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Trento
19 settembre | 20:22

"A quota 2.400 è accaduto l'irreparabile", affronta 11 ore di 'traversata' sulle rocce scalzo (e con 20 chili di zaino sulle spalle), il racconto: "Sarebbe potuta finire malissimo"

Un escursionista si è ritrovato in quota con entrambi gli scarponi rotti e il cellulare che non prendeva in una zona particolarmente impervia della Presanella. Ha deciso di arrangiarsi, di non chiamare i soccorsi e di raggiungere il Rifugio in autonomia (scalzo e con uno zaino di 20 chili), a proprio rischio e pericolo. Ecco com'è andata

"A quota 2.400 è accaduto l'irreparabile", affronta 11 ore di 'traversata' sulle rocce scalzo (e con 20 chili di zaino sulle

TRENTO. Un'escursione in quota ha rischiato di trasformarsi in una disavventura non da poco (se non in tragedia), ma, nonostante le (non poche) difficoltà, si è conclusa con il migliore degli esiti. Tutto è successo di recente ad un escursionista, Alberto Zanon, che si era portato nella zona della Presanella con un'amica per raggiungere il Rifugio Denza. Una traversata impegnativa, resa ancor più faticosa e complessa dalla rottura di entrambi gli scarponi  dell'uomo nel corso della camminata. 

 

Il racconto è stato fatto a Il Dolomiti dal protagonista della vicenda, che con la redazione ha voluto condividere un lungo testo in cui spiega quanto accadutogli, ricordando l'importanza di attrezzarsi sempre, e di cercare di avere consapevolezza delle proprie capacità (e limiti). In generale, infatti, come consiglia da sempre il Soccorso alpino, sarebbe bene, se possibile (e se necessario) tornare indietro, nel momento in cui ci si rende conto di non riuscire a procedere.

 

 

RIPORTIAMO DI SEGUITO L'ACCADUTO:

 

Giornata cruciale: con lo zaino quasi strapieno, dobbiamo effettuare la traversata dal Rifugio Città di Trento al Rifugio Francesco Denza, situato sull'opposto versante della Presanella. La sera prima Anna (nome di fantasia del protagonista della vicenda ndr) si era mostrata un po' preoccupata circa l'impegno richiesto, considerata la nostra stanchezza accumulata.

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Partiamo alle 8: il nostro passo è regolare, e dopo una veloce sosta al Centro Glaciologico "Julius Payer" per vedere qualche foto storica sui " bei tempi andati" dei ghiacciai del gruppo dell'Adamello, proseguiamo senza indugio verso il Sentiero Migotti. Incrociamo vari escursionisti che salgono dal fondo della Val Genova per un giro in giornata. Tuttavia ad un tratto Anna si accorge che stiamo andando fuori traccia: anche io intuisco che stiamo perdendo troppa quota, così guardiamo sul suo telefono e con amarezza scopriamo che siamo andati oltre il punto di innesto del Migotti, dovendo quindi risalire indietro di duecento metri e perdendo un'ora.

 

Oltremodo seccati, arriviamo al bivio accorgendoci che il cartello era in vista solo per chi saliva quindi era difficile da vedere in discesa. Saliamo velocemente i primi metri fra prati e constatiamo ben presto che, oltre ad avere una ripidezza continua, questo sentiero è anche molto stretto e trasmette la sensazione di essere poco frequentato. Infatti a breve troviamo il primo di due tratti attrezzati: il passaggio è piuttosto esposto e non consente errori, perché sotto si apre un salto di alcune centinaia di metri sopra Malga Bedole. In compenso il panorama si allarga a tutto il settore nord del gruppo dell'Adamello. Poco oltre la vista si apre verso Cima Presena e, più avanti, Cima Busazza, mentre si attraversa la parte bassa della Val Zigola con un contesto che sembra presagire un terreno di pascolo, intuibile attraverso le erbe brucate dal bestiame.

 

In breve arriviamo anche al secondo tratto attrezzato, meno esposto ma più lungo. Superatolo, ecco incombere sopra di noi il passo Cercen, con una differenza di circa 800 metri da dove ci troviamo: occorreranno almeno due ore e mezza buone per raggiungerlo. Ma ecco che, in una zona in cui iniziano a vedersi i primi macigni, alla quota di circa 2400 metri, accade l'irreparabile: sento un "crop" sinistro sotto il piede destro. La suola dello scarpone si è letteralmente staccata.

 

Rimango allibito: e adesso che fare? Chiamo a gran voce Anna, che nel frattempo mi aveva distanziato e da lontano le mostro la suola. Lei mi guarda e mi risponde stizzita che devo proseguire senza fermarmi perché è già tardi e stiamo perdendo fin troppo tempo. Mi devo adattare pertanto a questa nuova situazione: non avevo mai camminato in montagna scalzo, ma in questo caso devo fare ricorso a tutta la mia concentrazione e alla mia abilità nel cercare di non perdere l'equilibrio camminando con uno scarpone solo. La fortuna, si fa per dire, di avere due calzini sotto il piede avrà un ruolo determinante nelle ore successive.

 

La sfortuna non avrebbe esitato a perseguitarmi: dopo circa un quarto d'ora e a circa 100 metri più in alto di dove si era staccata la suola destra, a metà di una colata di sassi, anche la suola sinistra cede, rimanendo in parte attaccata allo scarpone. Anna impreca, perché sa che è impossibile raggiungere il Denza in tempo utile. Inizia quindi una risalita della Val Cercen così estenuante e veramente faticosa che a distanza di quasi un mese ancora mi domando come possa avercela fatta, camminando con i calzettoni, con gli scarponi distrutti appesi al collo e soprattutto con uno zaino di almeno 20 chili sulla schiena. Percorriamo un tratto angusto parallelo ad un impluvio asciutto, poi una zona ripida e particolarmente instabile in cui i nervi di Anna sembrano cedere: lancia lo zaino per non averlo d'impiccio, ma questo rotola giù e lascia uscire il telefono. Io invece continuo, imperterrito, con l'assoluta abnegazione di dover raggiungere il rifugio a tutti i costi, soprattutto perché quella è una zona in cui i telefoni non prendono, forse perché trattandosi di area protetta, non si vogliono installare antenne. Anna invece non rinuncia all'ipotesi di tornare indietro: la sento amareggiata e cerco di convincerla a continuare.

 

Più su (ogni tanto chiedo alla mia amica di controllare l'altitudine) sento un debole scrosciare d'acqua che si amplifica man mano ci avviciniamo. Si intuisce una conca chiusa da pareti. Anna è sempre più pessimista sulla prosecuzione e invoca l'intervento del Soccorso Alpino. Concordiamo di fare una breve sosta a base di acqua, frutta secca e cioccolata e ripartire poi alla ricerca del fondamentale punto di passaggio per l'opposta Val Stavel. Ripartiti, ci avviciniamo alla muraglia rocciosa per cercare quantomeno di scorgere dei segni bianco rossi. Ne scorgo uno, ma è in piena parete: per passare in quel punto ci vorrebbero cognizioni alpinistiche che non abbiamo. Abbiamo davanti a noi una imponente cascata che prende l'acqua da chissà dove. Anna improvvisamente scorge un cavo di una ferrata, è certamente lì che si passa: proseguo a saltelli sui sassi bagnati, i calzini sembrano reggere e il mio morale pure. Mi avvinghio al cavo come ad un' ancora di salvezza e riesco perfino a filmare il salto d'acqua. Ora è chiaro: la vedretta della Presanella alimenta sia il bacino del Noce, quindi l'Adige, sia quello del Sarca, quindi il Po. Ciò perché evidentemente si trova proprio sul passo e l'acqua di scioglimento scende su entrambi i versanti. È una cosa strana, che non avevo mai visto. Ma noi siamo appena a metà della fatica ed ora ci attende una discesa dalle caratteristiche ignote.

 

Finalmente scorgiamo il cartello del Passo, siamo a 3022 metri. Ci imbattiamo ancora una volta in un cimitero di filo spinato che invade il passo, tant'è che i segni biancorossi si trovano più in alto, alla nostra destra invece la Vedretta della Presanella si estende largamente, abbracciando una area considerevole, dal Monte Gabbiolo a cima Vermiglio fino a Cima Presanella. Senza troppi indugi, Anna decide di passare sulle matasse di filo spinato, a costo di danneggiare i pantaloni, mentre io mi azzardo a scalare i salti rocciosi a sinistra. Non vorrei essere considerato un pazzo o un incosciente, ma non ho scelta: il telefono non ha nessuna utilità, qui, devo contare solo sulle mie capacità e la mia esperienza, d'altra parte non ho nulla che mi impedisca di proseguire (scarponi al collo a parte) e in ogni caso il ricorso all'elicottero sarebbe qualcosa di vergognosamente meschino con me stesso e con chi mi conosce.

 

Quindi mi metto letteralmente a scalare, la mia concentrazione è massima, e anche in quei momenti in cui il cervello è fissato a coordinare i movimenti, ancora non mi capacito di come sia riuscito ad arrampicare senza mai mettere un piede in fallo. Fortuna? Forse, ma essa non può assisterti per tre, quattro o cinque ore. Devo dunque dedurre che la mente umana è straordinaria e ti fa fare cose che in momenti di assoluta tranquillità e spensieratezza sarebbero inimmaginabili. Dopo un po' vedo Anna raggiungere una palina segnaletica e scendere, arrivandovi presto. Più avanti la scorgo intrattenersi con due persone e li raggiungo: sono due ragazzi tedeschi che fanno la traversata in senso inverso. Parlando in inglese, faccio intendere loro di avere gli scarponi fuori uso: uno dei due, prontamente, toglie due fettucce dai loro zaini e le avvolge attorno. Il loro gesto è significativo della solidarietà che ci può essere tra appassionati in situazioni delicate come questa, aldilà di un semplice saluto incrociandosi.

 

Nonostante la quasi subitanea rottura di una delle due cinghie, riesco a proseguire con un po' di sollievo, si tratta solo di non appoggiare il piede scalzo sul fine pietrisco che si trova quasi ovunque. Pertanto devio dalla traccia per andare sulle rocce modellate dal ghiaccio, dove si cammina meglio. Tuttavia perdo qualsiasi riferimento: nessun ometto, nessun bollo, e un po' mi preoccupo, il sole sta calando, sono ormai quasi le cinque, per cui decido di contattare il rifugio per avvisare del ritardo ed eventualmente provare a convincere il gestore a farmi consegnare un paio di scarponi di emergenza. Mi risponde che a quell'altezza a cui mi trovo non può arrivare, mi propone di usare i ramponi per tenere bloccati gli scarponi, scendendo con un qualcosa che si appoggi saldamente alla roccia. Poi provo a orientarmi, scorgendo in lontananza un'altra palina segnavia: la raggiungo e ritrovo il sentiero. Intanto Anna è sparita in basso, chissà se forse è già in prossimità del rifugio. Rifugio che finalmente appare, dopo aver superato una bassa elevazione.

 

Tutto è tranquillo attorno ad esso, nessun rumore nelle vicinanze, sembra vicino, però avrò almeno un'ora e mezza di lento e doloroso (è il caso di dirlo ormai) cammino. Perfino i bastoncini sono diventati un'estensione del mio corpo e mi aiutano, per quanto possibile, in questa grottesca quanto ammirevole progressione in discesa. Non so come mai, ma ad un tratto credo di aver imboccato una variante del sentiero principale, detta Sentiero della Scalaza, che rasenta a nord la parte bassa della vedretta: per un certo tempo essa spiana decisamente, consentendomi di far riposare la pianta del piede destro, tuttavia incontro una sorta di scarpata, in cui la traccia affronta delle rocce accidentate, che mi obbligano all'uso di entrambe le mani. Penso che il mio piede ormai martoriato abbia già iniziato a fare le vesciche o ad avere tagli e ricontatto il rifugio: mi risponde una signora, mi dice che il gestore è fuori per il carico della teleferica e non tornerà prima delle sette, mi chiede pertanto di tener duro e arrivare con calma, loro mi avrebbero aspettato per servire la cena. Ecco che sono arrivato al torrente Presanella, la costruzione è innanzi a me di un centinaio di metri, inizio a contare alla rovescia, novantanove, novantotto, giusto per tenere alto il morale, scorgo da fuori le luci accese della sala da pranzo, batto la suola e la pianta destra stremata sul tavolato, giro l'angolo e trovo Anna ad aspettarmi: è arrivata un'ora prima e sta sorseggiando una Coca Cola.

 

Sono le 19.15: undici ore di una incredibile traversata, in cui non ho mai smesso di credere che ce l'avrei fatta. Due emiliani mi chiedono l'accaduto e capiscono il problema per il giorno dopo, ma non saprebbero come aiutarmi. Mirco Dezulian, guida alpina e gestore del rifugio, si complimenta con me per la resistenza, assicurandomi che avrebbe cercato di "riparare" i miei scarponi con del filo di ferro. Con un po' di paura mi tolgo i calzini pensando di trovare il disastro: la mia sorpresa è grande nel non trovare la più piccola ferita. Una piccola vittoria, in una giornata carica di tensione e preoccupazione. Ora posso, finalmente, cenare ed andare a riposare tranquillo: a pensare come scendere, l'indomani, sarà questione da affrontare durante la colazione.

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