“Anche se la politica mette milioni di euro sul territorio, serve un’idea di come farlo rivivere”. Abitare in montagna: la difficile priorità tra servizi e visione
A conclusione del dibattito sul futuro delle aree montane, è intervenuta la Regione Veneto tramite il suo vicepresidente Lucas Pavanetto. Delegato a lavoro e turismo, Pavanetto ha ragionato in termini di uno sviluppo dei territori che punti sull’industria turistica e sui servizi ai residenti: prima però serve “una nuova narrazione” che deve partire da chi vive nei luoghi

RIVAMONTE AGORDINO. “Attenzione che anche dove ci sono servizi e investimenti, i residenti non aumentano proporzionalmente. Dobbiamo quindi capire qual è il problema di chi vuole abitare un territorio: sicuramente i servizi, ma anche cercare una narrazione diversa. Dobbiamo cioè evitare una narrazione esclusivamente negativa e costruirne una nuova, naturalmente accompagnandola con investimenti sulle infrastrutture".
Con queste parole Lucas Pavanetto, vicepresidente della Regione Veneto, ha chiuso il dibattito sul futuro delle aree montane al Centro minerario Valle Imperina (qui). Un intervento preceduto dalla lettura di un passo del libro “Il futuro ad alta quota” di Andrea Ferrazzi, nel quale si ribadisce senza mezzi termini uno degli aspetti cruciali per costruire una prospettiva per la montagna: l’attenzione della politica.
“C’è chi pensa - scrive l’autore - che la montagna sia destinata al declino per sua natura: troppo ripida, troppo fredda, troppo lontana. Una geografia ingrata, una condanna scolpita nella roccia. Nulla di più falso. Bisogna alzare lo sguardo e inquadrare il tema sia nella storia recente di questi spazi sia nel contesto delle profonde e rapide trasformazioni economiche, sociali e politiche in atto. La crisi della montagna non è scritta nei suoi rilievi: è la conseguenza di scelte politiche sbagliate e, prima ancora, di una conclamata irrilevanza elettorale”.
“Più che in termini di irrilevanza elettorale - è il commento di Pavanetto - ragiono da assessore al turismo e al lavoro, deleghe tra loro vicine perché ogni volta che parlo di turismo ricevo domande sul capitale umano e la necessità di attrarlo e di trattenerlo. È questa infatti la nostra emergenza oggi per imprese, artigianato e industria del turismo”.
Un’emergenza che, però, dipende in primis dalle scelte politiche, che partono dal governo della Regione, spesso percepita dal territorio come distante non solo fisicamente ma anche in termini di progettualità. I residenti sono sempre meno e la montagna torna al centro dell’attenzione perlopiù in occasione di grandi eventi o situazioni tragiche come le frane che la scorsa estate hanno bloccato l’Alemagna (senza peraltro che si sia avviata una reale progettazione a lungo termine sulla viabilità).
“Come giunta - aggiunge - abbiamo da subito puntato sul welfare e la necessità di servizi non come elemosina o sussidio, ma come orgoglio veneto di rendere i territori pari e uguali per tutti. E questa è la necessità che la Regione ha nei confronti del Bellunese”. Da qui la riflessione sul rapporto tra servizi e residenti: chi oggi cerca dove abitare, secondo il vicepresidente, non lo fa in base solo alla bellezza di un luogo o ai suoi servizi, ma anche “in base alla sua funzione”. L’esempio è del litorale veneto, che registra milioni di presenze turistiche ma nessun significativo incremento abitativo: un problema, in realtà, causato in larga parte proprio dallo stesso turismo di massa, ormai comprovato deterrente per l’abitabilità di un luogo.
“Oggi il turismo è un’industria - afferma - e certo non si può vivere solo di quello, ma resta un insieme di realtà dietro alle quali ci sono servizi che creano posti di lavoro. Non è solo questione di numeri: siamo la prima regione in Italia con 74 milioni di presenze, ma il dato vero è che l’80% del gettito è fatto in 20 località su 559 comuni. Significa che ogni iniziativa e ogni angolo, naturalmente in scala, può vivere anche di turismo e questo è fondamentale, così come l'importanza di coniugare, nei luoghi invasi di turisti, la presenza di questi ultimi con il rispetto di chi vive in una terra e non vuole vederla stravolgere”.
A Belluno “abbiamo il fuoco della tradizione, di un territorio particolare - conclude - e c’è chi va via o lo guarda ardere ma pian piano si spegne, e chi invece cerca di mantenerlo vivo. Qui sta la particolarità: anche se la politica mettesse milioni di euro sul territorio, servono visione, progettazione e un’idea di come farlo rivivere e di che tipo di realtà potervi insediare. Oggi sono fondamentali la tecnologia, le startup e il lavoro da remoto (qui Varotto): su questo dobbiamo investire e la Regione è al fianco delle comunità bellunesi per cercare di dare una prospettiva, ma la narrazione del progetto va fatta da chi ha sempre vissuto qui”.
Tuttavia quei milioni servono, se ben impiegati: finché mancano case, trasporti pubblici, presidi sanitari e connessione, chi qui vive difficilmente potrà costruire progetti.














