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“Non siamo portafogli da spennare”, studenti in piazza per chiedere la sospensione delle tasse universitarie. Il racconto di Chiara Legnaro

La protesta degli studenti che chiedono la sospensione delle tasse universitarie: “Non siamo portafogli da spennare, non ci interessa incollarci davanti a uno schermo per seguire una lezione a distanza”. Gli universitari chiedono anche la riapertura di biblioteche e aule studio: “In città solo 2000 posti a fronte di quasi 16mila studenti”

Di Chiara Legnaro - 25 giugno 2020 - 21:29

TRENTO. In tempi di crisi, emergono le vere priorità. Questo, forse, è una delle più grandi lezioni che gli studenti, i docenti e i ricercatori universitari hanno appreso sulla loro – sulla nostra pelle. Da quasi quattro mesi ormai tutte le aule studio e le biblioteche sono chiuse. Per studiare, per dar voce alla chiamata e all’entusiasmo che vive nel cuore di un ragazzo che vuole crescere e formarsi, bisogna arrangiarsi. Casa sovraffollata? Connessione internet scarsa? Pazienza. Se vuoi, fai. E non lamentarti neanche troppo perché questo è, in fondo, il tuo lavoro.

 

Ebbene, di lavoro e di università se ne è parlato oggi davanti alla BUC (Biblioteca Universitaria Centrale), durante un presidio organizzato dagli “Universitari Autorganizzati” – un collettivo nato da poco – che, assieme ad altre realtà studentesche (“Collettivo Universiario Refresh” e “Centro sociale “Bruno”), è sceso in piazza per alzare la testa, senza alzare la voce, contro la grande cappa di indifferenza che da inizio pandemia ad oggi aleggia sull’istruzione e sulla ricerca.

 

 

Ragazzi volonterosi di recuperare il vero valore dell’università si son fatti sentire, denunciando quello che è spaventosamente sotto gli occhi di tutti. Le aule studio sono una necessità e la loro chiusura è il sintomo di una grave malattia: la profonda noncuranza verso la formazione e l’educazione di una persona. Si pensi ad esempio che circa un terzo delle famiglie italiane non può permettersi l’acquisto di dispositivi elettronici per seguire le lezioni a distanza. Quale sistema permette e incentiva la riapertura di tutte le attività commerciali e delle fabbriche (dove gli operai lavorano numerosi e vicini tra loro) ma non si cura del suo patrimonio intellettuale? “È più importante un cittadino che lavora che un cittadino che studia!” questa, la dura constatazione che riecheggia nel quartiere “le Albere”.

 

Siamo spinti verso una profonda e dolorosa riflessione e gli studenti autorganizzati ce lo ricordano a gran voce: non possiamo sfuggire alla nostra responsabilità! Non siamo carne da macello né portafogli da consumare. Non siamo futuri lavoratori: quanto meno, non è l’appellativo che ci meritiamo. Eppure, sembra essere così. Il sistema scolastico riflette ad oggi una mentalità malata che non si cura della persona e della sua crescita integrale ma è portato a dividere i saperi per creare coscienze sempre più specializzate ma cieche, sorde, ubbidienti. È imbarazzante vedere come grazie al “Piano Colao” siano stati stanziati solo 1,8 miliardi di euro per l’istruzione e la ricerca, a fronte dei 170 miliardi disponibili. Si è pensato alla didattica a distanza e ai plexiglas, alla sanificazione ossessivo-compulsiva degli ambienti ma non a quello che le aule servono davvero. Incontrarsi, conoscersi, far circolare le idee e trovare spunti di creatività.

 

 

Dividi et impera, recita un vecchio adagio. Ebbene, in questo pomeriggio d’inizio estate noi studenti siamo scesi sul campo per disobbedire civilmente a tutto questo, chiedendo la sospensione delle tasse universitarie (che sono rimaste uguali nonostante quasi tutti i servizi siano drammaticamente peggiorati) per il prossimo semestre. Non siamo portafogli da spennare, non ci interessa incollarci davanti a uno schermo per seguire una lezione a distanza. L’università è relazione e non possiamo permettere che questi legami vengano recisi.

 

Riapriamo in sicurezza, ma riapriamo le aule studio, le mense dell’Opera Universitaria nelle quali molti dipendenti rischiano di perdere il lavoro e le biblioteche. Si stima che la presenza di fuori sede a Trento porti a introiti del valore di circa 100 milioni di euro l’anno (senza contare, ad esempio, gli affitti in nero): una manna dal cielo per la città. Dateci la possibilità di poter studiare qua: una visione lungimirante non avrebbe mai permesso di stanziare quasi 47 milioni di euro per costruire una biblioteca (BUC) in cui vi sono un numero veramente esiguo di posti a sedere. Forse le aule studio non sono così redditizie? Questo spiegherebbe perché a fronte di quasi 16.000 studenti universitari vi siano solo 2.000 posti per studiare. Secondo il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi, il grosso rischio post emergenza covid-19 è di assistere a un calo delle iscrizioni di almeno il 20%, come è accaduto dopo la crisi finanziaria del 2008.

 

 

Non possiamo stare inermi mentre assistiamo alla lenta atrofia di coscienze che anno dopo anno, crisi dopo crisi, pervade il nostro paese: il seme della cultura è destinato a seccarsi e morire se non apriamo gli occhi sulla realtà, sull’inebetimento generale che viviamo ogni giorno di più. È tempo di fare chiarezza sulle nostre priorità: come studenti siamo ora pronti a diventare, prima che lavoratori, esseri umani. 

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