Declassamento lupi, Ispra: "Più flessibilità ma non è un cambiamento radicale. Per abbattere si deve fare prevenzione e rispettare regole e quote previste"
Il recepimento a livello italiano della modifica della Direttiva Habitat è un passo in avanti più per le Regioni a Statuto ordinario che per Trentino e Alto Adige. Piero Genovesi: "L'Ispra ricopre un ruolo tecnico e si limita a valutare se gli abbattimenti previsti dalle amministrazioni sono coerenti con il quadro normativo non esprime un giudizio sugli abbattimenti. La decisione se abbattere o non abbattere è politica e delle istituzioni". Io non ho paura del lupo: "Non è cacciabile e si può migliorare il monitoraggio. Puntare sulla prevenzione"

TRENTO. La modifica della direttiva Habitat disposta a livello europeo l'anno scorso e recepita il 21 gennaio dal governo italiano per declassare il lupo da specie "strettamente protetta" a solo "protetta" è un passo in avanti più per le Regioni a Statuto ordinario che per Trentino e Alto Adige, territori che a conti fatti hanno sempre potuto agire forti dell'autonomia e di leggi provinciali ad hoc in materia grandi carnivori (Qui articolo). La premessa è che non c'è una luce verde alle rimozioni indiscriminate e che gli esemplari non sono cacciabili. Inoltre le Regioni sono chiamate a redigere dei piani di gestione annuali.
A Trento e Bolzano, per esempio, ci si era già portati avanti con il recepimento della norma in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della modifica al Dpr 357. Non è un caso che l'anno scorso c'è stato l'abbattimento di un lupo in Val Venosta (Qui articolo) e un altro sulla Lessinia, una specie di sperimentazione operativa sulla base di esperienze, procedure e competenze già in dotazione alle Autonomie speciali.
In generale c'è una maggior flessibilità di gestione ma non una rivoluzione. Non serve più l'autorizzazione del ministero (vale per le ordinarie) ma la richiesta di parere a Ispra resta obbligatoria, seppur non vincolante. "L'Ispra ricopre un ruolo tecnico e si limita a valutare se gli abbattimenti previsti dalle amministrazioni sono coerenti con il quadro normativo non esprime un giudizio sugli abbattimenti", spiega Piero Genovesi, responsabile fauna selvatica dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. "Le verifiche attraverso l'acquisizione della documentazione per redigere il parere prendono in considerazione tre paletti: forti danni, misure di prevenzione, e che non venga messa a rischio la specie. La decisione se abbattere o non abbattere è politica e delle istituzioni".
La quota massima ammessa di prelievi in deroga, secondo quanto predisposto da Ispra, per i lupi è del 5%, dunque tra 100 e 160 lupi su scala nazionale. Dopo una prima ipotesi, una soglia estremamente prudenziale, con ripartizioni locali basate sulle effettive consistenze territoriali si è basata sul precedente censimento della specie in Italia nel 2021. Per chiarire: nel 2025 il Trentino avrebbe potuto prelevare 3-5 esemplari, l’Alto Adige 1-2, il Piemonte 10-17, l’Emilia-Romagna 9-15, la Toscana 13-22 e così via.
Adesso questo schema è stato aggiornato con i dati dell'ultimo censimento - realizzato nell'ambito del progetto LifeWolfAlps, con il supporto di Ispra, delle Regioni, delle Province autonome e di numerosissimi enti di primissimo piano - e in ogni caso si tratta di prelievi mirati, riguardanti esclusivamente animali pericolosi, confidenti o particolarmente dannosi. Ci si è attestati sulla forbice più alta: l'Alto Adige può - in linea teorica - rimuovere 2 esemplari, il Trentino fino a 5 lupi.

"Le soglie previste con le precedenti norme restano valide anche con il declassamento del lupo", aggiunge Genovesi. "I numeri sono stati fissati con l'obiettivo di non compromettere lo stato di conservazione della specie. Certo, c'è più flessibilità e c'è più responsabilità in capo agli enti locali ma questa attenuazione del Decreto Habitat non rappresenta un cambiamento radicale: l'iter è più semplice e c'è una maggiore libertà amministrativa, tuttavia ci devono essere le motivazioni per procedere con una rimozione".
La politica populista festeggia e parla di "svolta" e le soglie indicate dal ministero, con Ispra, potrebbero subire delle variazioni perché in queste ore viene avviata una discussione nella Conferenza Stato-Regioni e Province autonome ma difficilmente ci si discosterà da questi numeri, qualche ritocco forse - non attesi almeno per quest'anno - ma non tali da rappresentare un cambio di passo sostanziale. Attualmente, quindi, nessun via libera indiscriminato.
La questione di fondo - per esempio - per Flavio Tosi (Forza Italia) è che "occorrono anche più avanzati e precisi piani di censimento delle Regioni. Penso al Veneto, per il quale il decreto indica solo 4 lupi da abbattere. Significa che nei mesi scorsi la Regione, nelle comunicazioni al Ministero, ha registrato complessivamente la presenza di un centinaio di esemplari. Ma sappiamo che ce ne sono più di cento solo in Lessinia, per tacere di quelli sull’Altopiano di Asiago, nel Bellunese e nel Monte Grappa e ormai anche in pianura”.
Le stime però sono state eseguite negli ultimi mesi: complessivamente nell'ultimo triennio la popolazione alpina è salita da 946 a 1.124 individui. "La popolazione è cresciuta di circa il 10% nel settore centro-orientale mentre è più stabile in quello occidentale", continua Genovesi. "Per i monitoraggi sulla consistenza sono stati utilizzati gli strumenti e le metodologie più moderne, come in Scandinavia e in Francia. Naturalmente c'è una forbice statistica da tenere in considerazioni ma sono dati estremamente accurati e che indicano la presenza di circa 3.700 lupi sul territorio nazionale, di cui un terzo sull'arco alpino" (Qui articolo).
Ma riflette Tosi, “se da un lato è certo che Ministero e Ispra dovranno alzare i tassi percentuali di abbattimento consentiti, dall’altro a livello regionale sarà importante agire per alzare la qualità, anche tecnologica, dei monitoraggi e dei censimenti”. Non tutti sembrano quindi convinti.
"La perplessità è dovuta probabilmente alla dinamica che i lupi vengono avvistati più spesso e quindi c'è una percezione di una crescita rilevante dei lupi ma numeri diversi da quelli dei report non hanno alcuna base scientifica: i dati sono robusti e registrano la colonizzazione di nuove zone", continua Genovesi. "C'è stata una crescita ma non un'esplosione della presenza degli esemplari, anche perché le caratteristiche etologiche del lupo escludono grandi variazioni dei numeri di anno in anno".
Il Trentino, per il futuro, pensa a inserire il lupo tra le specie cacciabili ma per questo passaggio è necessario un ulteriore step (Qui articolo): la modifica della legge 157/92.
"E' fondamentale chiarirlo subito: il lupo non diventa una specie cacciabile e non partono automaticamente gli abbattimenti”, spiega "Io non ho paura del lupo", associazione da ormai 10 anni impegnata nel favorire la coesistenza con il grande predatore. "Il vero nodo da sciogliere non è tanto il declassamento in sé, quanto l’assenza di un quadro nazionale chiaro. Senza un adeguamento della legge 157/92, per la quale il lupo è ancora una specie particolarmente protetta, senza criteri di monitoraggio condivisi e un piano nazionale di gestione e conservazione del lupo, qualunque decisione rischia di essere fragile dal punto di vista legale e di alimentare contenziosi e conflitti invece di risolverli".
Un secondo problema centrale è quello del monitoraggio. “Oggi molte Regioni hanno ancora a disposizione pochissimi dati sulle proprie popolazioni di lupo", sottolinea l’associazione. "Lo dimostra anche il recente studio sulla mortalità del lupo in Italia, che abbiamo condotto e pubblicato di recente basandoci sui dati istituzionali disponibili: in molte aree il monitoraggio è frammentario o assente, disomogeneo o fermo a diversi anni fa. Senza dati solidi su consistenza, distribuzione e mortalità reale, è impossibile parlare seriamente della gestione di una specie” (Qui articolo).
In questo contesto, l’associazione ribadisce che la vera priorità è e deve restare la prevenzione. “Il lupo è tornato per restare: pensare di governare questa presenza solo con strumenti repressivi o emergenziali è illusorio. Oggi più che mai servono investimenti strutturali sulla prevenzione dei conflitti: recinzioni elettrificate, cani da guardiania, assistenza tecnica agli allevatori, nuove tecnologie, informazione sul territorio sulle buone pratiche di coesistenza. La modifica degli allegati è un passaggio che imprime una direzione chiara, ma non cambia automaticamente la realtà sul territorio”, dice "Io non ho paura del lupo". "La partita vera si gioca su tre elementi: chiarezza normativa, qualità del monitoraggio e capacità di intervento tempestivo nei rari casi realmente critici per la sicurezza. Senza queste basi, il rischio concreto è che aumentino solo le battaglie legali e la confusione, mentre i problemi reali di convivenza restano irrisolti".
Serve comunque un passo in avanti, soprattutto, culturale in termini di coesistenza. "Da troppo tempo il tema lupo viene utilizzato come terreno di scontro politico e strumento di propaganda, mentre servirebbero al contrario scelte responsabili e basate sui dati. La sfida non dovrebbe essere ideologica, ma pratica: costruire strumenti efficaci per ridurre i conflitti, sostenere chi vive e lavora nelle aree rurali e rendere la presenza del lupo compatibile con le attività umane. È su questo terreno che si gioca davvero la tutela della specie e la sostenibilità del lavoro degli allevatori", conclude "Io non ho paura del lupo".
Questa la teoria, poi l'efficacia della rimozione dei lupi non è scontata. Tutti gli studi, anzi, evidenziano che il risultato rischia di non essere quello atteso, ma questo è un altro capitolo (Qui articolo).















