"I bivacchi non sono rifugi a costo zero, ma patrimoni da valorizzare", la sezione Cai di Vigo: "La soluzione non è chiuderli: occorre fare cultura e affidarsi al buonsenso"
A lanciare una riflessione sul "ruolo" dei bivacchi in montagna è la sezione Cai di Vigo di Cadore

VIGO DI CADORE. “Oggi i bivacchi alpini sono spesso meta di gruppi di giovani che cercano un’esperienza diversa, immersa nella natura, a volte senza il fine ultimo di scalare una cima all’alba. Il bivacco diventa perciò una meta e non un mezzo per soli alpinisti eletti: è un problema? E la soluzione è rimuovere i bivacchi, eliminarli dalla montagna?”.
A lanciare la riflessione è la sezione Cai di Vigo di Cadore, che anticipa sul suo profilo Facebook l’incontro “I bivacchi, un patrimonio da valorizzare" che si terrà sabato 13 settembre a Laggio di Cadore, alle 20.30, in occasione del 40esimo del bivacco “G. Spagnolli”. Si parlerà appunto di bivacchi alpini come beni culturali e di come l’uso delle nuove tecnologie di comunicazione possa essere abbinato alla gestione degli stessi.
Il tema non è certo nuovo. Di fronte alla crescita del turismo di montagna, infatti, a rimetterci sembrano essere anche i bivacchi, scambiati per rifugi a costo zero e, cosa ancora più grave, senza alcun rispetto per luoghi tradizionalmente simbolo proprio di condivisione (qui un esempio).
Ecco allora che la sezione di Vigo cerca di fare chiarezza, prendendo una posizione netta. Anzitutto, specifica, il bivacco è "un ricovero di emergenza: la precedenza nell'uso è per chi si trova in difficoltà fisica o dovuta alle condizioni atmosferiche”, oltre a essere un modo per affrontare una cima alpinistica partendo prima dell’alba. Nonostante ciò, si tratta comunque di strutture aperte a tutti, che vanno per questo lasciate “meglio di come si sono trovate”. E soprattutto "sta al buonsenso di tutti - sottolinea - capire se c’è qualcuno che ha più bisogno degli altri, lasciando il posto libero qualora non ve ne fossero abbastanza. Per chi non condivide questo approccio esistono i rifugi".
Per questi motivi non vanno chiusi a chiave: “Molti sono stati costruiti da volontari con l’intento di valorizzare un territorio. Se avessero voluto costruire una struttura chiusa da godere con gli amici - puntualizza - si sarebbero costruiti una baita privata”. Ne deriva che ogni sezione Cai ha dunque il diritto di chiudere un bivacco, che però smette di essere tale e diventa "una capanna sociale".
"La nostra sezione - prosegue - ha fatto la scelta di non lucrare sulla montagna, che è di tutti. Chiudere a chiave una struttura e farsi pagare l’affitto dagli utenti non rientra nella nostra filosofia”. La scelta di vivere la montagna dormendo in bivacco non è dunque ritenuta malsana: piuttosto, va gestita. Ma come?.
"Fare cultura di montagna è insegnare l’educazione: un lavoro faticoso, che nel tempo porta i suoi frutti, soprattutto se si tratta di giovani che, avvicinati alla montagna, potrebbero innamorarsene e rispettarla come chi la vive quotidianamente. Se invece la soluzione più semplice - conclude la sezione - è chiudere i bivacchi e mandare tutti al rifugio con il bancomat in tasca, perché continuiamo a chiamarci Cai?".












