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La montagna è meticcia: tra ''montanaro'' e ''cittadino'' non sempre il primo è quello votato all'ambiente e il miscuglio è ormai realtà

Nella narrazione dominante continua a persistere un modello stile ''Heidi'' dove gli abitanti degli ambienti urbani sono quelli votati all'avanguardia del progresso e chi abita i rilievi è inchiodato a tradizioni e rispetto incondizionato per la natura. Non è così e la storica immagine di Faimmetta del lockdown lo ha mostrato plasticamente

Di Pietro Lacasella - 08 settembre 2022 - 12:28

TRENTO. La cultura è materia dinamica, viva. Evolve nel tempo, così come si trasformano i gusti, le passioni, i desideri. Eppure, quando si parla di "montanari", la narrazione dominante continua ad adottare un taglio forzatamente bucolico, tant'è che il paragone con Heidi viene utilizzato a più riprese.

 

Un cliché fondato sulla contrapposizione tra “abitanti degli ambienti urbani”, all’avanguardia del progresso, tuttavia insensibili alle esigenze ambientali, e “abitanti dei rilievi”, inchiodati al tempo, alle tradizioni e a un’esistenza segnata dalle asperità territoriali, ma guidati dal rispetto incondizionato per la natura

 

Il pallido efficientismo cittadino si scontra con l’autenticità della vita alpigiana, tersa ma difficile. Il montanaro diventa quindi il “buon selvaggio”, a cui a parole tutti aspirano, ma che in pochi hanno il coraggio di diventare.

 

Ovviamente questa frattura, così netta nella narrazione, viene spesso smentita dalla realtà dei fatti. Soprattutto nel periodo storico in atto - caratterizzato da forti contaminazioni culturali - dove la residenza non denota l’indole e nemmeno l’emotività di una persona.

 

Per non inciampare nello stereotipo, bisogna tornare a guardare questa fotografia, diventata virale durante un periodo di lockdown. Per chi non se lo ricordasse, immortalava Fiammetta, una bambina di 10 anni che, come la maggior parte dei ragazzi italiani, stava seguendo le lezioni in didattica a distanza. Tuttavia, a differenza degli altri studenti, non era connessa da casa, bensì dai pascoli dove il padre accompagna le sue 350 capre.

 

Computer e connessione, due elementi riconducibili all’immaginario urbano, si saldano a pascoli e bestiame, propri invece della narrazione montana. Un connubio fecondo, dove i precetti della tradizione vengono rimodulati sulle possibilità offerte dall’innovazione.

 

La montagna di oggi è meticcia, come lo era quella di ieri e lo sarà quella di domani. Questa consapevolezza è il primo passo verso una narrazione meno retorica e più attenta alle reali esigenze dei territori alpini e di chi li vive.

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