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| 08 mag 2023 | 06:01

''Il bacino alle Viote? Non si è compresa la crisi climatica", l'autore di "Inverno liquido'': "Tante contraddizioni ma abbandonare la monocultura dello sci è possibile''

Lo scrittore Nardelli, autore con Dematteis di "Inverno liquido" è intervenuto con il ricercatore Colucci, il documentarista Albrisi e l'imprenditore Ceylan a Trento per tracciare le sfide future sulle montagne per "reinventare l'inverno"

TRENTO. "Ci sono tante realtà in cui sembra che non cambi nulla e sono diffuse ovunque, poi ci sono altre aree in cui il modello della monocultura dello sci sulle montagne può essere superato". A dirlo Michele Nardelli, autore con Maurizio Dematteis di "Inverno liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa". "C'è una difficoltà a comprendere la dinamica in corso, talvolta si preferisce non conoscere perché crea meno dolore".

 

Già consigliere comunale a Trento e consigliere provinciale, ex presidente del Forum per la Pace e i Diritti Umani del Trentino e tra i promotori dell'Osservatorio Balcani Caucaso, lo scrittore Nardelli è salito sul palco in piazza Battisti con il ricercatore del Cnr Renato Colucci, il documentarista Luca Albrisi e Mustafa Ceylan, imprenditore dello sci e snowboarder. Protagonisti di un dialogo incentrato su "Reinventare l'inverno. Sciare nel futuro" con Luca Andreazza (Il Dolomiti), Sofia Farina (Pow) e Michele Argenta (Ci sarà un bel clima).

 

Un appuntamento di "Un'ora per acclimatarsi", la rassegna, inserita nel Trento Film Festival e organizzata da Il Dolomiti, Ci sarà un bel clima, Alto Rilievo-voci di montagna e Protect our winters, che ha affrontano e approfondito con l'aiuto di esperti e tecnici svariati sfumature, ricadute e ripercussioni della crisi climatica. Un programma che si è sviluppato nei 10 giorni di Festival e che ha riscosso un ottimo interesse di pubblico. 

 

 

L’emergenza sanitaria legata a Covid ha messo in luce l’estrema debolezza del modello economico legato al turismo dello sci da discesa sulle montagne. In un’epoca nella quale il climate change accorcia le stagioni e aumenta i costi, in cui la crisi economica lo rende uno sport elitario e il cambiamento culturale vede prospettarsi una diversa domanda di svago anche nei centri vocati alla monocultura del turismo invernale, quali prospettive di riconversione possono essere messe in campo? A questa domanda, e dopo un lungo reportage tra Alpi e Appennini, cerca di dare una risposta il libro "Inverno liquido" e da qui si è partiti in piazza Battisti. 

 

"Il cambiamento climatico non annulla le precipitazioni, ma gli eventi sono più estremi", spiega Nardelli. "Questo significa che non ci sia più l'affidabilità dei manti nevosi: la linea di affidabilità, cioè almeno 30 centimetri per 100 giorni crescerà nei prossimi anni di 400 metri. Siamo in un contesto di policrisi e quella climatica determina un cambiamento particolarmente radicale". Nel viaggio e negli incontri con imprenditori, operatori e testimoni del mondo dello sci, emerge però che c'è ancora molta strada per una piena consapevolezza del trend. 

 

"Ci sono situazioni insostenibili che vengono portate avanti nonostante tutto, il termine è accanimento terapeutico. Poi ci sono altre esperienze in cui si comprende l'esigenza di superare la monocultura dello sci. La risposta è ancora contraddittoria e si fatica a comprendere la gravità attuale", aggiunge Nardelli, mentre Colucci dice: "A 20 anni ero abituato a vivere un clima molto simile a quello di mio padre, mio nonno e mio bisnonno. Queste generazioni si sono sviluppate in situazioni ambientali simili. Ma il surriscaldamento è iniziato dal 1920 mentre il ritiro dei ghiacciai dal 1865 con la rivoluzione industriale e il deposito del black carbon sulla superficie. C'è un problema di percezione ma il cambiamento nei prossimi 30 anni sarà analogo, se non accelerato perché le fasce altitudinali si alzano". 

 

Il clima cambia e non bisogna farsi ingannare da un inverno più nevoso. "Le precipitazioni sono cambiate ma in modo non omogeneo", evidenzia Colucci. "Nevica di più sulle Alpi Giulia ma a quote più alte. Ci saranno altri inverni nevosi oppure estati fresche ma un evento normale diventa eccezionale".

 

Abbandonare tout court un modello che ha permesso a molti territori di svilupparsi non ha senso. E' anche complesso uscire da un paradigma consolidato, però è sempre più urgente uscire dagli schemi. "Per tante realtà non sembra cambiato nulla e sono diffuse ovunque - spiega Nardelli - penso all'Altopiano di Asiago con le amministrazioni locali che intendono investire più di 11 milioni per un nuovo impianto di risalita dove non c'è futuro. A Campitello Matese con 5 mila alloggi in un luogo dove non c'era nulla, se non un rifugio, un modello che il Molise ha rifinanziato tramite Pnrr. Poi c'è l'idea dei bacini in quota per l'innevamento: Viote sul Bondone, Panarotta Folgaria".

 

Ma ci sono spiragli virtuosi di adattamento, magari forzato. In Svizzera è scesa pochissima neve durante l'inverno appena trascorso, spiega Ceylan, ma si è riusciti a reggere il colpo con la mountain bike. Nonostante gli impianti chiusa anche sulla Panarotta ci sono stati segnali importanti. Qui c'è la proposta dell'ex sindaco di Palù del Fersina di rivedere l'offerta della montagna. "Un gruppo di imprenditori ha immaginato qualcosa di diverso sul passo Rolle, anche se poi le amministrazioni hanno fatto un passo indietro. Ci sono esempi positivi e consapevoli, anche in Trentino o la val di Funes. Il modello della monocultura dello sci può essere superato: servono visione e coraggio, la riconversione richiede tempo e non è immediata ma bisogna iniziare ora per farsi trovare pronti. Il cambiamento deve essere progressivo perché un'epoca va verso la fine. Paradossalmente a comprenderlo sono le stazioni più grandi, come Madonna di Campiglio". 

 

E serve un approccio proattivo, il cambiamento deve partire anche dal basso, conclude Albrisi, autore di the outdoor manifesto, il quale crede fermamente nella divulgazione della cultura outdoor come mezzo per contribuire a una presa di coscienza ambientalista biocentrica.

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