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Coronavirus, la Val Gardena tra gli hotspot dell'infezione da Covid-19. Lo studio dell'Azienda sanitaria con Eurac Research

Il 30 per cento della popolazione gardenese sarebbe venuta in contatto con il virus già nei primi mesi della pandemia. Questo solo uno dei risultati ottenuti dagli studiosi di Eurac Research nella ricerca sulla diffusione del virus nella valle

Pubblicato il - 16 agosto 2021 - 10:30

VAL GARDENA. Quasi il 30 per cento dei gardenesi è venuto a contatto col Covid-19 durante la prima ondata, nella primavera 2020. È quanto emerge da uno studio dell’Azienda sanitaria altoatesina in collaborazione con Eurac Research, pubblicato in questi giorni sulla rivista Epidemiology and Infection, che indica come la Val Gardena sia stata una delle zone europee dove l’infezione si è diffusa più rapidamente.

 

Il calcolo sulla diffusione dell’infezione è stato effettuato tramite la rilevazione di anticorpi nel siero. Successivamente gli esperti di Eurac Research hanno approfondito lo studio, indagando il legame tra la positività all’infezione e fattori demografici e sociali, come età, sesso, lavoro e precedenti sintomi dei partecipanti. I risultati ottenuti fanno ora parte dell’archivio in continua espansione di informazioni sul Sars-Cov-2 a disposizione della comunità scientifica.

 

Allo studio hanno partecipato 2244 persone, ovvero il 30 per cento della popolazione gardenese. Ogni partecipante si è sottoposto a test sierologico e a un tampone orofaringeo, oltre che compilare un questionario sulle proprie condizioni di salute nei primi mesi della pandemia. Grazie alla numerosa partecipazione, gli studiosi sono stati in grado di costruire un campione rappresentativo per il calcolo della prevalenza dell’infezione nel sangue. Il dato calcolato è dunque molto più accurato di quello emerso dal conteggio dei tamponi positivi nel corso della prima ondata.

 

Al contrario di quanto ci si aspettava fattori come l’età e il sesso non sembrano essere stati determinanti per il rischio di infezione, specialmente in assenza di sintomi come febbre o debolezza. Tra i casi asintomatici rilevati nel contesto gardenese, dunque, l’età non era quindi associata alla positività.

 

Altro aspetto interessante è invece quello del legame registrato tra contagio e professione dei contagiati. In Val Gardena, infatti, le lavoratrici e i lavoratori impegnati nel settore ricettivo e della ristorazione hanno mostrato una maggiore esposizione al contagio. Questo dato sottolinea la vocazione turistica della zona, che nella stagione invernale è caratterizzata da un importante flusso di visitatori.

 

L'Assessore provinciale alla Salute Thomas Widmann, che ha fortemente sostenuto l'implementazione di questo Studio, sottolinea: "Si tratta di un’indagine che ci permette di comprendere meglio la diffusione del virus nelle zone hotspot, come la Val Gardena nei primi mesi della pandemia. Ci fornisce dei valori importanti a livello epidemiologico ma anche medico, che possiamo utilizzare per il futuro".

 

Florian Zerzer, Direttore generale dell’Azienda sanitaria dell'Alto Adige, concorda sull'importanza dello Studio: "I risultati di questo Studio ci permettono di capire meglio come si diffonde il virus e anche di trarre conclusioni sull'impatto cha hanno avuto le misure adottate. Fondamentalmente, più dati abbiamo, meglio possiamo pianificare il futuro. Questo è particolarmente importante in vista del prossimo autunno/inverno.”

 

“Abbiamo affiancato l’Azienda Sanitaria a partire dalla fase preparatoria dello studio, definendo insieme i protocolli etico e analitico e attivando le procedure per la raccolta e conservazione dei campioni nella nostra biobanca” spiega Peter Pramstaller, direttore dell’Istituto di biomedicina. I ricercatori di Eurac Research hanno poi lavorato alle analisi epidemiologiche. “Questa collaborazione tra ricerca e sanità è fondamentale per far progredire la conoscenza sul virus SARS-CoV-2 in maniera ottimale e noi continueremo a supportare la sanità puntando a questo obiettivo. In generale, la condivisione dei dati tra chi svolge prevalentemente un ruolo di diagnosi e cura e chi fa ricerca biomedica è la strada migliore per ottenere risultati rilevanti di salute pubblica che possono incidere in modo attivo sia sulle politiche sanitarie, sia sulla prevenzione” conclude Pramstaller.

 

Tramite Eurac Research, i risultati gardenesi sono inoltre confluiti nella più ampia ricerca a livello mondiale su genetica e Covid-19 e da pochi giorni il consorzio che guida l’iniziativa ha reso nota la scoperta di un legame tra alcune regioni genetiche e la severità di Covid-19. “Gli studi locali hanno una funzione duplice: da un lato permettono di monitorare la situazione sul territorio e supportano le decisioni di health care management, dall’altra sono una risorsa importante per la ricerca internazionale” commenta Michael Mian, primario facente funzioni del nuovo Servizio per l’innovazione, la ricerca e l’insegnamento dell’Azienda sanitaria e investigatore principale dello studio gardenese.

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