La storia di Ertl, l'alpinista e regista che non si fece 'contagiare' dal nazismo. Ferrari arriva a Trento con il suo monologo "I vagabondi della montagna"
Il monologo, interpretato da Marco Albino Ferrari, si terrà domani sera alle 21.00 al Teatro Sociale di Trento. Verrà presentata la biografia di Hans Ertl, uno dei più importanti alpinisti del Novecento e abile operatore cinematografico, assoldato anche dal ministro della Propaganda Goebbels per documentare rilevanti eventi ufficiali durante il nazismo

TRENTO. "La parola 'eroe', Held, usata alludendo alla categoria del sacro, capace di proiettare l’uomo nel Pantheon degli eletti grazie all’estremo sacrificio, ricorre spesso tra gli alpinisti tedeschi di un secolo fa. Molti hanno letto il libro-culto Jungborn (Fontana di giovinezza) di Eugen Guido Lammer. Jungborn è una sorta di classico maledetto che passa di mano in mano tra giovani dalle aspirazioni autodistruttive. 'Il segreto del successo degli alpinisti tedeschi' racconta Giusto Gervasutti, 'è nel dispregio del rischio e del pericolo'".
Questa è solo una parte del monologo "I vagabondi della montagna", interpretato da Marco Albino Ferrari, che domani sera (7 maggio) alle 21.00, nell’ambito del Trento Film Festival, presenterà la biografia di Hans Ertl, di recente pubblicata nella collana Hoepli Stelle Alpine. Causa esaurimento posti l’evento è stato spostato al Teatro Sociale di Trento.
Hans Ertel (1908 Monaco di Baviera – 2000 Chiquitania, Bolivia) fu uno dei più importanti alpinisti del Novecento. Le sue qualità non si limitavano, tuttavia, alle verticalità alpine: fu infatti un abile operatore cinematografico e regista. Il ministro della Propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels, lo assoldò per documentare rilevanti eventi ufficiali, come le adunate di Monaco o il viaggio di Hitler a Roma.
Ma il nazismo non contagiò Ertl. Anzi, il regista/alpinista tentò di sottrarsi agli incarichi ufficiali fin quando Goebbels ordinò che fosse arrestato dalle Ss. Venne salvato da Leni Riefenstahl, diva del regime.
La sua storia non si esaurisce con la fine della Seconda Guerra mondiale, ma prosegue in un susseguirsi di episodi coinvolgenti, che spaziano dal Nanga Parbat di Hermann Buhl all’amazzonia boliviana. Il monologo di Ferrari, appoggiandosi alla proiezione di filmati rari e di importanti testimonianze, ci proietta in un frangente storico fitto di punti di svolta, glorie e tragedie. Un periodo che ha profondamente segnato l'Europa del Ventesimo secolo e le cui vibrazioni sono giunte fino a noi.
Qui di seguito un passaggio del monologo "I vagabondi della montagna"
"La parola 'eroe' Held, usata alludendo alla categoria del sacro, capace di proiettare l’uomo nel Pantheon degli eletti grazie all’estremo sacrificio, ricorre spesso tra gli alpinisti tedeschi di un secolo fa. Molti hanno letto il libro-culto Jungborn (Fontana di giovinezza) di Eugen Guido Lammer. Jungborn è una sorta di classico maledetto che passa di mano in mano tra giovani dalle aspirazioni autodistruttive. 'Il segreto del successo degli alpinisti tedeschi' racconta Giusto Gervasutti, 'è nel dispregio del rischio e del pericolo'.
Ma nella Germania anni Venti, Lammer vibra ovunque. Anche in chi non lo ha letto. Anche in chi non conosce le montagne. O meglio è lui che vibra con lo Zeitgeist disperato emerso dalle trincee, dal senso di sbandamento postbellico che tutto avvolge. Siamo nel Primo dopoguerra: in Austria e in Germania si è schiacciati dal crollo degli imperi, dalla bufera di fuoco e acciaio che ha annientato un’intera generazione: la “generazione perduta”. Non c’è lavoro. Inflazione alle stelle. Per le strade i reduci avanzano con le stampelle, guardandoti. Alcuni sono rimasti ciechi, altri amputati. Non si contano i traumatizzati, gli “scemi di guerra”, che urlano al pericolo tremando soli davanti a un bicchiere.
Molti si mettono in coda all’ufficio di collocamento per ricevere il sussidio di disoccupazione; è la minima risorsa in denaro concessa dalla traballante Repubblica di Weimar. Lì in fila, gli ex commilitoni si mescolano a chi era troppo giovane per essere arruolato. Così sale il senso di colpa, il bisogno di trovare una lotta come riscatto. E la montagna diventa il nuovo campo di battaglia.
La parete sopra di loro è ignota. Eppure ci si lancia, si osa, senza più tornare, come Leo Rittler, Emil Solleder, Toni Schmid, Willo Welzenbach. Tutti svaniti sulla montagna. Partono decisi, di notte, con una lanterna in mano. Perché in fondo ne sono convinti: gli alpinisti non muoiono mai per davvero, svaniscono, semplicemente, come gli eroi classici mossi dal lungo braccio degli dei".












