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In attesa del nuovo fiasco nel 2020, nessun accordo è stato raggiunto sul clima. Anche la Cop25 di Madrid naufraga contro l'egoismo degli Stati

Ogni conferenza sul clima finisce per naufragare contro gli interessi dei più grandi produttori di emissioni. Focalizzato sull'articolo 6 dell'Accordo di Parigi, che stabilisce la "cessione" di quote di emissioni dai Paesi che inquinano di meno a quelli che sforano i limiti, il Cop25 di Madrid si è scontrato contro l'egoismo di chi non vuole sottostare ad alcuna regola

Di Davide Leveghi - 17 dicembre 2019 - 17:33

TRENTO. Per pronosticare il fallimento del Cop25 di Madrid non servivano né cinismo né malizia. Dopo l'annuncio d'uscita degli Usa dall'Accordo di Parigi, avvenuto ancora nel giugno 2017, dopo l'estate considerata da pressoché tutti gli istituti di ricerca sul clima come tra le più calde di sempre, l'umanità sembra destinata a una deriva sempre più veloce. Una deriva in cui la voce dei giovani che protestano contro l'immobilismo dei governi cade nel vuoto a fronte dell'incapacità o della mancanza di volontà degli stessi a mettersi d'accordo e ad agire.

 

Se volessimo vederlo dalla prospettiva della debolezza delle Nazioni Unite, si potrebbe dire che la Cop25 ne rifletta tutti i difetti. Se i più forti si oppongono, nicchiano o si alzano dalla sedia non si decide niente. Australia, Brasile e Stati Uniti ne hanno dato un chiaro esempio, ostacolando ogni tentativo di accordo sull'articolo 6 dell'Accordo di Parigi, argomento centrale della conferenza con cui si propone come soluzione al raggiungimento dell'obiettivo del taglio delle emissioni la “cessione” della quota di produzione di gas serra da parte dei Paesi che meno inquinano a quelli che sforano i limiti.

 

Un meccanismo di compensazione utile a permettere una transizione meno brusca e, di conseguenza, a non compromettere il raggiungimento del traguardo fissato – a fatica – il 4 novembre 2016, giorno della ratifica dell'Accordo di Parigi grazie ai 55 voti su 195 Paesi partecipanti necessari per l'approvazione.

 

Ma nonostante la limitatezza della questione sul tavolo, i “grandi” se ne sono lavati le mani, dimostrando per l'ennesima volta – tanto per cambiare – disinteresse o scarsa predisposizione alla soluzione di questo primo nodo – o forse interesse a farlo saltare? Ma perché un accordo del genere, tra l'altro non vincolante, è fallito?

 

Nel dicembre 2015, nella capitale francese, i Paesi partecipanti al meeting sul clima fissarono 4 macro-obiettivi per mettere mano al riscaldamento globale. Il mantenimento dell'aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi (entro 1,5 gradi), la fine dell'incremento dei gas serra nella restante prima parte del secolo, il versamento di 100 miliardi di dollari ogni anno ai Paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti e il controllo quinquennale dei progressi compiuti rappresentarono gli impegni (non vincolanti) con cui gli Stati dichiaravano di rimboccarsi le maniche per salvare il pianeta dagli effetti sempre più devastanti del riscaldamento globale.

 

A nemmeno un anno dal raggiungimento della soglia minima di Paesi valida per la ratifica, il presidente Donald Trump annunciava il ritiro degli Stati Uniti dall'Accordo, ritiro senza conseguenze visto che non era prevista alcuna penalizzazione a riguardo. Tale dietrofront avrebbe notevolmente ridotto la possibilità di centrare gli obiettivi fissati, creando inoltre un pericoloso precedente con decorrenza a partire da fine 2020.

 

Il fallimento della Cop25 si inserisce in questa scia. I Paesi più inquinanti rifiutano di sottostare a regole che limitano i gas serra, quelli più sviluppati non danno garanzie per l'istituzione di un meccanismo volto a finanziare sistematicamente i Paesi più esposti agli impatti del cambiamento climatico, quelli meno sviluppati si accodano per timore che ogni misura anti-inquinamento possa arrestare la loro crescita. Nessun accordo per misure compensative da parte dei Paesi più industrializzati, di conseguenza, è stato preso, impedendo ai Paesi meno sviluppati di intraprendere una transizione verso un'economia più sostenibile e green.

 

Eppure il quadro dipinto dagli scienziati delle Nazioni Unite, precisamente dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), difficilmente poteva essere accolto senza impressione. Terzo rapporto negli ultimi anni, quello uscito a settembre di quest'anno, frutto di oltre 7mila ricerche scientifiche, racconta uno scenario in cui la condizione degli oceani e dei ghiacciai sta rapidamente deteriorando, il tutto per “merito” dell'attività umana.

 

Nel documento venivano indicati gli aspetti più preoccupanti, tra cui il riscaldamento degli oceani, lo scioglimento dei ghiacci, l'innalzamento dei mari e lo scioglimento del permafrost. Per quanto riguarda il primo aspetto, gli scienziati dell'Ipcc mostrano come dagli anni '70 le grandi masse d'acqua che ricoprono il pianeta abbiano assorbito il 90% del calore aggiuntivo prodotto a causa delle attività umane, con un'accelerazione notevole a partire dai '90. Questo innalzamento delle temperature ha portato ad un'espansione del volume degli oceani – acuito dal progressivo scioglimento dei poli - e al conseguente innalzamento dei mari.

 

Attorno alla fine del secolo, il rapporto stima che nella peggiore delle ipotesi i mari potranno innalzarsi fino a 1,1 metri. Lo scenario potrebbe risultare catastrofico se pensiamo che lungo le coste vivono oltre 700 milioni di persone e che molte isole potrebbero diventare completamente inabitabili. Il riscaldamento degli oceani, inoltre, comporta eventi atmosferici molto più estremi ed intensi: uragani e tifoni provocano inondazioni lungo le coste e danni alle attività umane e agricole poste nell'entroterra.

 

Riguardo allo scioglimento dei ghiacci – questi estate e autunno particolarmente illuminati dai riflettori dei media anche nel nostro Trentino – l'Ipcc mostra come la calotta glaciale antartica, cioè la più grande massa di ghiaccio del nostro pianeta, si continui a ridurre con proporzioni sempre più consistenti. Tra il 2007 e il 2016 la perdita di ghiaccio è triplicata rispetto al decennio precedente. Stesso discorso vale per la Groenlandia, con una perdita raddoppiata di ghiaccio nello stesso lasso temporale.

 

L'ambiente montano, dicono gli scienziati, non sarebbe affatto risparmiato dal fenomeno. Secondo le stime del rapporto, entro la fine del secolo le Ande, le Alpi europee e le catene montuose dell'Asia settentrionale avranno perso fino all'80% dei loro ghiacciai laddove le emissioni di anidride carbonica rimassero uguali per quantità. Se ne deduce che l'accesso all'acqua di una componente molto consistente dell'umanità ne soffrirebbe, provocando tutte le conseguenze del caso.

 

Da ultimo, il permafrost, presente maggiormente in regioni come la Siberia o il Canada settentrionale, poste entrambe al limite settentrionale dell'emisfero boreale, rischia di sciogliersi per un 70% qualora non si arrestasse l'aumento di emissioni, alimentando il circolo vizioso in virtù del rilascio di centinaia di miliardi di tonnellate di anidride carbonica e metano e vanificando così ogni sforzo umano.

 

Entrato da un orecchio dei massimi rappresentanti degli Stati alle Nazioni Unite, il rapporto pare essere immediatamente uscito dall'altro. Così ogni questione è rimandata alla Cop26 di Glasgow, prevista per l'anno prossimo. Girata pagina, i “grandi” dimenticheranno in fretta che quella del 2019 è stata la seconda estate più calda registrata da 140 anni a questa parte, seconda sola ai 16,6ºC di quella del 2016. Senza cinismo o malizia, un altro fallimento sembra presentarsi all'orizzonte.

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