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Dopo l’invasione turca del Rojava non esistono più vie di mezzo: “Occorre scegliere da che parte stare nel conflitto tra la dignità e l'infamia”

Il punto di vista dello storico Tommaso Baldo che nel 2018 ha fatto parte della delegazione trentina che ha visitato Kobane e ha incontrato i ragazzi e le ragazze di Afrin (nel 2018 già attaccati dalla Turchia): ''Sono stati racconti dell'orrore di pulizia etnica. In un villaggio avevano violentato tutte le donne e le ragazze costringendo i mariti, i padri, i fratelli a sentire le loro urla, in un altro avevano sgozzato un'intera famiglia cristiana, a un sostenitore della rivoluzione avevano torturato il fratello e il padre, quasi dappertutto bruciavano gli ulivi''

Di Tommaso Baldo - 12 ottobre 2019 - 12:07

TRENTO. L’invasione turca del Rojava è incominciata nei giorni scorsi e si contano già le prime vittime. Se governi occidentali e Unione Europea per il momento rimangono inerti, salvo timide condanne che sul piano pratico non provocano effetti concreti, la società civile si sta mobilitando in sostegno dei popoli della Siria del nord. Anche a Trento sono già diverse le iniziative di piazza che si stanno programmando per chiedere il ritiro immediato dell'esercito turco (Articoli QUI e QUI).

 

Su questo tema è intervenuto anche Tommaso Baldo, storico della Fondazione Museo Storico del Trentino e membro delle delegazione, che nel 2018, visitò Kobane per monitorare la costruzione dell'orfanotrofio "L'arcobaleno di Alan" finanziato dalla Pat. In quell’occasione Baldo per firmò per Il Dolomiti un importante reportage (che potete recuperare QUI, QUI, QUI e QUI) e oggi fa sentire nuovamente la sua voce.

 

A fine giugno dell'anno scorso l'orfanotrofio “L'arcobaleno di Alan” era quasi ultimato. La struttura è stata finanziata dalla provincia autonoma di Trento nell'ambito di un progetto dell'associazione “Docenti senza frontiere”. Sorge (sorgeva?) a Kobane. Si tratta, se è ancora in piedi, di due edifici costruiti in pietra bianca del posto, la stessa usata per le lapidi del cimitero militare della città sotto cui riposano i genitori e i fratelli maggiori degli orfani, caduti combattendo contro l'Isis. 

 

L'anno scorso erano già state completate le aule, le stanze del dormitorio con 100 posti. Mancava solo la palestra interrata, un vero e proprio bunker dove bambini e ragazzi avrebbero potuto rifugiarsi in caso di bombardamento. Dilar, la responsabile della struttura ci ha spiegato che non si potevano usare i locali dell'orfanotrofio senza quella misura di sicurezza. La minaccia turca è sempre stata incombente sulla città che ha fermato le orde del califfato nero. Le enormi bandiere con la mezzaluna che svettavano sopra il muro costruito al confine la ricordavano ad ogni istante. 

 

Del resto da che parte stesse la Turchia durante la guerra contro l'Isis non è mai stato un mistero, come documentato anche da un Report della Columbia University (QUI articolo) Ankara ha sempre mantenuto un rapporto ambiguo, arrivando perfino a favorire gli stessi jihadisti in chiavi anti-curda.

 

A Kobane che governo turco e Isis giocassero in squadra era palese: il 25 giugno 2015, all'alba, dal confine turco erano stati lasciati entrare a Kobane centinaia di terroristi. La città era stata completamente liberata solo cinque mesi prima e la vita stava tornando alla normalità. Gli jihadisti iniziarono a sparare sulla gente che andava al lavoro, sui bambini che andavano a scuola, entrarono nelle case uccidendo intere famiglie. Alla fine vennero uccisi tutti, ma intanto avevano lanciato un messaggio: "Abbiamo amici potenti, possiamo tornare".

 

L'occidente da anni finge di non vedere come l'ideologia di Erdogan sia la stessa dei terroristi che hanno insanguinato Parigi, Berlino e Barcellona. D'altronde lui non lo ha mai nascosto. Quando era ancora sindaco di Instanbul recitò in pubblico una poesia che diceva: "Le moschee sono le nostre caserme/ i minareti le nostre baionette/ i fedeli i nostri soldati". Giunto al potere ha fatto di tutto per realizzare il suo obiettivo: creare un regime totalitario.

 

L'islamismo infatti non è un "rigurgito del medioevo", non è "ritorno al passato", non c'entra nulla con l'epoca dei primi califfi o delle crociate. L'islamismo è per l'appunto un "-ismo", un'ideologia totalitaria frutto del mondo contemporaneo, nata dopo la grande guerra, si può dire che sia la versione mussulmana del fascismo. A Kobane ho sentito usare proprio il termine "fascisti" (una parola chiaramente riconoscibile anche in curdo) per indicare sia i soldati turchi che gli jihadisti.

 

“State facendo qualcosa in Europa per fermare questi fascisti? Perché da qui non ce ne siamo accorti”, mi hanno chiesto i combattenti YPG e YPJ in convalescenza che ho incontrato. Erano ragazzi e ragazze con meno di vent'anni, se me li fossi trovato davanti senza le divise li avrei potuti confondere con una qualunque delle classi trentine a cui faccio lezione.

 

Erano i reduci della battaglia Afrin, con i loro vecchi kalashnikov avevano provato a fermare i carri armati Leopard (made in Germany), gli elicotteri Mangusta (made in Italy) e i caccia F-16 (made in USA) dell'esercito di Erdogan. 

 

Quello di Afrin era il più occidentale dei cantoni del Rojava, la guerra fino a quel momento quasi non l'avevano sentita. Sono stati attaccati alla spalle dalla Turchia nel febbraio del 2018, nel silenzio del mondo. Dietro agli aerei, agli elicotteri e ai carri armati avanzarono i “ribelli moderati” siriani, altri jihadisti tutto fuorché moderati, che affiancarono l'esercito turco nell'assedio del cantone curdo. 

 

A Kobane ho incontrato alcuni profughi di Afrin, sia curdi sostenitori della rivoluzione del Rojava che cristiani senza particolari posizioni politiche. I loro erano racconti dell'orrore. Facevo fatica a crederci, ma testimoni diversi, con religioni ed idee diverse, mi ripetevano tutti le stesse cose. In un villaggio avevano violentato tutte le donne e le ragazze costringendo i mariti, i padri, i fratelli a sentire le loro urla, in un altro avevano sgozzato un'intera famiglia cristiana, a un sostenitore della rivoluzione avevano torturato il fratello e il padre, quasi dappertutto bruciavano gli ulivi. Perché? 

 

Per realizzare un progetto di pulizia etnica: cacciare la popolazione del posto, tutti coloro che erano considerati nemici o “infedeli” o che semplicemente avevano provato la libertà portata dalla rivoluzione  e sostituirli con “coloni” islamisti e con profughi siriani ricollocati a forza sulle terre occupate. Lo stesso progetto di Hitler in Europa orientale realizzato  in chiave “religiosa” anziché “razziale”.

 

Oggi, con l'attacco a tutto il Rojava, Erdogan tenta di portare a compimento questo piano. Il suo scopo dichiarato è quello di portare nella Siria nord-orientale i tre milioni di rifugiati siriani che si trovano attualmente in Turchia. Tutto ciò significa la pulizia etnica degli attuali abitanti della regione.

 

Il sultano ha già avvisato che se l'Unione Europea (che finora lo ha riccamente foraggiato perché si tenesse i siriani) oserà mettergli i bastoni tra le ruote, spingerà i profughi verso l'Europa. Quindi prima ha contribuito ha creare la guerra in Siria e ora usa le sue vittime per ottenere la libertà di manovra necessaria a completare i suoi piani.

 

Come i dittatori del secolo scorso ha capito benissimo quali sono i punti deboli delle democrazie occidentali: l'amore per il quieto vivere, l'egoismo, la demagogia e l'incapacità di accettare sacrifici per questioni di principio, per evitare un male peggiore in futuro. 

 

L'opinione pubblica europea si è fin'ora dimostrata disposta a qualunque “patto con il diavolo” pur di non essere “disturbata” da nuovi arrivi di profughi. Non ci si rende conto che la vera minaccia alla nostra sicurezza non è la moschea sotto casa o il vicino con il colorito “esotico”, bensì nel rafforzamento di un tiranno a cui tutti gli islamisti sunniti nel mondo guardano come ad una guida e ad un punto di riferimento che li rafforza nelle loro convinzioni. La minaccia sta nel fatto che le decine di migliaia di tagliagole dell'Isis incarcerati in Rojava potrebbero presto essere rimessi in libertà dai loro complici turchi.

 

I combattenti e le combattenti del Rojava avrebbero potuto massacrarli tutti, ho conosciuto alcuni e alcune tra loro che avevano avuto la famiglia sterminata dagli uomini del califfo. Ma non hanno voluto sporcare la loro rivoluzione con le esecuzioni di prigionieri. Hanno chiesto alle Nazioni Uniti che si organizzasse un tribunale internazionale per giudicarli, hanno chiesto che si agisse secondo le norme del diritto. Nessuno stato nazionale si è degnato di dare loro una risposta ufficiale.

 

Ma anche i rivoluzionari e le rivoluzionarie del Rojava hanno imparato una lezione dalle nostre democrazie in rovina: se si abbandona una dimensione etica non ci sono leggi, ricchezza o cultura che possano sostituirla. La conferma di quanto abbiano ragione ce l'ho guardando Donald Trump, proiezione politica di tutti i vili, i mediocri e i profittatori delle nostra civiltà, che parla in televisione di “guerre tribali” e ripete il mantra degli esseri senza nessuna etica: “prima noi”. Ma “noi” chi?

 

Interrogato da un giornalista della Cnn sul rischio che i terroristi riescano a tornare in libertà ha risposto “che tanto andranno in Europa”. Ha ragione. E no, non entreranno con i barconi, ma comodamente in aereo e con i documenti in regola. È così che sono tornati a casa decine di jihadisti tunisini che avevano combattuto in Siria: con un passaporto turco in mano. 

 

Mi viene il voltastomaco se penso a Kobane, che ho visto ricostruita e persino ordinata e pulita nelle mani degli islamisti. Ricordo che dopo una serata di piogge torrenziali c'erano stati degli allagamenti, perché la città manca di fognature. Il rettore dell'università (aperta da un anno) spazzava il fango dell'atrio del suo piccolo ateneo assieme al bidello. Il co-sindaco (sono due, un uomo e una donna) era venuto ad incontrarci dopo aver fatto visita ad alcune famiglie che avevano avuto i mobili di casa rovinati dall'acqua e si sentiva responsabile, continuava a parlare dei progetti per le fognature chiedeva se avevamo contatti con ditte che potessero realizzare il lavoro. Adesso su di lui e sulla sua gente piovono bombe.

 

In Rojava avevo sperato di tornarci quest'estate per andarlo a vedere il “nostro” orfanotrofio. Ma dovevamo partire a metà agosto e all'inizio del mese la tensione si è alzata. Erdogan ha iniziato a minacciare l'invasione e guarda caso le cellule dell'Isis superstiti hanno ripreso gli attentati. Uno schema che hanno ripetuto anche mercoledì: mentre i turchi iniziavano a bombardare a Raqqa decine di terroristi hanno iniziato a far saltare autobombe e a sparare.

 

Nel giro di poche settimane la cosa sembrava essersi risolta. Gli Stati Uniti si erano impegnati a tutelare la sicurezza della zona svolgendo un pattugliamento della frontiera congiunto con i turchi. Una mossa che sembrava mettere una pietra tombale sui bollori guerrafondai di Erdogan e che oggi rende ancora più vergognoso il voltafaccia di Trump.

 

Qualcuno ora accusa i responsabili della difesa del Rojava di ingenuità per essersi fidati degli statunitensi. Questi persone però dimenticano che il Rojava non ha mai proclamato né chiesto l'indipendenza dalla Siria, che ha cercato di impostare una coesistenza con il regime di Assad, ma quest'ultimo deve subire a sua volta i diktat di Putin, che aveva lasciato mano libera ad Erdogan già a inizio 2018 ad Afrin. 

 

Il Rojava è stato tradito prima dalla Russia e poi dagli Stati Uniti. Quello che sta accadendo dimostra che nessuno ha davvero l'interesse o la volontà di sconfiggere il terrorismo islamista, per eradicare i fondamentalisti e a farne le spese sono sempre le persone comuni, in qualunque parte del mondo esse vivano.

 

Ma fermare tutto questo non sarebbe impossibile: nel 2006 l'Italia e gli altri paesi europei bloccarono l'invasione israeliana del Libano e ancora oggi un contingente militare europeo garantisce la pace in quella zona. Se lo abbiamo fatto per i libanesi perché non possiamo farlo per chi ha combattuto, anche per noi, contro l'Isis? Perché non costringere Erdogan a ritirarsi minacciando di colpire davvero la sua economia? 

 

La tragedia del Rojava non è l'ennesima guerra del “terzo mondo”, è la nostra guerra contro il terrorismo e il tradimento di chi l'ha combattuta in prima linea ci mette in pericolo tutti. È arrivato il momento di farsi sentire. La parte cosciente dell'opinione pubblica deve coprire il mugugno passivo-aggressivo del “prima noi” e costringere i governi a fermare il massacro. Non esistono più vie di mezzo, occorre scegliere da che parte stare nel conflitto tra la dignità e l'infamia.

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