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Belluno
16 agosto | 21:11

"I ragazzi sanno che un social è costruito per tenerli attaccati e che l’Ia ogni tanto inventa le cose. Ma non sono più abituati a fare domande e cercare risposte complesse"

I giovani (ma non solo) e la tecnologia: un binomio dibattuto, sul quale gli esperti concordano che la mancanza non è in termini di competenze tecniche, quanto di consapevolezza nell’utilizzo. In questo, può ancora la filosofia rappresentare uno strumento di contrasto a uno dei maggiori pericoli dell’uso dell’Ia, cioè l’atrofia cognitiva? L’opinione dei filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici, fondatori di Tlon

I ragazzi sanno che un social è costruito per tenerli attaccati e che l’Ia ogni tanto inventa le cose

BELLUNO. Flussi continui di informazioni, contenuti personalizzati dagli algoritmi e strumenti di Ia che producono risposte immediate: esiste un argine all’incapacità di gestire tutto ciò, uno strumento che parta dal basso, da una consapevolezza costruita quotidianamente come da sempre fa il genere umano per capire ciò che lo circonda?

 

Il Dolomiti lo ha chiesto a Maura Gancitano e Andrea Colamedici, fondatori di Tlon, un progetto di ricerca e divulgazione filosofica che si occupa, tra le varie cose, di seminari di filosofia quale strumentoper vivere meglio e pensare criticamente la contemporaneità”.

 

Per secoli la filosofia ha insegnato a confrontarsi con il dubbio e la complessità, mentre oggi il rischio è educare i giovani a cercare risposte rapide e semplificate. Quale spazio resta al pensiero filosofico nell’epoca dell’Ia?

Uno dei maggiori pericoli dell’uso dell’Ia è l’atrofia cognitiva, cioè disabituarsi a farsi domande e cercare risposte approfondite. Le macchine di Ia offrono risposte immediate e questo ci fa comodo, ma ha effetti negativi enormi. La fatica di andare a fondo, infatti, è un esercizio: se la salti sempre, dopo un po’ non sei più capace di farla. Sta accadendo anche agli adulti, ma nel caso dei giovani ci spaventa di più. Per questo mai come adesso è necessario allenare il pensiero: più le macchine ci abituano a risposte rapide, più ci serve un posto in cui si pensa piano, e la scuola dovrebbe essere il primo.

 

Le indicazioni promosse qualche tempo fa dal ministro Valditara hanno fatto discutere per il ridimensionamento o l’esclusione di alcuni autori e correnti del pensiero dai percorsi scolastici. Al di là delle singole scelte, se la filosofia serve a pensare criticamente la contemporaneità, quanto conta preservare la pluralità di idee nella formazione?

Leggendo la bozza delle indicazioni, al momento sono spariti gli elenchi di autori ‘imprescindibili’ e compaiono come esempi, e lì Marx e Spinoza non ci sono. Il rischio arriva dopo: un insegnante giovane o precario, che non ha il tempo di costruirsi un percorso suo, legge i nomi lasciati come ‘esempio’ quale il canone da seguire, e così la flessibilità diventa un’esclusione.

 

Il problema serio è un altro: la bozza insiste sulla filosofia italiana dell’Ottocento, su Croce e Gentile e il neoidealismo, e taglia fuori il pensiero critico e marxista come se non ne avesse mai fatto parte. E qui arriviamo alla domanda: il pensiero critico non nasce dall’avere davanti tante idee diverse una accanto all’altra, ma quando ti accorgi che qualcuno ha costruito quel canone e che si poteva raccontare in un altro modo. È il conflitto tra idee opposte che costringe a schierarsi e a dire perché: diversamente, si tolgono gli attriti su cui un ragazzo impara a pensare.

 

Gli esperti concordano su un punto: non mancano le competenze tecniche, quanto gli strumenti per interpretare criticamente ciò che la tecnologia produce (qui). Voi incontrate molti giovani: qual è la carenza che osservate più spesso e quali strumenti servono oggi?

I ragazzi usano gli strumenti meglio di noi e sanno benissimo che un social è costruito per tenerli attaccati e che un modello di Ia ogni tanto inventa le cose (qui). Quello che manca è l’allenamento a non accontentarsi della prima risposta che arriva.

 

Gli strumenti che servono sono quasi ovvi, e forse per questo li trascuriamo. Il primo è tornare a fare domande, perché chi impara a interrogare un testo sa interrogare anche una macchina. Poi occorre imparare a dire ‘non lo so’ senza sentirsi in difetto, e soprattutto vedere qualcuno che pensa davvero, un adulto che davanti a una domanda difficile non ha la risposta pronta e si mette in gioco.

 

Cosa fare quindi? A scuola bisogna smettere di premiare solo la risposta esatta e dare valore anche alle domande dei ragazzi, oltre a non lasciare soli gli insegnanti. In famiglia serve il coraggio di lasciare che i figli ogni tanto si annoino, perché è dalla noia che nasce l’attenzione. E come società dobbiamo smettere di raccontare l’Ia come una catastrofe o una magia, e cominciare a trattarla come uno strumento in grado di modificare la nostra percezione della realtà, che quindi ci costringe a fare attenzione a noi stessi.

 

Avete scritto che la stanchezza contemporanea deriva non solo dall’eccesso di lavoro, ma dal sospetto che ciò che facciamo non abbia un significato reale. Recentemente anche un ragazzo ha evidenziato questa mancanza di prospettive, oltre alla spaccatura con le altre generazioni (qui). Questa crisi di senso è già una realtà diffusa?

Quando un ragazzo dice che gli mancano le prospettive, sta dicendo che non riesce più a raccontarsi una storia in cui quello che fa oggi lo porta da qualche parte domani. Noi siamo animali narrativi, ci serve mettere quello che facciamo dentro un racconto con un prima e un dopo: quando quel racconto si spezza, arriva il sospetto che quello che fai non conti niente.

 

Quanto alla distanza con le altre generazioni, in parte la creiamo noi adulti, che continuiamo a vendere ai ragazzi una storia sul lavoro che non tiene: quella per cui studi, ti fai un mestiere e il mestiere ti dice chi sei. Era una promessa già traballante, e adesso che l’Ia rimescola il rapporto tra lavoro e identità è saltata quasi del tutto. Capiamo che spaventi, ma uno spiraglio c’è, perché se il lavoro smette di essere l’unica cosa che ti dà valore, torna a galla una domanda: cosa rende una vita degna di essere vissuta?

 

Per questo occorre aiutare i giovani a capire quali desideri sono loro e quali gli sono stati messi in testa da fuori, fargli reggere un po’ di incertezza e rimetterli dentro relazioni vere, perché il senso davanti a uno schermo, da soli, non si trova. E avere il coraggio di dire loro che immaginare il futuro è difficilissimo, ma che possono scegliere di scriverlo, per quanto faccia paura.

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