Lupi, "Qual è il ruolo della scienza?", l'intervento di Ciucci (La Sapienza) sul declassamento della specie: "Gli esemplari ibridi come vengono calcolati?"
La riflessione di Paolo Ciucci, professore all'Università La Sapienza di Roma, impegnato in attività di ricerca e titolare di corsi di corsi di Zoologia in Scienze naturali, e di Ecologia conservazione e gestione della fauna selvatica in Ecobiologia, sul declassamento del lupo

TRENTO. Qual è l'obiettivo gestionale degli abbattimenti del lupo? Quali principi e criteri quantitativi alla base del 5% come quota adeguata a raggiungere gli obiettivi? Come rientrano gli individui ibridi nel computo della quota di prelievo e quali sono le implicazioni pragmatiche? Queste alcune domande che mette sul tavolo Paolo Ciucci, professore all'Università La Sapienza di Roma, impegnato in attività di ricerca e titolare di corsi di corsi di Zoologia in Scienze naturali, e di Ecologia conservazione e gestione della fauna selvatica in Ecobiologia. Il docente da anni si occupa di ecologia dei grandi carnivori, lupo e orso in particolare.
Una riflessione che parte dal declassamento del lupo da specie "strettamente protetta" a solo "protetta" dopo che la modifica della direttiva Habitat a livello europeo è stata recepita dal governo, prima con decreto del ministro e quindi definitivamente con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
Una decisione che rappresenta più un cambio di passo per le Regioni a statuto ordinario rispetto alle autonomie speciali, in particolare Trentino e Alto Adige. Non serve più l'autorizzazione del ministero (vale per le ordinarie) ma la richiesta di parere a Ispra resta obbligatoria, seppur non vincolante. "L'Ispra ricopre un ruolo tecnico e si limita a valutare se gli abbattimenti previsti dalle amministrazioni sono coerenti con il quadro normativo non esprime un giudizio sugli abbattimenti", le parole a il Dolomiti di Piero Genovesi, responsabile fauna selvatica dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. "Le verifiche attraverso l'acquisizione della documentazione per redigere il parere prendono in considerazione tre paletti: forti danni, misure di prevenzione, e che non venga messa a rischio la specie. La decisione se abbattere o non abbattere è politica e delle istituzioni" (Qui articolo).
La quota massima ammessa di prelievi in deroga, secondo quanto predisposto da Ispra, per i lupi è del 5%, dunque fino a 160 lupi su scala nazionale. Gli enti locali annualmente devono redigere un piano di gestione. E nessun via libera all'abbattimento indiscriminato perché la richieste di rimozione di un esemplare deve rispondere ai paletti: forti danni o rischi, misure di prevenzione, possibili alternative e che non venga messa a rischio la specie.
Pubblichiamo in forma integrale la riflessione del professore Ciucci.
Declassamento e abbattimento del lupo: dov’è la scienza a sostegno della gestione?
Prendo spunto dall’articolo del 23 gennaio per condividere con i lettori de Il Dolomiti alcune riflessioni. La speranza è che queste considerazioni possano interessare quella stragrande maggioranza di persone che non si identificano nella contrapposizione sociale esasperata, strillata e radicale che ormai caratterizza il confronto sui grandi carnivori. Amo infatti pensare che molte persone, tra cui ovviamente il sottoscritto, continuano a credere che un confronto sociale civile, razionale, partecipato e basato su informazioni fattuali sia l’unica strada per arrivare all’obiettivo in assoluto più ambito, ma anche il più difficile: il raggiungimento di un consenso. Consenso inteso come condivisione, tra persone che hanno valori e punti di vista differenti, di un percorso decisionale e, soprattutto, degli obiettivi e delle soluzioni che ne dovrebbero scaturire.
Mentre sta alla politica attivare e governare consapevolmente i processi sociali e culturali che portano al consenso, è responsabilità della scienza fornire l’adeguato supporto informativo ai processi decisionali. È alla scienza che ci dobbiamo rivolgere per avere dati e fatti oggettivi o per comprendere i meccanismi funzionali di fenomeni complessi che, per loro stessa natura, non si prestano a interpretazioni occhiometriche e soluzioni semplicistiche. Fare riferimento alla scienza facilita il raggiungimento del consenso e garantisce l’elaborazione di soluzioni gestionali più efficaci e funzionali.
Alla scienza sta anche l’importante compito di delineare sempre e con chiarezza i confini tra scienza e politica e di tutelare quindi la propria credibilità, specialmente quando le scelte politiche non appaiono giustificate, in parte o del tutto, ad una lettura scientifica del contesto. Alla scienza, infine, sta anche la responsabilità di richiamare l’attenzione sul fine e sul significato di determinati processi decisionali. Tornando al lupo e all’opportunità di ricorrere agli abbattimenti come strumento gestionale, è la scienza che deve ribadire con fermezza che la valutazione di qualsiasi intervento gestionale non può prescindere da una chiara enunciazione, e sottintesa accettazione sociale, di specifici obiettivi gestionali.
Nel caso degli abbattimenti di lupo, concordo pienamente con il dott. Genovesi quando afferma che “La decisione se abbattere o non abbattere è politica e delle istituzioni”. In sostanza, non è Ispra, nel momento in cui indica le quote massime di abbattimento e verifica che tali abbattimenti siano in linea con il quadro normativo, che decide se sia o meno giusto abbattere i lupi. È questo il suo ruolo tecnico, rispondendo per legge e mandato del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica.
Ci sono però alcuni aspetti inerenti le indicazioni sul numero massimo di lupi eventualmente da abbattere che meritano a mio avviso una più attenta riflessione. Innanzitutto, qual è l’obiettivo gestionale degli abbattimenti, ovvero cosa si spera ottenere? Un obiettivo non è un altro che una chiara descrizione, possibilmente quantitativa e quantificabile, delle condizioni in cui desideriamo portare il sistema oggetto di interesse (in questo caso il sistema lupo, uomo e zootecnia).
Nel caso specifico, un obiettivo gestionale potrebbe riguardare il numero di lupi tollerati su scala regionale e nazionale; oppure la riduzione dei danni alla zootecnia entro determinati livelli, o anche la mitigazione del conflitto sociale e l’aumento del consenso pubblico sulle politiche gestionali del lupo.
Nel caso del lupo, non è facile stabilire e concordare un obiettivo gestionale di valenza nazionale e regionale, specialmente se consideriamo gli attuali livelli di tensione sociale. Non è un caso se nessun tentativo in questa direzione sia mai stato fatto nel nostro paese negli ultimi 40 anni. Il fatto che non sia un processo facile non vuole però dire che sia eludibile e risolvibile con soluzioni approssimative.
L’Italia non ha un piano di gestione del lupo. L’unico precedente era stato redatto e approvato nel 2002, in larga misura mai applicato, ed è comunque scaduto dall’ormai lontano 2006. Ovvio quindi attendersi che, dopo decenni di ripresa della popolazione di lupo su scala nazionale e la ricolonizzazione di aree dalle quali la specie mancava da oltre un secolo, i problemi gestionali si sono intensificati, stratificati e incancreniti. Sembra che ormai in questo paese si sia del tutto rinunciato all’intenzione di cecare risposte istituzionali sistemiche, preventive, efficaci e socialmente condivise. Vero è che l’Europa ci indica che oggi esiste maggiore flessibilità nel ricorrere all’abbattimento del lupo come strumento gestionale, ma questo non ci autorizza a farlo solo perché la cosa sia demograficamente sostenibile. Per farlo ci vogliono chiari obiettivi gestionali sulla base dei quali valutare l’adeguatezza dello strumento e della sua intensità d’impiego. In assenza di queste premesse, come sarà mai possibile un domani valutare se l’abbattimento come misura gestionale sta funzionando oppure no? E nel caso non funzionasse, di quali altri strumenti gestionali potremmo disporre?
Come secondo spunto di riflessione, apprendo che la quota di abbattimento viene calibrata su un prudenziale 3-5% della consistenza della popolazione come da ultima stima del 2021 realizzata da Ispra su scala nazionale. La domanda però che sorge spontanea è chi e secondo quali principi e criteri quantitativi ha deciso che il 3-5% sia una quota adeguata a raggiungere i (non esplicitati) obiettivi gestionali? È una coincidenza che lo stesso 5% di abbattimento era stato anche proposto nell’elaborazione del piano di conservazione e gestione del lupo del 2015 e che, proprio per questo, non è mai stato approvato? Dati, evidenze, metodi e relativi ragionamenti alla base della scelta del 5% sarebbero quindi estremamente utili da usare a supporto di questa indicazione gestionale e non solo: renderebbero il processo decisionale più solido, trasparente, ripetibile e, soprattutto, autorevole e difendibile.
C’è poi un altro aspetto che riguarda la regola del 5% di cui nessuno ne parla ma che non è affatto marginale: il corrispondente numero massimo di lupi (160) che si possono abbattere su scala nazionale è calibrato su circa 3.300 lupi stimati in Italia da Ispra nel 2021. Tuttavia, il problema da sempre sottaciuto è che questi 3.300 lupi non sono in realtà tutti lupi.
Le stesse stime di Ispra del 2021 e, ancor di più, un nostro recente studio condotto in collaborazione con la rete degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali nell’Italia peninsulare (Lorenzini et al. 2026), evidenziano che molti di questi lupi (dal nostro studio circa un terzo) sono in realtà di recente ibridazione con il cane, fenomeno che rappresenta una gravissima minaccia per l’integrità e identità genetica del lupo stesso. La domanda, quindi, è dovuta: come rientrano gli individui ibridi nel computo della quota di prelievo e quali sono le implicazioni pragmatiche all’atto del prelievo? A differenza di altre popolazioni di lupo europee che sono poco o per nulla afflitte da questo problema, lo stato di ibridazione della nostra popolazione non è tale da poter sostenere prelievi di lupi non ibridi, e questo va detto chiaramente (anche in Europa): essendo questi gli unici individui in grado di diluire nelle generazioni future varianti geniche di origine canina, sarebbe una follia ridurne la numerosità o comunque le probabilità di sopravvivenza e riproduzione rispetto a quelle degli individui ibridi. Viste le proporzioni di ibridazione della popolazione di lupo in Italia, il rischio di ‘sciame ibrido’ è dietro alla porta e non possiamo continuare a fare finta di nulla.
Il terzo elemento di riflessione riguarda i processi decisionali che attengono alla gestione della fauna. Nei paesi democratici le decisioni inerenti alla fauna che, come da legge 157/92 è e rimane un patrimonio indisponibile dello Stato, dovrebbero essere condivisi e aperti a tutte le parti sociali. Ultimamente si discute molto a livello internazionale di conservazione della biodiversità realizzata a livello di comunità, di processi decisionali partecipativi e organizzati dal basso, di adeguata rappresentanza dei vari portatori d’interesse in questi processi decisionali…Ma dov’è tutto ciò, nel nostro paese, in riferimento al lupo e ai grandi carnivori? Non sarà che tutto il livore e conflitto sociale che ruota intorno ai grandi carnivori non sia tanto colpa dei grandi carnivori quando della nostra incapacità di governare (e informare scientificamente) fenomeni sociali complessi?
Non tanto noi, i soliti zoologi, ma i nostri colleghi sociologhi, psicologi e antropologi saprebbero fornire agli organi istituzionali suggerimenti e indicazioni preziose su come istituire e governare i processi decisionali mirati ad una gestione maggiormente consensuale della fauna, lupo incluso. Perché invece di pensare solo agli abbattimenti, e rischiare di esasperare ulteriormente il conflitto sociale, i nostri Ministeri e le nostre Regioni non valorizzano maggiormente il sapere scientifico per facilitare una maggiore condivisione sociale tra gruppi di interesse che hanno prospettive, valori e aspettative gestionali differenti? Le università sono importanti centri del sapere e quelle pubbliche, in particolare, sono essenziali per garantire il buon funzionamento della democrazia. Usiamole di più, a fianco del fondamentale e insostituibile ruolo di Ispra, anche quando si parla di gestire lupi o di orsi.












