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Covid-19 e perdita dell'olfatto: quanto dura? L'Università cerca volontari per scoprirlo. Zampini: “Si stima che oggi colpisca circa il 30% dei pazienti”

L'Università di Trento, tramite il Centro interdipartimentale mente/cervello di Rovereto, punta a coinvolgere la popolazione trentina per approfondire il legame tra il Covid-19 e le alterazioni olfattive e gustative

Di Filippo Schwachtje - 13 ottobre 2021 - 06:01

ROVERETO. Dopo più di un anno e mezzo da quando nel mondo è scoppiata la pandemia da Covid-19, le conseguenze del virus sulla salute umana sono ormai note: tosse, febbre, dolori muscolari, mal di gola e, nei casi più gravi, difficoltà respiratoria, difficoltà di movimento e sensazione di dolore al petto. Tra i sintomi più comuni però si annoverano spesso anche perdita del gusto e dell'olfatto, due tra le conseguenze più singolari (e meno comprese) della malattia da Covid-19: proprio per far luce su queste problematiche e cercare di dare delle risposte a chi ancora soffre di alterazioni olfattive e gustative, l'Università di Trento, tramite il Centro interdipartimentale mente/cervello di Rovereto ha dato il via ad uno studio, che coinvolgerà i partecipanti per almeno 6 mesi in una serie di 'test olfattivi' ed in generale per i sensi chimici da svolgere a casa. Per approfondire la questione, il Dolomiti ha parlato con il responsabile della ricerca, il professore Massimiliano Zampini, ordinario di Psicologia generale al Cimec, nella Città della quercia. 

 

Professore, come nasce l'idea di questo studio?

 

Soprattutto durante la prima e seconda ondata di Covid-19 abbiamo visto che tra i sintomi principali della malattia c'erano le alterazioni di gusto e olfatto. La nostra ricerca si concentra in particolare su questi ultimi: non è semplice riuscire a rispondere alle tante domande che circondando la questione, ma quello che stiamo cercando di fare è di riuscire a capire per quanto questi disturbi possano persistere nelle persone che li hanno manifestati. Il Covid-19 è emerso relativamente di recente, di conseguenza non ci sono ancora certezze in merito. Alcuni dopo essersi negativizzati sono tornati a sentire i profumi con la stessa intensità di prima, altri lamentano di percepire gli odori ancora attenuti ed altri ancora non hanno mai riacquistato l'olfatto.

 

Ci sono delle ipotesi sulle cause di questi disturbi?

 

Per il momento l'ipotesi più accreditata è che il virus attacchi un gruppo di cellule sull'epitelio olfattivo, formato da recettori che si legano a molecole chimiche che attraverso una serie di reazioni ci permettono di percepire gli odori. Si tratta di cellule che non hanno, per così dire, un ruolo primario ma creano una struttura nella quale possano risiedere i recettori olfattivi. Attaccando in pratica queste cellule, il Covid-19 è in grado di alterare pesantemente il senso dell'olfatto.

 

Chi potrà partecipare allo studio?

 

Stiamo cercando la collaborazione di persone che sono risultate positive al Covid-19 e che abbiano vissuto sulla loro pelle questo tipo di disturbo. Come in ogni ricerca ovviamente, dobbiamo costruire anche un gruppo di controllo, formato quindi da persone che non hanno mai contratto il virus e che sono quindi sempre risultati negativi. Per il momento abbiamo ottenuto circa 100 adesioni, tutte da parte di soggetti che hanno mostrato o mostrano tuttora alterazioni di varia intensità. I requisiti sono avere tra i 18 e gli 80 anni ed avere accesso a smartphone, tablet o computer.

 

In cosa consisterà la ricerca per i partecipanti?

 

Sostanzialmente chi è intenzionato a partecipare deve contattarci via mail (olfatto.cimec@unitn.it) e, dopo aver ricevuto tutta la documentazione del caso per il consenso informato, fornirci un indirizzo al quale invieremo il materiale necessario per i test. Si tratta di una serie di istruzioni, link, username e password per accedere a dei questionari online e di alcuni 'cartoncini', con i quali si possono eseguire dei veri e propri test olfattivi. Per il momento questi test, che durano al massimo 5 minuti, sono molto utilizzati negli Stati Uniti ma si stanno validando anche in Italia. Raccoglieremo poi le risposte anche in merito a dei test 'casalinghi' che i partecipanti potranno effettuare con prodotti che si utilizzano tutti i giorni, come alcuni alimenti (ad esempio il limone) o dei detersivi per poi analizzare le risposte e confrontare i risultati dei partecipanti. Altre domande, ad esempio in relazione alla capacità di 'immaginare' gli odori, verranno messe in relazione con i responsi del test olfattivo. Chiederemo di ripetere le prove una volta al mese inizialmente per 6 mesi. L'obiettivo però è riuscire a studiare i partecipanti per un anno.

 

E' possibile fornire una stima della percentuale di pazienti Covid-19 che hanno sviluppato alterazioni olfattive?

 

E' un dato molto difficile da indicare, la percentuale cambia molto tra i vari gruppi presi in considerazione. In linea generale, ma si tratta di una stima approssimativa, si potrebbe parlare oggi di un 30 per cento dei malati. Con la variante Delta però la percentuale di persone affette da questi disturbi è calata nettamente: a maggio dell'anno scorso le stime arrivavano all'80 per cento dei positivi. Ovviamente l'emergere della nuova variante pone ulteriori questioni, introducendo un'altra variabile nell'equazione.

 

Quanti partecipanti puntate ad avere?

 

Il nostro obiettivo è circa 200, ma in realtà più persone vorranno partecipare e meglio sarà. Abbiamo comunque notato che il tema è molto sentito dalla popolazione, in particolare da chi ne ha avuto esperienza in prima persona. Diciamo che da un certo punto di vista c'è stata una sorta di 'riscoperta' dell'olfatto in chi ne è rimasto temporaneamente privo: se prima del Covid tra tutti i sensi chimici era quello considerato meno 'fondamentale', oggi sono sempre di più quelli che ne riconoscono la centralità nell'esperienza di vita di tutti i giorni.

 

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