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Fino a 7 milioni di italiani rischieranno di perdere il lavoro in Italia per l'automazione? Lo studio dell'Università di Trento

Uno studio dell’Università di Trento ha calcolato, su 800 professioni, che tra i 4 e i 7 milioni di lavoratori potrebbero essere sostituiti da macchine e tecnologia. Ecco quali sono i comparti più a rischio e perché l'Italia è meno ''minacciata'' da questa rivoluzione: ''Il sistema italiano è composto in gran parte da imprese medio-piccole, spesso a conduzione familiare, che sono meno propense a utilizzare l’alta tecnologia rispetto alle multinazionali''

Di Francesca Cristoforetti - 10 dicembre 2021 - 09:44

TRENTO. “Nei prossimi anni in Italia tra i quattro e i sette milioni di lavoratori e lavoratrici potrebbero essere sostituiti dalla tecnologia. Abbiamo stimato il rischio potenziale, ma analizzando le caratteristiche della struttura economica italiana il grado effettivo di impego di tecnologie è più basso”. Così il professor Sandro Trento del dipartimento di Economia e management dell'Università di Trento introduce alcuni dei risultati emersi dallo studio, che oltre alla sua firma, porta anche quella di Mariasole Bannò, Università di Brescia e Emilia Filippi, dottoranda all’Università di Trento, che per la prima volta hanno calcolato in modo puntuale per l’Italia la probabilità di automazione delle 800 professioni individuate e offrono dei suggerimenti per mitigarne i rischi.

 

“Il personale addetto a contabilità, consegne, casse dei negozi, centralini, portierato e assemblaggio – sostiene il professore – è tra le categorie professionali più esposte al rischio di automazione. Figure addette alla scuola dell’infanzia, alla cura e all’assistenza, imprenditori e imprenditrici invece non devono temere la concorrenza tecnologica: le capacità loro richieste di gestione della complessità, di relazione interpersonale empatica e intelligenza creativa ne rendono il rimpiazzo solo un’ipotesi remota”.  

 

Le donne sarebbero perciò meno esposte al rimpiazzo perché impiegate in settori (come scuola dell’infanzia, cura e assistenza) in cui è meno elevato l’impiego di robot: “La componente femminile – sostiene – è più presente in settori che al momento sono meno soggetti all’automazione del lavoro, come il settore sanitario, istruzione, o nel settore industriale, agroalimentare o abbigliamento, mentre i maschi sono a maggior rischio”.

 

Si parla quindi di quattro e sette milioni di lavoratori e lavoratrici: “Il primo valore è emerso in riferimento alle singole attività e mansioni automatizzabili (task-based approach), mentre il secondo in riferimento alle occupazioni (occupation-based approach)”. Due metodologie utilizzate a livello internazionale, “che noi abbiamo voluto applicare al caso italiano”. In base al metodo applicato, la quota di lavoratori a alto rischio di rimpiazzo tecnologico nei prossimi anni in Italia varia tra il 33% (7,12 milioni di persone) e il 18% (3,87 milioni).

 

Il professor Trento sottolinea che nella ricerca è stato stimato il rischio potenziale, “ma analizzando le caratteristiche della struttura economica italiana il grado effettivo di impego di tecnologie è più basso”. In Italia infatti per la presenza diffusa di imprese di piccole e medie dimensioni spesso a controllo familiare, la ridotta capacità di investimento, la bassa adozione di tecnologie avanzate e una serie di altri fattori, l’automazione effettiva potrebbe essere minore di quella attesa. “Noi siamo presenti soprattutto in comparti tradizionali – spiega Trento – un’industria che usa meno tecnologie high-tech. Abbiamo invece imprese medio-piccole, spesso a conduzione familiare, che sono meno propense a utilizzare l’alta tecnologia rispetto alle multinazionali”.

 

Le professioni con probabilità di automazione alta riguardano trasporti e logistica, supporto d’ufficio e amministrativo, produzione, servizi e settore della vendita. Invece le professioni con una probabilità di automazione bassa si riferiscono a management e finanza, ambito legale, scuola, assistenza sanitaria, arte.

 

“Queste professioni con rischio basso di rimpiazzo tecnologico - spiegano Trento, Bannò e Filippi - richiedono un livello di istruzione elevato e sono caratterizzate da una quota rilevante di compiti strettamente umani, tra cui creatività, adattamento, gestione delle relazioni interpersonali, formazione, influenza, collaborazione con altre persone”. La componente relazionale e l’intelligenza sociale sembrano insostituibili per ora.

 

Si assiste oggi “da una parte a una serie di lavori a alta istruzione e competenza a rischio disoccupazione, dall’altra lavori ‘più semplici’, a basso capitale umano, che non vengono sostituiti dalle macchine”. La fascia intermedia, middle-skilled, “può essere rimpiazzata dalle macchine che sostituiscono spesso attività di tipo routinario: maggiore è questa attività tanto più semplice è sostituirla”.

 

“Nella stima della probabilità di automazione è considerata l’esistenza di tre limiti tecnici all’automazione totale – spiegano Trento, Bannò e Filippi – questi limiti sono legati a tre capacità ancora strettamente umane: la capacità di percezione e di manipolazione (la capacità di orientarsi in situazioni destrutturate e complesse e di maneggiare oggetti), l’intelligenza creativa (la capacità di produrre idee nuove e di valore) e l’intelligenza sociale (la capacità di rispondere a una controparte umana in modo intelligente e empatico)”.

 

La perdita di posti di lavoro e la marginalizzazione di alcune tipologie professionali restano comunque un pericolo e per questo la ricerca si conclude con l’indicazione di tre tipi di intervento, infatti “la rapidità con quale le nuove tecnologie sembrano distruggere posti di lavoro rende necessaria una riflessione sul sistema di sostegno generalizzato al reddito di chi perde lavoro”, sostengono le autrici e l’autore.

 

“Una delle grandi questioni – spiega Trento– è che da una parte si distruggono posti di lavoro ma dall’altra ne vengono creati altri, come è sempre stato. Quello che colpisce oggi è che per produrre nuovi servizi e tecnologie vengono creati pochi posti di lavoro proprio perché sono imprese già a alta automazione. Apple e Google, per esempio, hanno pochissimi dipendenti rispetto al loro fatturato. La preoccupazione è che i nuovi prodotti siano creati da molte macchine e pochi uomini”.  

 

Gli autori propongono quindi delle possibili “soluzioni” per lo scenario futuro, come sottolinea il professore, “da non vedere soltanto in modo negativo”.

 

Cambiano i modelli di consumo e le persone: “È inevitabile – spiega Trento – che si andrà verso un modello diverso, che potrebbe portare a molti benefici. Le macchine infatti ci vengono in aiuto, si pensi all’eliminazione del fattore pericolosità o di routine, il progresso va letto con positività. Sarebbe il caso però che ci preoccupassimo anche di accompagnarlo con politiche economiche e sociali”.

 

Innanzitutto, dovranno essere creati nuovi posti di lavoro con attività non automatizzabili per offrire occupazione a chi è stato rimpiazzato dalla tecnologia e proteggerlo dal rischio di ulteriore sostituzione. La creazione di posti di lavoro dovrà perciò avvenire in settori quali i servizi alla persona, il turismo, la sanità e l’istruzione: “A tal fine – sostengono – potrà essere necessario sviluppare la finanza per l’innovazione al fine di sostenere le start up più dinamiche e rivedere la tassazione del lavoro e il cuneo fiscale per rendere il lavoro umano conveniente”.

 

Il secondo tipo di intervento è legato all’istruzione e alla formazione pre-ingresso e durante l’intera vita lavorativa: “Inoltre, in aggiunta alle competenze tecniche – proseguono - sembrano rilevanti le capacità creative, l’attitudine al problem solving, le capacità sociali e relazionali. È perciò auspicabile la progettazione di un sistema di formazione che parta dalle relazioni scuola-lavoro e dall’apprendistato per poi fornire un re-skilling, uno skilling-upgrade per gli adulti”.

 

Lo studio “Rischi di automazione delle occupazioni: una stima per l’Italia”, coinvolge il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento e è stato pubblicato sul numero 3 della rivista “Stato e Mercato”. Il lavoro si inserisce tra le analisi sulle tecnologie digitali nel mondo del lavoro e l’impatto sulle persone occupate in termini di numerosità e di disuguaglianze per i profili di più facile sostituzione.

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