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Belluno
10 agosto | 13:25

“Tre giovani su quattro se ne vanno in luoghi che hanno saputo reinventarsi”. Fiducia nel futuro e assenza di servizi: cosa serve oggi allo sviluppo della montagna?

Si è svolto nella cornice del Centro minerario La Valle Imperina il dibattito sullo sviluppo della provincia di Belluno, con la presentazione del libro “Il futuro ad alta quota” di Andrea Ferrazzi e un dialogo tra imprenditori che hanno deciso di avere fiducia e investire nelle terre alte

“Tre giovani su quattro se ne vanno in luoghi che hanno saputo reinventarsi”
di Redazione

RIVAMONTE AGORDINO. “È la fiducia l’elemento immateriale che determina i flussi e, dunque, lo sviluppo o il declino dei territori. L’idea di questo libro mi è venuta partecipando a un convegno in Calabria, dove molti docenti sostenevano che i giovani lasciano il sud perché non c’è lavoro. Tuttavia, scappano anche da Belluno dove il lavoro c’è: non può quindi essere questo ciò che li trattiene o attrae”.

 

Così Andrea Ferrazzi, autore de “Il futuro ad alta quota” (qui) e direttore di Confindustria Belluno Dolomiti, ha introdotto il dibattito sullo sviluppo della provincia di Belluno svoltosi presso il Centro minerario La Valle Imperina. Ospiti dell’incontro, moderato da Sandy Fiabane de Il Dolomiti, quattro imprenditori: Giancarlo Recchia, direttore finanziario di Blackfin, Francesco De Bettin, neopresidente della Camera di commercio Treviso-Belluno Dolomiti, Fabrizio Vigilante, fondatore di Botol Group, e Massimo Campedel, artigiano agordino dei coltelli.

 

Uno scambio centrato sul rapporto di fiducia che un’impresa decide di instaurare con una realtà non facile dove investire come Belluno. Cosa serve allora per attrarre persone e capitali? “Oggi i grandi hub metropolitani sono orientati al futuro - prosegue Ferrazzi - e poi c’è il resto, che sembra esservi escluso. Se infatti negli anni Settanta e Ottanta anche l’operaio in fabbrica si sentiva parte del progresso, ora un giovane cerca il futuro nei luoghi che hanno saputo reinventarsi passando da distretto industriale a ecosistema”.

 

Le voci delle aziende

 

Cosa ne pensa chi ha deciso di investire tra le Dolomiti bellunesi?

 

La prima esperienza è quella di Blackfin, leader internazionale dell’occhialeria che ha mantenuto la sede a Taibon Agordino. “Sono trevisano - spiega Recchia - e faccio impresa da vent’anni nel Bellunese. Quando arrivai in Blackfin, l’azienda si trovava in una laterale della statale all’epoca piena di buche. Ero scettico, ma la determinazione del mio socio Nicola Del Din mi ha affascinato: sono infatti le persone a contare, per cui ho deciso di investire in questo luogo. Perché proprio qui? Per le ragioni espresse da un cliente thailandese quando venne a vedere come lavoriamo: ci disse che capiva come mai facciamo le cose belle e fatte bene, perché in un posto così non può essere altrimenti”.

 

Basta allora la bellezza a salvare i territori? “La nostra idea di sviluppo - prosegue Vigilante, la cui Botol Group si definisce 'un'idea per il territorio agordino’ - parte dal fatto che in questo territorio crediamo e qui vogliamo che i nostri figli e nipoti restino. Abbiamo puntato molto sul turismo, entrando anche in Valle Imperina, perché fiducia vuol dire soprattutto costruire un futuro per i giovani, affinché un domani possano trovare qui un modo per andare avanti”.

 

Giovani tra i quali Campedel, che dopo gli studi a Firenze è tornato a Lambroi (Gosaldo) per recuperare il fienile di famiglia e trasformarlo in laboratorio di un mestiere antico, il coltellinaio artigiano. “Qui trovo la tranquillità che mi aiuta nel lavoro - sostiene - e raggiungo l’equilibrio che mi mancava in città e non tornerei mai indietro. Tuttavia, vivere in montagna non garantisce le stesse comodità, eppure i costi restano elevati. Per i giovani dobbiamo perciò creare le condizioni affinché rimangano: non basta vedere le belle montagne la mattina, se poi ci si scontra con la realtà dei fatti, tra neve, frane e lunghe distanze, a fronte della quale abbiamo bisogno di servizi e agevolazioni”.

 

Il ruolo delle istituzioni

 

Una posizione sentita dai giovani (qui un esempio), ma forse ancora poco ascoltata. Se la fiducia è infatti il motore della crescita, non si può pensare di costruire quest’ultima senza connessione, infrastrutture, abitazioni, e sostegni - in primis - a scuola, lavoro e sanità.

 

“Oggi si deve ragionare - riflette De Bettin - su un futuro che non sia basato sulla nostalgia, la cultura del risarcimento o il fatto che qualcuno ci debba pagare per rimanere in montagna. Come territorio dovremmo piuttosto proporre un laboratorio per creare valore aggiunto nelle terre alte. Belluno è una realtà a due velocità: da Longarone ad Arsiè c’è quasi una tendenza al ripopolamento, mentre tra Cadore e Agordino soffriamo di spopolamento e aspettiamo che provvedimenti come la legge della montagna portino aiuti. Ma 100 milioni l’anno per tutti i comuni montani sono pochi: dobbiamo perciò fare da soli, partendo dal chiederci perché su 100 laureati Stem a livello regionale 72 se ne vanno e concepire il futuro come lo vorremmo per i nostri figli”.

 

“Queste esperienze - conclude Ferrazzi - ci dicono che ogni territorio deve partire dalle sue vocazioni, ma con una precauzione. Storie come quella di Campedel sono bellissime, ma statisticamente non fanno numeri. La realtà è che tre giovani su quattro se ne vanno e non tornano: ogni sito va allora ripensato per diventare un luogo dove fare ricerca, alta formazione, startup. E l’istituzione deve prendere decisioni dettate dalle priorità, che per noi è l'attrattività”.

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