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Bolzano
09 novembre | 11:20

Da 6 anni vive isolato sulle Dolomiti in una baita senza acqua corrente né gas (e si nutre di piante e fiori): storia di Ulrich Senoner

La storia di Ulrich Senoner è quella di un uomo (ex architetto) che ha deciso di lasciare tutto. Alla vita in città, a Berlino, ha preferito quella sulle terre alte, a oltre 2.000 metri di quota, in una baita isolata senza acqua corrente né gas. Un'esistenza fatta di rinunce e di piccole (grandi) cose che, finalmente, lo rendono felice

BOLZANO. Una scelta di vita "controcorrente", fatta di rinunce in virtù di un vero e proprio ritorno alla natura. La storia è quella di Ulrich Senoner, un uomo di 67 anni che da sei ha deciso di trasferirsi in pianta stabile in una baita che sorge in Alto Adige sotto il Sasso Piatto, a circa 2.050 metri di quota sull'Alpe di Siusi.

Dopo una vita trascorsa a Berlino, in Germania, lavorando come architetto, l'altoatesino ha deciso di tornare a casa, scegliendo di trasferirsi in una casetta in legno (senza acqua corrente né gas) in ricordo dei "bei tempi" andati. La zona in cui sorge la baita, infatti, è proprio quella in cui Ulrich, da piccino, si portava insieme al nonno a fare il fieno: un luogo per lui rimasto "magico" e carico di dolci ricordi.

 

La scelta di vita del 67enne rende praticamente impossibile raggiungerlo per un'intervista (se non mettendosi zaino in spalla e macinando chilometri a piedi in quota fino al suo 'rifugio') e a raccontare a Il Dolomiti la sua storia è quindi il nipote, Tobias Demetz, che negli ultimi 4 anni ha trascorso giornate (e settimane) accanto allo zio per realizzare un docu-film legato a questa particolare "esperienza" a quota 2.000. 


"Non è per nulla facile vivere come mio zio - esordisce il 23enne -. Per quasi 8 mesi all'anno a quell'altitudine c'è la neve. Questo significa non soltanto dovere spalare tutti i giorni, ma anche procurarsi abbastanza legna (nei mesi 'buoni') per scaldarsi per tutto l'inverno". 

 

All'interno della malga di Senoner (denominata Malga Futura) non c'è riscaldamento, soltanto una stufa, che permette all'uomo non soltanto di scaldarsi, ma anche di cucinare. Per l'acqua ci si affida a quella del ruscello (da recuperare con i secchi), mentre a garantire l'elettricità (quantomeno nei giorni di bel tempo) ci pensa un piccolo pannello solare. 

 

La zona è particolarmente isolata e questo significa che il 67enne deve fare ogni cosa da sé: "Noi parenti, quando possiamo, lo andiamo a trovare e gli portiamo qualcosa da mangiare - prosegue Demetz -. Cosa che fanno anche alcuni escursionisti che transitano sul territorio. Per la maggior parte del tempo, però, mio zio è da solo e mangia patate, che si coltiva in un piccolo orto creato a pochi passi dalla baita o ancora piante e radici trovate nei boschi (il 67enne è un grande conoscitore di piante selvatiche, studiate a fondo sui libri e documentandosi ndr) o ancora, quando finisce gli ortaggi coltivati, farina mescolata con fiori e acqua". 

 

Il paese più vicino alla malga è Selva di Valgardena, che dista circa 9 chilometri di cammino: "I primi anni Ulrich andava in paese una o due volte al mese e faceva un po' di spesa. Da qualche tempo a questa parte, invece, non si muove più dalla baita - fa sapere il nipote -. Dice che ormai è troppo vecchio, quindi ha scelto di non scendere più a valle". 

 

Qualche anno fa, dopo aver cominciato a raccontare la vita dello zio su Youtube, Tobias era stato contattato da alcuni produttori, che gli avevano suggerito di realizzare un documentario, che il giovane ha provveduto a realizzare da sé, ottenendo qualche fondo dalla Provincia di Bolzano per sostenere le (non poche) spese. 

 

"Non avevo mai guardato documentari e non sapevo come si realizzassero - ammette -. Ma chiedendo consigli a cameramen e registi sono riuscito a organizzarmi con le riprese (130 ore di materiale) e a mettere tutto insieme, capendo anche come e dove tagliare. Ormai sono 4 anni che ci lavoro: una volta sistemato audio, colore e post produzione (ha inviato il file a Cinecittà), il documentario sarà pronto per uscire e la speranza è quella di riuscire a presentarlo a Venezia o in qualche bel festival". 

 

Per realizzare il docu-film, titolato A penny weighs more than a soul (QUI il trailer e QUI la pagina Instagram), il 23enne ha trascorso 180 giorni con lo zio, vivendo un'esperienza che mai si sarebbe immaginato di vivere: "Ho scoperto, stando con lui, quanto il corpo possa adattarsi bene a situazioni estreme come il freddo: dopo qualche giorno insieme a mio zio ho cominciato a uscire all'aperto in maniche corte senza patire il freddo - spiega -. E' stato a tratti faticoso ma mi ha insegnato molto. Ho imparato ad apprezzare la natura come mai avevo fatto prima, guardandola con occhi nuovi, diversi”.

 

E conclude: "Sebbene non condivida appieno la visione della vita di mio zio, ho molta stima di lui e di tutto ciò che sta facendo: lavora sempre a nuovi progetti ed invenzioni ed è felice della strada che ha scelto. E' felice anche del fatto che io abbia voluto raccontare tutto questo in un documentario, perché crede sia utile per sensibilizzare la gente a tornare a vivere di più in armonia con la natura senza distruggerla". 

 

"Non a caso, quando gli si chiede se ha paura che gli succeda qualcosa lui risponde di no, e che preferirebbe morire in montagna che in un ospedale. In futuro non posso che immaginarmelo lì, a quota 2.000 fra le sue piante e con lo sguardo rivolto verso le montagne, osservate sempre con meraviglia e gratitudine". 

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