuzione a meno di 5 euro la bottiglia. E altre tipologie di vini (fermi) per complessive 2 mila e 200 etichette variegate, sempre al prezzo massimo di 4,99 euro. Che dire: lo spumante, anche quello banale, è richiesto e i vini "sottocosto" riescono a soddisfare palati distratti, vini acquistati più per necessità alimentare che per goduria. Insomma: decisamente economici al punto che talvolta il contenitore costa quasi più del contenuto.

 

Questo non solo per il valore dell’uva, ma anche perché vetro, sughero, cartone e ogni sorta d’imballaggio è quasi introvabile e i prezzi sono schizzati alle stelle, senza soffermarsi sui costi energetici e della distribuzione. Un comparto - quello della Gdo - che lo scorso anno ha registrato movimenti per quasi 3 miliardi di euro, spronando anche aziende blasonate (e i vignaioli più intraprendenti) a confrontarsi con le richieste di consumatori alla ricerca di un bere pop.

 

Un segmento di mercato che vede proprio il Trentino "giganteggiare". Merito di colossi cooperativi come Cavit e Mezzacorona, mentre marchi più blasonati (Ferrari) rilanciano traguardi davvero da Formula 1, verso successi dove il brand appaga sotto tutti i punti di vista.

 

Torniamo alle tendenze registrate a Verona. Le bollicine superstar, con aziende che propongono vivaci interpretazioni molto, ma molto insolite. Spumante da uve zibibbo (quello solitamente usate per vini passiti) oppure da uve rosse come Shiraz, senza contare tutta la gamma dei vitigni minori, dalla Calabria alle Marche, oltre che le consuete varietà aromatiche e quelle riservate alla spumantistica classica, quella del vino che rifermenta in bottiglia. A proposito: vino non solo in contenitori di vetro, pure in lattina, mixato con sostanze aromatiche a base di frutta, mora, lampone, pure fragola e senza tralasciare l’ananas. Sarà una provocazione, ma certo soddisfa la richiesta di significative aree di mercato, l’America su tutte.

 

Tendenze e curiosità. Citazione doverosa per i vini senza alcol, altra istrioneria registrata al recente Vinitaly. Vino (?) con 0,4° alcol, destinato a consumatori islamici o a salutisti integerrimi. Rimaniamo tra le Dolomiti. Il padiglione dell’Alto Adige l’ha fatta da padrone. Quasi impossibile riuscire a fermarsi ai banchi d’assaggio. Le cantine sociali a fianco dei cantinieri più rinomati, un gioco di squadra di piena sinergia, a tutela di un ambito decisamente fascinoso, ritenuto culla del buon bere, per vini quasi inimitabili.

 

E il Trentino? Lo spazio è stato ben gestito, ben frequentato, buona performance commerciale delle aziende sistemate quasi all’ingresso della fiera. Anche se nel padiglione mancavano tutti i vignaioli, quelli che hanno aderito alla Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti) sistemati in una zona periferica, seppur valida. Così il Trentino, con il suo slogan "Vini bianchi, rossi e specialmente green" forse non è riuscito a emozionare come in altre occasioni.

 

E’ emerso inoltre un altro aspetto: se al Trentino togliamo l’aurea dovuta all’indiscutibile fascino dello spumante, i vini tranquilli sono purtroppo penalizzati. Lo sono ingiustamente, ma è così. Nella graduatoria delle regioni più quotate, il Trentino "senza bollicine" esce dalla top ten. E arranca. Il tutto nonostante i continui quanto strategici interventi della Provincia, di Trentino Marketing e di importanti manager commerciali.

 

Il comparto pare penalizzato dalle incomprensioni sedimentate nei rapporti tra cantine sociali e piccoli vignaioli, da una Doc che uniforma le produzioni e talvolta non valorizza le specificità. Svetta solo con la forza, il brio dello spumante classico, vero tutore della qualità del Made in Trentino.

 

Non a caso ad Opera Wine, anteprima di Vinitaly, tra i 130 migliori vini d’Italia selezionati dall’americana Wine Spectator, solo tre sono trentini, due di questi grazie alle loro importantissime bollicine (Ferrari e Maso Martis) lasciando ancora una volta al San Leonardo dei Guerrieri Gonzaga il compito di difendere il prestigio trentino di un (grandissimo) vino rosso di stampo internazionale.

 

Ancora un’annotazione. Trentino decisamente sugli scudi - e inconfondibile - con le sue grappe, i suoi distillati. Specialmente quelli da vinacce, anche se molte distillerie a Verona hanno ostentato mirabolanti versioni di Gin. Vinitaly alle spalle, nella settimana di Pasqua. Edizione per aprire gli occhi. E guardare al futuro. Proprio come suggerisce una tradizione contadina in voga in Valle dei Laghi: quella delle Glorie. Nella serata che precede la Pasqua, bagnarsi gli occhi con un goccio di vino santo. Per aprirsi alla gioia. Per un momento di condivisione, etica enologica e fede paesana, omaggiando l’imminente resurrezione.

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