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Bruno Detassis, 13 anni fa ci lasciava il "custode del Brenta". "L'alpinismo è salire per la via più facile, tutto il resto è acrobazia"

L'8 maggio 2008 ci lasciava l'alpinista trentino Bruno Detassis, soprannominato "custode del Brenta" per il suo impegno decennale come gestore del rifugio Brentei. Di lui si ricordano le oltre 200 vie aperte nelle Dolomiti, ma soprattutto lo spirito "antieroico" in contrapposizione con gli ideali del tempo, che l'ha sempre portato ad allontanarsi dagli applausi e dalla fama

Di Lucia Brunello - 08 maggio 2021 - 07:24

TRENTO. “In Brenta con Bruno Detassis: la sua onestà e rettitudine morale, pare in certi momenti un mito di un eroe antico: certo al giorno d'oggi fa stupore”, queste le affettuose e devote parole scritte nel suo diario dall’alpinista Ettore Castiglioni riguardo l’amico e compagno di cordata Bruno nel lontano 1934.

 

Parole che non potrebbero descrivere meglio colui che è diventato una figura simbolo dell’alpinismo italiano, ricordato non solo per le sue incredibili ascensioni, ma prima di tutto per l'atteggiamento umile ed autentico che aveva nei confronti della montagna e della vita. Alla fama e agli applausi, ha infatti sempre preferito tenere le sue ascensioni per sé, rimanendo nell'ombra. 

 

Oggi, 8 maggio 2021, sono 13 anni dalla sua morte. Emoziona pensare a Detassis, scomparso dopo una lunga vita durata ben 97 anni, e alla sua carriera alpinistica iniziata a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, in un’epoca ormai a noi distante, sia economicamente che socialmente. Un’epoca, però, durante la quale sono state scritte grandi storie, in grado di  suscitare una forte emozione in tutti gli appassionati di storia dell'alpinismo.

 

E' l'emozione mista brivido che nasce pensando a cosa gli scalatori (e scalatrici) di quel tempo erano in grado di fare, con ai piedi delle "scarpette" d’arrampicata che invece erano degli scarponi, le mezze corde di nylon che si usano oggi che invece erano una sola corda di canapa, il “sacco” al posto dello zaino, e come imbragatura di protezione, la stessa corda legata in vita.

 

L’alpinismo di Detassis, in contrapposizione con gli ideali del periodo, però, non aveva nulla di eroico, si è infatti sempre approcciato alla montagna con grande rispetto per l’ambiente e per la vita. "L'alpinismo è salire per la via più facile, tutto il resto è acrobazia", era infatti una delle sue massime.

A 15 anni ha scalato il Campanil Basso, sul Brenta, per la prima volta. Nella sua vita poi lo scalerà oltre 180 volte: l'ultima a 79 anni, per festeggiare il 90° anniversario dalla prima ascensione. "La prima volta che incontrai Bruno fu nel settembre del 1949 in cima al Campanile Basso", scrisse l'alpinista trentino Cesare Maestri. "Lui festeggiava la sua centesima salita al famoso campanile, io festeggiavo la prima. Solo ripetendo le sue salite mi sono reso realmente conto, non solo della sua indiscutibile bravura tecnica, ma soprattutto della sua intuizione nel tracciare e scoprire il percorso più logico. Salendo lungo i suoi itinerari più famosi ho potuto rendermi conto della sua classe, della sua originalità, della sua perspicacia alpinistica". 

 

Detassis aprì in Dolomiti oltre 200 vie, più di 70 delle quali nel gruppo di Brenta, il suo vero regno. La prima fase del suo capitolo alpinistico, l'ha visto principalmente legato alla stessa corda di Ettore Castiglioni, fortissimo alpinista e partigiano (tragicamente deceduto assiderato nel 1944 nel tentativo di fuggire dalla polizia svizzera verso il confine con l'Italia) con cui condivideva gli stessi ideali. I due hanno aperto tantissime vie, tra le ascese principali ricordiamo quelle sul Sass Maòr, sulla Pala del Rifugio, sulla parete nord dell'Agner, e sullo Spiz de la Lastia.

A 25 anni diventò guida alpina, l’anno seguente invece ottenne la licenza di maestro di sci. Tanta era la sua abilità da venir selezionato come insegnate di sci di alcuni membri della casata reale dei Savoia e dalla prestigiosa famiglia Agnelli. Fu proprio sulle montagne piemontesi che Bruno conobbe la sua futura moglie: la triestina Nella Cristian, prima maestra di sci italiana con la quale si sposò nel 1939. Insieme si trasferirono a Madonna di Campiglio dove Detassis era stato chiamato a dirigere la scuola locale di sci.

 

Poi arrivarono gli anni difficili della guerra: l’8 settembre 1943 Bruno si trovava con i commilitoni nella zona di Merano, i tedeschi li fecero prigionieri deportandoli verso il campo di prigionia di Oerbke, vicino ad Hannover in Germania. Si dice che nel frattempo la moglie Nella rifornisse i partigiani della zona con viveri e coperte, oltre a non perdere occasione per cercare di avere notizie del marito. Solo nel 1945 il campo di prigionia venne liberato e Detassis poté finalmente fare ritorno a casa.

 

Nel 1956 con il fratello Catullo, Angelo Righini e Fortunato Donini, compì la traversata integrale delle Alpi con gli sci, mai effettuata in precedenza. Nel 1957-58 fu il capospedizione della prima spedizione trentina in Patagonia con Marino Stenico, Catullo Detassis, Cesare Maestri, Luciano Eccher, Cesarino Fava e Tito Lucchini.

 

Per decenni ha gestito, assieme alla moglie e ai figli Ialla e Claudio, il rifugio Brentei. Era ed è infatti chiamato il "custode del Brenta". Di quel gruppo dolomitico, Detassis divenne infatti una figura storica, sempre presente e punto di riferimento di infinita esperienza e saggezza. Chi ha fatto visita al rifugio negli anni di gestione dell'alpinista, lo ricorda per il suo grande barbone bianco-argenteo e in mano l'immancabile pipa. Se n’è andato l'8 maggio 2008 in una silenziosa sera primaverile. Poco più di un mese dopo e avrebbe compiuto 98 anni.

 

“Nei riguardi di ciascuno - scriveva Detassis - la natura opera una sua selezione: chi arriva ai rifugi, chi sale per i sentieri più impervi, chi raggiunge le cime lungo le difficili vie d’arrampicata. Esiste però una cosa che ci accomuna tutti e che ci spinge in questo ambiente unico: la passione per la montagna”.

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