"Il futuro ad alta quota", un libro sulla montagna che vuole contare: “Solo nei territori che sperimentano innovazione e reti sociali germoglia la fiducia”
Si intitola “Il futuro ad alta quota” il libro, in uscita tra pochi giorni, di Andrea Ferrazzi, direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti, che ne anticipa i contenuti sul suo profilo LinkedIn. Una sorta di prefazione che richiama da vicino i contenuti sui quali sta lavorando la stessa associazione: rilanciare la provincia come territorio competitivo, fatto di startup, innovazione, attrattività per i giovani

BELLUNO. “Per capire dove andrà il mondo non basta seguire i summit. Bisogna ascoltare Belluno come Detroit, le Alpi come l’Ohio, la Rust Belt come le campagne francesi. Perché è lì, nei luoghi che vivono la distanza dal centro, che oggi si decide la direzione del pianeta”.
Si intitola “Il futuro ad alta quota” il libro, in uscita tra pochi giorni, di Andrea Ferrazzi, direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti, che con queste parole ne anticipa i contenuti sul suo profilo LinkedIn. Una sorta di prefazione, che richiama da vicino i contenuti sui quali da tempo sta lavorando la stessa associazione bellunese degli industriali: rilanciare la provincia come territorio che può essere competitivo, fatto di startup, innovazione, attrattività per i giovani. Se vuole crescere economicamente, in altre parole, deve investire prima di tutto su formazione e sviluppo tecnologico (qui l’articolo).
Lo abbiamo visto più volte: cresce la consapevolezza che la sola monocultura dell'occhiale non basta, che un’economia esclusivamente produttiva non è più sufficiente, e che soprattutto i giovani hanno in qualche modo bisogno di essere capiti nella loro visione del futuro e incentivati a coltivarla, innovando e mettendosi in gioco, dal settore industriale e quello dell’artigianato (qui un esempio).
Ferrazzi definisce il suo libro “un viaggio” che parte appunto dalla periferia bellunese, bellissima ma fragile, e arriva a un’Italia fatta di disuguaglianze geografiche delle quali le aree interne sanno qualcosa, in quanto “troppo spesso raccontate con gli occhiali della nostalgia, invece che con quelli della fiducia”. Occorre dunque cambiare prospettiva, secondo Ferrazzi, e “mostrare che i territori marginalizzati non sono il passato che si spegne, ma il futuro possibile di un Paese che vuole tornare a crescere. Raccontare che la nostalgia immobilizza, mentre la fiducia può rimettere in moto comunità, economie e immaginari”.
Tutto questo passa attraverso due concetti chiave, spiega l’autore: “paleomodernità” e “gaiamodernità”. La prima è il mondo “che vive del petrolio, si oppone alle politiche ambientali, diffida dei diritti civili, rimette al centro identità rigide e frontiere invalicabili. È la grammatica condivisa da Trump e Putin: due leader apparentemente lontani, ma con un immaginario politico molto simile”. La seconda, invece, “è la modernità della cooperazione, della fiducia, dei diritti e della sostenibilità. Si fonda sull’idea che la sicurezza è un bene condiviso, che la transizione ecologica è un’opportunità industriale e culturale, che il pluralismo è una forza, non una debolezza”.
Sono cioè due modi contrapposti di guardare al futuro e si riflettono anche (e forse soprattutto) nei territori, oltre che nella geopolitica internazionale. Perché? “Perché è lì che queste due visioni del mondo - spiega Ferrazzi - prendono forma. Nei territori segnati dal declino, dalla perdita di servizi e di lavoro, cresce la nostalgia: e la nostalgia è il terreno fertile della paleomodernità. Nei territori che sperimentano innovazione, reti sociali vive, nuove economie, germoglia la fiducia: ed è la fiducia che sostiene la gaiamodernità”.
Insomma, se si vuole davvero costruire il futuro (anche ad alta quota) bisogna guardare alla dimensione locale, fatta di comunità che necessitano di politiche abitative, servizi, opportunità per i giovani e tutela dell’ambiente in cui quotidianamente vivono - e dal quale dipendono. “E forse è da lì che può partire anche la rinascita del pianeta”, conclude Ferrazzi.
E viene da aggiungere che, se questo cambiamento avviene, si potrà anche invertire quella disaffezione che proprio i bellunesi hanno dimostrato nelle recenti urne elettorali, forse perché non si sentono appunto sufficientemente coinvolti e rappresentati nelle decisioni che guardano al futuro.












