“Sogno una Belluno abitata da giovani di tutto il mondo che qui trovano un futuro”: a Mel una nuova prospettiva per la montagna, che non deve condannarsi a essere periferia
Una sala gremita ha accolto a Borgo Valbelluna la prima presentazione de “Il futuro ad alta quota”, il libro di Andrea Ferrazzi che propone nuove prospettive per rilanciare la provincia di Belluno. A dialogare con lui Giulio Buciuni e Michele Da Rold (moderati da Sandy Fiabane de il Dolomiti), che spiegano come e perché il Bellunese deve puntare su una nuova narrazione di se stesso e sull’innovazione per attrarre giovani e diventare competitivo

BORGO VALBELLUNA. “Il mio sogno è vedere il centro di Belluno e altri territori animati da giovani di tutto il mondo che vengono qui, si contaminano, lavorano e trovano un futuro. Per arrivarci, servono politiche e iniziative da parte non solo delle istituzioni, ma anche di categorie e società civile”.
Si è conclusa così la serata di presentazione del libro “Il futuro ad alta quota” (qui il dettaglio) di Andrea Ferrazzi, direttore di Confindustria Belluno Dolomiti, svoltasi martedì 3 febbraio nella splendida cornice della Sala degli affreschi del municipio di Mel. Una serata nella quale Ferrazzi ha dialogato del presente e del futuro della provincia di Belluno con Giulio Buciuni, professore associato al Trinity College di Dublino, e Michele Da Rold, presidente del Gruppo giovani industriali di Confindustria Belluno moderati da Sandy Fiabane de il Dolomiti.
In una sala gremita di persone, segnale - come ribadito da Buciuni - di una comunità viva e coesa, si è discusso dei problemi del territorio e di superarli: non solo spopolamento, crisi industriali, cambiamento climatico e carenza di servizi, ma soprattutto una narrazione nostalgica e parziale che finisce per frenare lo sviluppo verso un futuro diverso, ma possibile. “La contrapposizione tra fiducia e nostalgia - spiega Ferrazzi - è il filo rosso di questo libro. Le persone se ne vanno tanto dalla Calabria perché non c’è lavoro, quanto da Belluno, dove il lavoro c’è: cosa le accomuna allora? Secondo me l’aspetto emotivo: nei cosiddetti ‘luoghi che non contano’ prevalgono nostalgia, rancore e paura del cambiamento, e questo genera narrazioni limitanti. Basta leggere le polemiche sulle Olimpiadi, dove una visione sacralizzante della montagna rende qualsiasi iniziativa umana una profanazione, anche una strada o un impianto di energia pulita”.
Il pericolo di questa unica storia è che, alla fine, i luoghi e le persone che li abitano diventino quella storia, abbandonando possibili alternative. La montagna infatti, pur essendo un ambiente da tutelare, non è solo quello: insomma, a Belluno si può venire a passare una settimana sugli sci, ma anche a vivere e investire perché il turismo stesso non ha prospettive se non ci sono persone che tengono in piedi i servizi.
Che fare, dunque? “Non siamo destinati a restare periferia. La tensione fra centro e periferia - afferma Buciuni - è sempre esistita, ma oggi è cambiato l’assetto economico: la manifattura non è più al centro e sono cambiate le aspettative dei giovani. Tuttavia, per costruire un futuro diverso non dobbiamo perdere la base manifatturiera che ci ha resi un Paese G7, ma nemmeno guardare al modello anni ‘70: piuttosto, dobbiamo far leva su questa base di competenze industriali e ri-programmare un futuro attrattivo verso una nuova generazione di professionisti e imprenditori”.
Dunque partire dall’esistente e aprire all'innovazione. “Ogni generazione - commenta Da Rold - raccoglie quello che arriva dal passato e deve rinnovare, ma per farlo servono strategie. Come Gruppo giovani abbiamo perciò viaggiato nei principali distretti mondiali dell’innovazione, da Israele alla Silicon Valley, Parigi o Valencia, dove abbiamo trovato una forte connessione tra imprese, ricerca e capitali, una cultura del fallimento qui mai abbastanza ribadita, e poi i luoghi, fisici e soprattutto mentali. Certo siamo consapevoli di non poter copiare quei modelli: piuttosto, dobbiamo prendere questi fattori e adattarli a noi, stimolare la connessione tra le nostre realtà e i giovani e far sì che nel nostro territorio si inizi a raccontare una storia diversa”.
Il Bellunese deve quindi imparare a essere più ambizioso e raccontare una montagna non come oasi incontaminata del mondo di Heidi, dove è un sollievo non trovare connessione internet, ma un luogo in cui un giovane può vedere sviluppate le proprie ambizioni, incontrando al contempo quella domanda di una maggiore qualità della vita che il cambiamento climatico sta sempre più generando.
“Scaricare però tutto ciò sulla politica - conclude Ferrazzi - è un modo per lavarsi le mani. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità: dobbiamo partire dal quadro d’insieme, che accomuna i territori considerati periferia, e trovare soluzioni specifiche per le potenzialità di ognuno di loro, anche e soprattutto nella nostra Belluno”.











