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Fake news, fotomontaggi e video bufala. Sara Tonelli di Fbk: "Le persone sono portate a cercare conferma a quanto già credono"

Terza puntata sul Deepfake. L'intelligenza artificiale pone un problema di etica. Alla base del successo del "falso" un preciso meccanismo cognitivo detto "confirmation bias" 

Di Arianna Viesi - 11 novembre 2019 - 20:37

TRENTO. "I fotomontaggi ci sono sempre stati - spiega Sara Tonelli, responsabile del gruppo di ricerca di Digital Humanities presso Fbk -. Il problema sta nella facilità con cui si possono fare queste cose. Bastano poche centinaia di fotogrammi per creare video che sembrano reali. Una tecnologia alla portata di tutti".

 

La tecnologia avanza, certo. Difficile (e forse anche sbagliato) pensare di poterla fermare. Quello che, invece, si dovrebbe (il condizionale, qui, è d'obbligo) fare è interrogarsi sui presupposti di partenza. Appurato che l'intelligenza artificiale, di per sé, è uno strumento "neutro" e si connota, in un senso o nell'altro, esclusivamente sulla base dell'uso che se ne fa, bisogna partire da qui: non deprecarne l'enorme potenzialità ma interrogarsi su come (e perché) questa potenzialità viene sfruttata. Un passo indietro, insomma, che ha a che fare con etica e morale. 

 

"Una questione su cui ci interroghiamo, quando parliamo di intelligenza artificiale, è l'etica. Un argomento molto discusso all'interno della comunità scientifica. La prima regola è questa: gli  algoritmi devono essere trasparenti. Nel momento in cui espongo un video fake devo farlo vedere come tale. Negli Stati Uniti è stato proposto di mettere una sorta di filigrana per capire quando si tratta di un video fake. Insomma quando si parla di intelligenza artificiale, il tema etico è importantissimo. Noi, come comunità scientifica, ci interroghiamo su come fare per arginare questo fenomeno. Partiamo subito da una considerazione: è impossibile da fermare. L'unica risposta possiamo trovarla nella ricerca: è meglio conoscerla, studiarla e dotarci di strumenti per combatterla. Ma è importante, anche e soprattutto, fare corsi di etica all'interno dei corsi di intelligenza artificiale. Lavorando con l'intelligenza artificiale, si sviluppa qualcosa che può essere usato anche per scopi negativi".

 

Spesso, infatti, è questo quello che succede. E non serve andare tanto lontano. Non serve arrivare fino al deepfake. Basti pensare a come la tecnologia, in termini di angherie, abbia aperto un baratro dal quale - ad oggi - pare impossibile uscire. Chat di gruppo nate con il preciso scopo di denigrare una persona, video infamanti che finiscono in rete e diventano virali, profili falsi creati con il solo scopo di adescare vittime inconsapevoli, fotomontaggi creati ad hoc per screditare personaggi pubblici e non. Tutto è più veloce, immediato, accessibile e, quindi, devastante. "Mi viene  - continua Tonelli - in mente il caso, di qualche mese fa, di questa applicazione sulla quale potevi caricare la foto di una ragazza e l'app, automaticamente, ne generava l'immagine nuda".

 

Ed è questo il punto: l'accessibilità e la velocità con cui cose e informazioni viaggiano. Sembra di assistere ad un'esplosione della violenza, dell'intolleranza, della crudeltà conscia e connivente. Secondo Tonelli, che si occupa soprattutto di cyberbullismo, in realtà non è così. Ed è proprio la tecnologia a darci una visione distorta di quello che ci circonda. "Non credo si stia assistendo ad un peggioramento del fenomeno. Ci sono sempre stati questi elementi. Oggi, però, sul web si dà una platea a persone che prima non l'avevano. Non credo che i ragazzi siano più cattivi. Hanno però in mano strumenti potentissimi e non si rendono conto di quanto possano fare male".

 

Strumenti potentissimi, certo, soprattutto quando maneggiano immagini. Al falso, ormai (e purtroppo), ci abbiamo fatto il callo. Le fake news hanno avuto, e hanno ancora, un effetto deleterio. Articoli creati ad hoc con informazioni inventate, ingannevoli o distorte con il preciso intento di fare disinformazione. Ci sono sempre state, beninteso. Ma, anche qui, è la tecnologia a fare la differenza. Con il web il fenomeno ha raggiunto livelli sconcertanti. Velocità e accessibilità, si diceva. Tuttavia, su questo, qualcosa è stato fatto (o si sta provando a fare).

 

"La tecnologia non si può fermare. Ci saranno sempre persone che useranno questi video per danneggiare qualcuno. L'unico antidoto è quello di essere sempre trasparenti, il più possibile e sviluppare algoritmi per individuare i video fake. Se ci si pensa, la stessa cosa è stata fatta per individuare fake news: attraverso un algoritmo che analizza testo e fonti, la macchina sa suggerire, con buona accuratezza,  se una notizia è falsa. Anche Facebook sta andando in questa direzione affidandosi a fonti trusted".

 

E noi, fruitori di parole e immagine, come possiamo tutelarci? Bè, innanzitutto cercando di capire come pensiamo. Razionalmente è infatti inconcepibile questo assurdo (e terribile) dominio del falso. Ci si chiede come sia possibile. Ciascuno di noi, credo, esiga verità e trasparenza. Sono gli psicologi, però, a dirci che non è esattamente così. E' proprio Sara Tonelli a parlarci di "confirmation bias", un processo psicologico al quale tutti noi - chi più chi meno - siamo inevitabilmente soggetti. Tutti siamo infatti portati a muoverci entro convinzioni acquisite e difficilmente riusciamo a scostarcene. In altri termini: cerchiamo e interpretiamo informazioni ponendo maggiore attenzione (e, quindi, credibilità) a quelle che confermano le nostre convinzioni o ipotesi. Viceversa, siamo portati ad ignorare o sminuire informazioni che le contraddicono anche se queste informazioni sembrano scientificamente inconfutabili.

 

" Dal punto di vista cognitivo si può parlare di "confirmation bias" un principio psicologico secondo il quale una persona tende a credere a cose che già sa e cerca conferma di quanto già pensa. Anche se gli si portano dati ed evidenze scientifiche, una persona continua a credere a quello che vuole credere", conclude Tonelli.

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