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Dal Trentino a Kobane, l'incontro con la comunità cristiana

Ultima puntata del reportage della delegazione di Docenti Senza Frontiere e della Fondazione Museo storico. "Gli islamisti turchi e siriani perseguitino non solo i loro avversari politico-militari ma tutti coloro che essi considerano "infedeli", in primo luogo i cristiani"

Di Tommaso Baldo - 22 luglio 2018 - 13:43

KOBANE. "Questa è una chiesa per la fratellanza. Ci auguriamo che le persone capiscano che questo è un luogo aperto a tutti, dove si può venire a pregare qualunque sia la tua religione". Con queste parole ci accolgono i fedeli della piccola comunità cattolica di Kobane, una ventina di famiglie. Prima dell'attacco dell'Isis nel settembre 2014 erano più numerosi, in tutta la città le chiese erano tre.

Come gli altri civili di Kobane durante i combattimenti si sono rifugiati in Turchia, nel vicino Kurdistan settentrionale, dove le locali amministrazioni dell'HDP (il partito curdo che oggi Erdogan perseguita) hanno aiutato loro e gli altri profughi a sopravvivere per cinque mesi. Quando le YPG e YPJ  hanno liberato la città anche molti cattolici sono tornati assieme agli altri civili sfollati e assieme ai loro concittadini hanno iniziato a ricostruire.

Nella città che rinasce da un mese hanno una nuova, piccola, chiesa che possono frequentare liberamente. “L'autonomia democratica", cioè il sistema di autogoverno creato dalla rivoluzione del Rojava/Siria del Nord, garantisce infatti a tutte le fedi la piena libertà religiosa. La messa viene celebrata il venerdì, in concomitanza con i riti mussulmani. Qui i cristiani sono una piccola comunità e per il resto della popolazione la domenica è un giorno lavorativo.

Di una sola cosa hanno paura i cattolici di Kobane: l'invasione turca. È ciò che è accaduto più ad Ovest di qui, ad Afrin pochi mesi fa. Li a fine marzo gli aerei e i carri armati del sultano di Ankara hanno costretto dopo due mesi di strenua resistenza YPG e YPJ, abbandonati dalla comunità internazionale, a ritirarsi.

 

Dietro ai carri armati con la mezzaluna turca sono entrati ad Afrin e nei villaggi circostanti i tagliagole jihadisti, spesso ex aderenti all'Isis riciclatisi come "ribelli moderati" al servizio dei turchi. I cattolici di Kobane sono preoccupati per i correligionari, gli amici ed i parenti di Afrin di cui non hanno notizia dal momento dell'invasione turca.

 

Tra le persone che incontriamo c'è anche Sani Backr, un profugo cristiano che è dovuto fuggire dalla città invasa e che ci racconta come i cristiani di Afrin stiano subendo la stessa sorte di curdi e yezidi: omicidi, sparizioni, torture e stupri. Per le strade della sua città oggi i cartelli degli invasori impongono alle donne di indossare il Burqua e la conversione forzata all'Islam è diventata la norma.

I profughi di Afrin sono oltre 300 mila, il cantone di Kobane ha accolto ben 480 famiglie. Abbiamo parlato con diversi di loro, oltre che con i combattenti YPG e YPJ feriti e mutilati nella difesa del cantone invaso, spesso ragazzi e ragazze giovanissimi che per due mesi hanno affrontato il secondo esercito NATO armati di  vecchi Kalashnikov per consentire a più civili possibile di mettersi in salvo. Altri ragazzi e ragazze come loro in questo momento continuano la guerriglia dietro le linee degli invasori rendendo dura la vita ai soldati turchi e ai miliziani islamisti.

 

L'incontro con la comunità cristiana di Kobane è l'occasione per sentire un ulteriore punto di vista. I racconti dei profughi cristiani fanno capire come gli islamisti turchi e siriani perseguitino non solo i loro avversari politico-militari (cioè i sostenitori del movimento rivoluzionario del Rojava) ma tutti coloro che essi considerano "infedeli", in primo luogo i cristiani.

 

Di fatto si sta consumando una delle tante “pulizie” etnico-religiose della guerra civile siriana. Al  posto della popolazione costretta a fuggire gli islamisti siriani al soldo di Erdogan insediano famiglie provenienti da Ghouta, in fuga da Assad perché parenti degli islamisti o semplicemente perché non volevano morire sotto i bombardamenti, nella maggior parte dei casi povera gente coinvolta suo malgrado nei sanguinosi piani portati avanti  sia da Erdogan che da Assad.

 

Le notizie da Afrin risvegliano brutti ricordi nei cristiani di Kobane. I ricordi di quando l'Isis marciava sulla loro città e la chiesa della vicina Tell Yabad (Gire Spi in curdo) era stata trasformata in un luogo di torture e di morte.

Nei territori finiti sotto la dominazione jihadista i cristiani erano costretti a pagare 80 mila lire siriane a testa ogni anno. Formalmente era la "dhimma", la tassa imposta ai non mussulmani. Di fatto si trattava di spogliare i cristiani di tutti i loro beni prima di sterminarli o ridurli in schiavitù. Insomma la stessa tecnica usata da nazisti e fascisti con gli ebrei del ghetto di Roma.

I combattenti e le combattenti YPG e YPJ curdi, ma anche arabi, turkmeni e cristiani siriaci o armeni, hanno messo fine a quegli orrori. Ma la bandiera con la mezzaluna turca sventola minacciosa sul confine a neppure un chilometro da qui. Ogni volta che la guardano sventolare sopra il muro creato da Erdogan per isolare il Rojava i cristiani di Kobane non possono che pensare con angoscia a quanto sia precaria la propria sopravvivenza.

 

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