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Himalaya, tante spedizioni per l'invernale: dal quarto tentativo di Simone Moro della conquista del Manaslu a Hervé Barmasse e il Nanga Parbat a tempo record

La stagione alpinistica invernale è ufficialmente iniziata, e sono numerose le spedizioni con importanti obiettivi che si sono portate tra Himalaya e Karakorum. Da Simone Moro che, per la quarta volta, dopo le spedizioni fallite del 2015, 2019 e 2020, tenterà la vetta del Manaslu, a Hervé Barmasse che, assieme al tedesco David Goettler e allo statunitense Mike Arnold tenterà la salita di quella che è conosciuta con il nome di “montagna mangiauomini” 

Di Lucia Brunello - 29 dicembre 2021 - 18:57

TRENTO. Per un alpinista la stagione invernale rappresenta la possibilità di misurarsi con un ambiente inospitale dove è indispensabile avere grandi capacità tecniche per affrontare le numerose difficoltà che la montagna presenta. In tutto questo, se si parla di Ottomila, è indispensabile anche avere grande resilienza e tantissima pazienza nell’attesa della giusta finestra di bel tempo. Per questi motivi il 21 dicembre nel calendario alpinistico rappresenta l’inizio delle attività alla base delle montagne più alte del pianeta.

 

Quest’inverno sono numerose le spedizioni impegnate tra Himalaya e Karakorum. Alcune sono già arrivate ai rispettivi campi base da tempo e hanno già potuto compiere una prima rotazione in parete. Tra i vari alpinisti impegnati spiccano anche gli italiani Simone Moro e Hervé Barmasse che tenteranno di salire rispettivamente Manaslu, a quota 8.163 metri e il Nanga Parbat 8.126 metri.

Sul Manaslu Simone Moro sarà impegnato con gli spagnoli Alex Txikon e Iñaki Alvarez. Si tratta della sua quarta spedizione sull’ottava montagna più alta del pianeta, dopo quelle del 2015, 2019 e 2020, tutte fallite per via delle abbondanti nevicate che non hanno permesso di tentare la cima. Per farsi trovare pronto già nei primi giorni d’inverno - solitamente quelli con tempo più stabile - Moro si è acclimatato tra le vette minori della Valle del Khumbu, in Nepal, in particolare ha salito il Lobuche Peak (6.119 metri) e l’Ama Dablam (6.812 metri), dormendo più notti tra i 5.000 e i 6.000 metri.

Diversamente hanno invece fatto i suoi compagni di spedizione, giunti proprio il 21 dicembre al campo base. Dopo un po’ di riposo Moro ha raggiunto i suoi compagni che, nel frattempo, hanno allestito campo 1 e campo 2 sulla montagna. Ora sono tutti al campo base bloccati da alcune perturbazioni che nel giro di pochi giorni dovrebbero lasciare posto ad una lunga finestra di bel tempo che gli permetterebbe di allestire la via e i campi alti essenziali per il tentativo di vetta.

Hervé Barmasse, assieme al tedesco David Goettler e allo statunitense Mike Arnold si trova invece in Pakistan e tenterà la salita di quella che è conosciuta con il nome di “montagna mangiauomini”. In particolare l’alpinista di Valtournenche tenterà una salita in stile alpino del versante Rupal, il versante sud della montagna, tuttora mai salito nella stagione fredda.

Le difficoltà che l’alpinista cresciuto all’ombra del Cervino e il suo team dovranno affrontare saranno numerose, prima su tutti l’elevato dislivello che li divide dalla vetta, essendo il campo base a soli 3.500 metri di quota, mille metri più sotto rispetto al più preferito versante nord della montagna: il versante Diamir. Cosa che evidentemente non mette in soggezione Barmasse, che ha inoltre dichiarato che la strategia sarà quella di un’ascesa in velocità, con due soli bivacchi in parete durante la salita senza chiaramente ausilio di corde fisse e ossigeno.

 

Barmasse e Goettler non sono nuovi a questo alpinismo che potremmo definire più green e più rispettoso nei confronti dell’ambiente. I due hanno infatti salito nell’incredibile tempo di 13 ore i 2.200 metri della parete sud ovest dello Shisha Pagma (8.024 metri) in puro stile alpino, una salita “fast and light”, veloce e leggera, come si dice in gergo alpinistico.

 

Interessante è anche il progetto di Jost Kobusch, alpinista tedesco che vuole salire l’Everest per la cresta Ovest in solitaria e in uno stile leggerissimo, sarà infatti sempre solo al campo base della montagna più alta della terra: lui, la sua tendina e circa 200 chili di materiale, che sono veramente pochissimi per una spedizione himalayana. Il campo base vero e proprio è rappresentato dal vicino villaggio di Lobuche, che dista 3 ore a piedi da quello che per il tedesco rappresenta semplicemente un campo base avanzato. Il suo progetto si divide in tre fasi, una delle quali è già stata portata a termine nella stagione 2019/2020 salendo fino al colle Lho La, a circa 7.400 metri di quota.

Per questa seconda fase il giovanissimo alpinista tedesco, di soli 29 anni, si è posto come obiettivo il raggiungimento della quota di 8.000 metri, dove potrà capire e studiare meglio le condizioni della montagna e, in particolare, del canale Hornbein. Per quanto riguarda le sue probabilità di successo Kobusch sa essere realista e stare coi piedi per terra, la vetta non è tra i suoi obiettivi, la terza fase del progetto verrà infatti portata a termine con una terza spedizione nella quale occasione, conoscendo meglio le condizioni della montagna, potrà tentare la vetta con la preparazione più adatta e con il materiale migliore per le difficoltà che lo attendono.

 

Prosegue invece la raccolta fondi di Gelje Sherpa (eccola qui) che, con un team molto simile a quello che lo scorso 16 Gennaio ha salito per la prima volta il K2 in inverno (qui articolo), vuole tentare di aprire una nuova via sul versante nepalese del Cho Oyu (8.188 metri).

Il motivo dietro questo desiderio è più politico che alpinistico. La via normale alla cima si trova in Cina, che non concede permessi di scalata troppo facilmente, soprattutto ora con la pandemia, mentre sul versante nepalese della montagna sono state aperte alcune vie molto tecniche e difficili. L’obiettivo del team è invece quello di aprire quella che potrebbe diventare la nuova via normale alla cima, rendendo la montagna più accessibile, indipendentemente dagli umori cinesi.

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