"Ci siamo tolti i moschettoni e nascosti in un anfratto ma un fulmine ci ha colpiti", sorpresi dal temporale in quota: "Braccia fumanti e forte dolore: un trauma"
Il racconto di un'esperienza in quota (davvero) traumatica: "Stavamo percorrendo la ferrata quando un forte temporale con grandine ci ha sorpresi. Ci siamo tolti i moschettoni e nascosti in un anfratto roccioso ma un fulmine ci ha colpiti"

TRENTO. "Quando arriva un temporale a casa mia c'è il coprifuoco. Tutti ci ridono su e ci prendono un po' in giro, ma pochi sanno che dietro a questa paura di fulmini e saette c’è una storia successa per davvero che spiega molto di quella che può sembrare un'eccessiva reazione".
Il racconto è quello di una escursionista che sui social ha deciso di condividere una terribile esperienza avvenuta qualche tempo fa, che ha segnato lei e coloro i quali l'accompagnavano nel corso di quella 'sfortunata' escursione in quota.
"Era una mattina di luglio in Val di Fassa, precisamente a Soraga - esordisce la donna su Facebook -. Avevamo stabilito che quel giorno saremmo saliti al rifugio Principe e poi, attraverso la ferratina, saremmo arrivati sulla cima del Catinaccio d’Antermoia per ritornare al Principe, attraverso il Passo d’Antermoia, un giro ad anello non difficile, ma lungo".
"Siamo arrivati al rifugio e il tempo cominciava a cambiare, solo che a nessuno andava di ritornare indietro. Eravamo in sei ma Franco, mio cognato, si è accorto che non aveva gli scarponi, quindi ha rinunciato. Arrivati in cima già eravamo avvolti da nuvole nere e, toccando la croce di ferro, scaturivano scintille. Così abbiamo deciso di scendere quanto prima. Anche in discesa c’era la ferrata, perciò era impossibile procedere velocemente. A 50 metri dalla cima è scoppiato il finimondo: fulmini, saette, grandine".
E prosegue: "Abbiamo deciso di ripararci in un anfratto molto modesto nella roccia. Ci siamo tolti moschettoni e oggetti di metallo e, mentre noi ragazze ci riparavamo, Elio, che non ci entrava, stava più all’esterno. Improvvisamente, mentre parlavo con Roberta, mi sono sentita buttata a terra, mentre una gran forza mi teneva schiacciata, intorno a me un rimbombo forte e un dolore che mi attraversava".
Inizialmente, la donna aveva pensato di avere accusato un malore, una terribile sensazione mai provata prima: "Non capivo. Poi mi son tirata su e non era bello quello che mi circondava: panico, braccia fumanti, urla, pianti, ma soprattutto Roberta con labbra blu e gli occhi fissi nel vuoto: non parlava, stava distesa, non reagiva. Eravamo sotto choc e doloranti, faceva freddo e il temporale continuava".
Elio, la persona rimasta più 'lucida' nonostante la scossa, "decise che dovevamo scendere quei 600 metri di parete ghiacciata senza sicurezza, perché continuavano i tuoni e i fulmini, faceva molto freddo, e non avremmo resistito per un tempo lungo in quella situazione. Si caricò sulle spalle mia cognata e cominciammo ad andare giù - conclude -. Ricordo che si scivolava sulla roccia bagnata e le mani diventavano insensibili, mancando la presa. Siamo arrivati alla base del Catinaccio in qualche modo, per poi risalire al passo e ridiscendere verso il rifugio".
Giunti in struttura, dopo un pianto liberatorio, gli escursionisti hanno parlato con i rifugisti, "che ci hanno fatti una lavata di capo perché 'non si sale con tempo incerto su un 3000'". Una bruttissima disavventura in quota conclusasi con l'arrivo dei soccorsi e una lenta ripresa fisica: "Braccia e inguine erano cosparsi di capillari dilatati, tutti avevamo nausea, mal di testa e peli bruciacchiati, ma eravamo in piedi. Dopo alcuni giorni mia mamma, che non sapeva dell’accaduto, è venuta a casa mia e mi ha chiesto cosa fosse quell’odore di zolfo: ci è rimasto addosso per un po' l'odore mentre la paura per sempre".













