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Bloccati per 2 giorni sul versante sud del Nanga Parbat, Barmasse e Goettler costretti a tornare al campo base: “Abbiamo salito più di metà parete ma la vetta rimane lontana”

Partiti per il Pakistan verso fine dicembre l’alpinista valdostano Hervé Barmasse e il suo collega tedesco David Goettler stavano tentando di salire il Nanga Parbat attraverso il versante sud della montagna, il Rupal. Il forte vento, fino a 45 chilometri orari e le temperature rigide, fino a 30 gradi sotto lo zero, hanno costretto gli alpinisti a fermarsi al campo due per due giorni, a 6.200 metri, per poi riscendere oggi al campo base

Di Francesca Cristoforetti - 18 January 2022 - 15:57

TRENTO. “In una montagna così isolata come il Nanga Parbat il vento è quasi sempre presente. Le previsioni meteo che riceviamo sono ottime, ma se il tempo metereologico è variabile, nascosto dietro alla parola variabile, esistono tante sfumature. Nel nostro caso la sfumatura è grigia (e assolutamente lontano dall’essere erotica). Il telo della tenda inizia a piegarsi su di me con quel suono classico di quando scuoti una tovaglia. É a folate, alcune più violente, altre meno. Poi il vento si fa più teso, stimiamo da 35 ai 45 chilometri orari e la temperatura attorno ai meno 28 gradi lascia il posto a una percepita di (fate voi il calcolo). Allora la notte e il tempo si dilatano, decine di minuti come ore che non finiscono e il pensiero che domani, con queste condizioni, senza le corde fisse che garantiscono un collegamento sicuro con il campo base, sarà più difficile del previsto scendere”. Ha scritto così l’alpinista valdostano Hervé Barmasse nel suo ultimo post di oggi sulla sua pagina Facebook, dove con una sorta di “diario” ha tenuto aggiornato il suo pubblico, quando possibile, sull’impresa che stava compiendo in queste settimane insieme al collega tedesco David Goettler.

 

Partiti per il Pakistan verso fine dicembre, i due stavano tentando di salire il Nanga Parbat, 8.126 metri di altitudine, in perfetto stile alpino attraverso il versante sud della montagna, il Rupal, via finora mai percorsa durante la stagione invernale (Qui articolo). Una spedizione che si è rivelata molto dura da affrontare, a causa delle forti raffiche di vento, fino a 45 chilometri orari e delle temperature estremamente rigide, fino a 30 gradi sotto lo zero, che li hanno costretti a fermarsi per due giorni al campo due, dove hanno piantato la loro tenda di piccole dimensioni sul crinale, il 16 gennaio.

 

“Potrebbe essere una giornata più lunga dell’ascesa – ha raccontato oggi Barmasse – una giornata difficile. Aver mangiato poco non aiuta in questi casi e il freddo intenso e i pensieri portano all’insonnia. Finalmente arriva l’alba e il vento cala, le nuvole lasciano posto ad alcuni raggi di sole. La prima cosa che ci diciamo, ‘una notte di merda, una delle più difficili della nostra vita’. Guardiamo fuori dalla tenda. Lo spettacolo del sole che sorge, questa grande bellezza ci paralizza. Io e David ci guardiamo e ridiamo. I nostri pensieri sono così vicini che non c’è bisogno di dire: ‘ora scendiamo’”.

 

Dopo quasi due giorni bloccati, oggi hanno iniziato la discesa verso il campo base: “Ci prepariamo e basta – ha proseguito – Il tempo di smontare la tenda e le prime nuvole ci avvolgono. In corda doppia iniziamo a perdere quota. Dopo 5 ore e più di 2500 metri siamo nuovamente al campo base. Abbiamo salito più di metà parete ma la vetta rimane lontana; eppure, ho il sorriso stampato in viso. Lo stile alpino ancora ritenuto impossibile su questa parete nella stagione invernale credo sia l’unica strada percorribile, salire e scendere solo con le proprie forze portandosi solo il necessario e non sporcare la montagna è quanto di meglio possa fare un alpinista. Il come viene prima del dove. Prima di quel punto sulla mappa geografica che vorremmo raggiungere”.

 

Soltanto ieri infatti Barmasse scriveva in un suo post: “Il termine bloccati fa paura – raccontava – Soprattutto per chi legge da casa. Ma come tutte le parole anche questa può essere interpretata. Bloccato significa non muoversi, ma nel nostro caso verso l’alto. Verso ciò che ambiamo e che vorremmo raggiungere. È così che è iniziata la giornata a 6200. Con una riflessione guardando le nuvole che coprivano la vetta del Nanga Parbat in uno spazio ridotto di pochi centimetri dove decidiamo di fermarci perché siamo alpinisti che puntano a 8000 metri e stare in quota aiuta ad acclimatarci”.

 

I due alpinisti erano infatti rimasti bloccati nella loro tenda, “in poco più di due metri quadrati”, a causa delle intemperie che erano tornate a essere protagoniste in questo viaggio, non permettendo loro di proseguire verso la vetta: “Cala il sole – scriveva ieri l’alpinista italiano – il vento inizia ad aumentare. Le raffiche si fanno più forti e il freddo più intenso. Alle 18 prepariamo la cena, ciò significa più di un’ora di fornello e per errore la mia è una mezza porzione visto che ho calcolato male la razione. 10 cucchiai di zuppa e senza aver pranzato non sono un granché. Mi consolo con il dolce: la barretta naturale al cacao. Infine riprendiamo la prima delle nostre tre posizioni per cercare di dormire. Di lato, destro o sinistro. O fissando il soffitto della tenda. Ma come si fa a dormire se è tutto il giorno che non ti muovi? E come si fa a dormire se il telo della tenda inizia a prenderti a schiaffi?”.

 

Due giorni fa, nonostante una difficile nottata, durante il cammino verso il campo uno, le condizioni meteorologiche a 5.600 metri di quota erano cambiate, “o ghiaccio talmente duro che picche e ramponi faticano a far presa – riportava su Facebook il 16 gennaio – o neve come zucchero sino alla vita. Inevitabilmente la nostra marcia rallenta”.  

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