Caro sci, quanto mi costi: rincari fino al 13% sugli skipass per un settore che non è più il futuro della montagna
L'attuale situazione non certo favorevoli dovrebbe portare alla consapevolezza che guardare al passato, in un'economia vincolata alle trasformazioni sociali e ambientali, è uno degli errori più comuni e ricorrenti. Non occorre infatti essere lungimiranti per capire che il futuro della montagna e di chi vi abita dipende dalla capacità di osservare i segnali, allarmanti e chiari, che arrivano dal presente

ASIAGO. Per funzionare, i grandi comprensori sciistici ingurgitano molta, moltissima energia. Soprattutto al giorno d'oggi, con la neve che fa la preziosa ed è necessario produrla artificialmente. Com'era prevedibile, quindi, la crisi energetica ha colpito anche questa nicchia economica, andando a pesare non solo sul portafoglio degli impiantisti, ma anche su quello degli sciatori.
Confrontando le tariffe della scorsa stagione, con quelle in vigore oggi, si registrano rincari fino al 13% (Assistenti). Prendendo come riferimento il principale comprensorio comprensorio italiano, Dolomiti Superski, in alta stagione lo skipass giornaliero costerà 74 euro contro i 67 della scorsa stagione (+10.4%), ma in Lombardia gli aumenti saranno ancora più vistosi: a Bormio, per esempio, il prezzo del giornaliero salirà da 46 a 52 euro (+13%).
Lo sci, da tempo messo in ginocchio dai cambiamenti climatici e nelle ultime stagioni dalla pandemia, ora si trova a fare i conti con le conseguenze di una guerra per molti aspetti di respiro globale. Eppure c'è chi ancora spinge per la realizzazione di nuovi comprensori o per la ristrutturazione di impianti caduti in disuso, investendo milioni di euro (spesso pubblici), alterando gli ecosistemi locali e prolungando la dipendenza di molte vallate da un'economia di anno in anno più fragile ed energivora.
Il problema a questo punto non è solo di carattere ambientale, ma anche e soprattutto di carattere sociale, perché le monoculture, se da un lato possono garantire guadagni importanti e rapidi, in caso di fallimento rischiano di travolgere l'intera comunità che da esse dipende.
Questi nuovi dati non certo favorevoli dovrebbero portare alla consapevolezza che guardare al passato, in un'economia vincolata alle trasformazioni sociali e ambientali, è uno degli errori più comuni e ricorrenti. Non occorre infatti essere lungimiranti per capire che il futuro della montagna e di chi vi abita dipende dalla capacità di osservare i segnali, allarmanti e chiari, che arrivano dal presente.


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